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L’impronta di carbonio dell’olio di palma

Bandito ormai dai nostri biscotti preferiti, l’olio di palma è conosciuto da tutti noi, anche se forse non sappiamo che la maggior parte di quello che viene importato in Europa non è utilizzato per i milioni di merendine, biscotti e dolcezze varie che mangiamo, ma come componente per i biocarburanti. 

Parlarne, tuttavia, non è facile, sia perché si affronta il problema del suo impatto sulla salute, sia dato il suo ruolo nei processi di deforestazione in luoghi come l’Indonesia, in cui le foreste tropicali sono abbattute per lasciare spazio a enormi piantagioni.

Perché, allora, pensare all’impronta di carbonio dell’olio di palma? Perché utile a capire il suo rapporto con le emissioni di gas serra, e comprendere quindi se l’olio di palma fa parte di quelle cose di cui potremmo fare a meno anche per il bene del clima. 

Un litro di olio di palma emette, in media, più di 2.6 kg di CO2-equivalente, un po’ più di due bottiglie di buon vino e un po’ meno del concerto del nostro artista preferito. Per capire se sia tanto o poco occorre confrontare queste emissioni a quelle dei prodotti alternativi: un kg di burro, per esempio, usato in alcuni biscotti come i Novellini, emette quasi 9 kg di CO2-equivalente; un litro d’olio d’oliva ne emette 3.7 kg, mentre un litro d’olio di soia o di colza ne emette circa 2.5 kg. Il vincitore è sicuramente l’olio di girasole, con una media di 815 grammi prodotti per ogni litro. Insomma, l’impatto climatico dell’olio di palma sembra non essere lontano dalla sostenibilità, e regge il confronto con la maggior parte delle alternative. 

Altro punto fondamentale da considerare, però, è che l’olio di palma è tra gli oli vegetali con il più alto rendimento per ettaro, il che vuol dire che ottenere la medesima quantità d’olio da fonti alternative potrebbe rivelarsi controproducente nel lungo periodo sia per il clima che per la biodiversità, a seconda degli oli scelti. Se sostituire l’olio di palma con altri oli significa aumentare il tasso di deforestazione e perdita di specie a un ritmo ancora più alto, forse conviene piuttosto pensare ad aumentare la sostenibilità della sua catena di produzione.

Questo è il motivo per cui le campagne di comunicazione di enti non governativi come Legambiente si sono rimodellate, specificando che le pratiche da correggere sono abuso e spreco dell’olio di palma (per pratiche fintamente sostenibili, come i biocombustibili su esso basati) piuttosto che il semplice utilizzo. Cosa possiamo fare noi, allora? 

Prima di tutto essere consapevoli che l’olio di palma non è, di per sè, un nostro nemico: come specificato anche dall’AIRC per quanto riguarda la nostra salute, l’olio di palma può rimanere parte della nostra alimentazione senza conseguenze negative né per noi né per il pianeta.

L’altro punto fondamentale è spingere perché la produzione di olio di palma sia davvero sostenibile, e ancor di più che questo venga usato e non all’interno di filiere, come quella dei trasporti, il cui il futuro dovrebbe essere guidato da scelte ben diverse. L’iniziativa Buycott Palm Oil di Legambiente può darci ispirazione anche in questo caso.