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L’impronta di carbonio della condivisione

Le evoluzioni della società contemporanea hanno portato a una sempre maggiore ricerca di indipendenza: da contesti di continua (e, spesso, forzata) condivisione sociale a una casa propria, un’auto personale, un vivere slacciati da possibili dipendenze da altri.

Che questa indipendenza abbia un costo lo sappiamo tanto più dopo la pandemia, in cui la solitudine ha, per molti, significato l’insorgere o l’aggravarsi di sofferenze psicologiche. Del resto, la condivisione ha certamente difetti, come la mancanza di privacy e il controllo sociale, ma anche pregi, primo tra tutti la presenza di una “rete di protezione” utile in caso di necessità economiche o personali.  

Ma qual’è, invece, la differenza tra l’impronta di carbonio di una vita condivisa e una vita indipendente? Proviamo a fare qualche calcolo.

Partiamo dalle case, dato che  il settore delle costruzioni è uno dei più impattanti al mondo in termini di emissioni. Prima di tutto, condividere casa può ridurre molto la nostra impronta di carbonio. Questo non vale solo per la propria famiglia: ricerche sull’impatto ambientale dei divorzi e delle amicizie hanno mostrato come la presenza di persone nella stessa casa faccia abbassare le emissioni individuali e assolute. Il risparmio cresce ulteriormente se, invece di una casa indipendente come un villino, si sceglie di vivere in appartamenti condominiali: questi sono infatti generalmente più piccoli e, quindi, più efficienti energeticamente. Ovviamente, nei casi in cui i condomini siano molto vecchi, il discorso non tiene altrettanto bene a causa di elettrodomestici e isolamento termico poco efficienti; è per questo che l’Agenzia Internazionale per l’Energia inserisce l’efficientamento energetico tra le priorità assolute della lotta al cambiamento climatico. 

Altro punto fondamentale è quello degli spostamenti: nel 2015 si stimava che in Europa le auto private rimanessero parcheggiate per il 92% del tempo.Nel frattempo, il numero delle auto immatricolate non ha fatto altro che crescere; abbastanza ironico per Paesi come l’Italia, in cui il calo demografico si fa sentire. Questo, comunque, vuol dire che la statistica è probabilmente peggiorata. Eppure, esistono soluzioni di condivisione per minimizzare quest’impronta: se immaginiamo che un’auto in car sharing possa essere utilizzata da 5 persone, a differenza di un’auto privata, otteniamo un risparmio di almeno 3.5  tonnellate di CO2 a persona. Ancora meglio sarebbe se l’auto fosse elettrica o se si utilizzasse mobilità alternativa, come i mezzi pubblici o le care tradizionali biciclette, quando possibile. 

Ancora, riprendendo il carbon footprint di una maglietta possiamo comprendere bene come la condivisione dell’abbigliamento possa abbattere la nostra impronta in questo settore: solo per citare uno studio giapponese, riutilizzare 1 kg di magliette (circa 6-7 magliette) e 1 kg di jeans (2-3 paia) farebbe risparmiare circa 60 kg di co2 in totale. Sostanzialmente come tutelare un albero o due per un anno compensando le nostre emissioni. 

E che dire dello spreco di cibo? Secondo dati da Gran Bretagna e Stati Uniti all’aumentare dei membri di un nucleo abitativo si ha una riduzione dello spreco di cibo pro capite, altro elemento importante nel minimizzare la nostra impronta sul pianeta. 

Insomma, in un contesto in cui le pressioni a vederci soltanto come singoli crescono continuamente, le necessità climatiche richiedono invece una chiara inversione di tendenza: condividere un po’ di più ciò che abbiamo diminuirebbe significativamente la nostra impronta sul pianeta, garantendoci al tempo stesso un maggiore benessere psicologico e, chiaramente, economico.

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L’impronta di carbonio di una sigaretta

Il fumo uccide. Ormai lo sappiamo, anche se ci è voluto tempo e impegno perché la verità sulle sigarette diventasse patrimonio comune. Quando pensiamo al fumo, quindi, riflettiamo immediatamente alle conseguenze che esso ha per la nostra salute così come accade anche per le carni rosse, magari.

Una sigaretta, però, non è solamente un fattore di rischio per noi, ma anche per l’ambiente e per il clima, a causa delle emissioni e dell’inquinamento generati durante il suo ciclo di vita. Vediamo allora qual è la sua impronta di carbonio, per capire meglio cosa vuol dire essere fumatori anche rispetto al cambiamento climatico.

Nel grammo di sigaretta che fumiamo sono contenuti tabacco e carta, certo, ma anche materiali plastici necessari al filtro e additivi chimici, per cui il risultato finale è molto più “complesso” di quello che potrebbe sembrare. 

Presi in considerazione tutti i componenti, una sigaretta ha un impatto di carbonio che varia generalmente tra 0.6 grammi e 3 grammi, a seconda delle condizioni in cui viene prodotta e commercializzata. 

Infatti una sigaretta creata e venduta nello stesso Paese, tramite largo uso di procedimenti manuali e escludendo uso di energie come il carbone, emette meno di quanto non pesi (dal 59% al 68% del suo peso di 1 grammo, per essere precisi). D’altra parte, quando si vanno a guardare le catene di produzione mondiali la situazione cambia: l’impatto climatico di una sigaretta nel mercato internazionale può andare da 1.39 grammi a più di 3 grammi, e addirittura arriva a 13 grammi nel caso di processi di produzione poco sostenibili. 

Se tutte le sigarette esistenti emettessero più di 10 volte il loro peso l’impatto climatico mondiale del loro consumo sarebbe molto simile a quello della carne!

Anche prendendo dati meno estremi, se associamo alla sigaretta media emissioni di 2 grammi, fumare un pacchetto al giorno significa emettere in un mese l’equivalente di una pizza tonda, di un chilo di Gocciole o di 10 ore di serie tv.
Questo, poi, senza menzionare gli altri impatti ambientali delle sigarette, che pesano significativamente sulla tossicità delle acque e sul consumo di suolo.

Insomma, se serviva un nuovo motivo per provare a smettere di fumare si può aggiungere questo: “per diminuire la mia impronta sul pianeta”.

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L’impronta di carbonio del turismo

Forse a molti è già capitata una vacanza così: sveglia alle 3, aereo alle 6 di mattina, ritiro della macchina a noleggio, arrivo in albergo, uscita per la gita, sonno, 4 giorni di tour de force per città musei monumenti, aereo di ritorno e dritti a letto. E a più di qualcuno invece una vacanza diversa: treno regionale fino al mare, visita ai parchi naturali e alle aziende di artigianato locali, spostamenti lenti e un’esperienza del luogo più legata alle cose fatte che a quelle viste.

Sono, queste, due idee di viaggio molto diverse tra loro, anche dal punto di vista delle emissioni di gas serra! Sì, perché se è vero che quando si viaggia è il momento di rilassarsi, è pure vero che oggi il settore del turismo rappresenta tra il 5% e l’8% delle emissioni globali, e sembra essere indirizzato verso una continua crescita nei prossimi anni.

Per questo, vale la pena provare a capire la sua impronta di carbonio a livello individuale. 

A partire dai dati dell’impronta della vita umana, possiamo calcolare le emissioni giornaliere di una persona in Italia, che corrispondono a una media di 20kg di CO2-equivalente. Alcune ricerche sul tema del turismo sostenibile hanno evidenziato come invece un turista medio in viaggio a Barcellona arrivi a emettere oltre 100kg di CO2-equivalente in un solo giorno di permanenza, e uno in Islanda dai 150kg a più di 200kg al giorno, a seconda della distanza dal luogo di origine.

La nostra impronta in vacanza è quindi dalle 5 alle 10 volte più grande di quella normale, e questo è in larga parte dovuto alle emissioni generate dai nostri spostamenti. Sì, perché oltre il 70% delle emissioni del turismo contemporaneo sono da rintracciare nei mezzi di trasporto usati, che oramai sono sempre più spesso gli aerei. 

In questo senso è Interessante vedere come l’Europa, e quindi proprio noi, guidiamo la classifica, con una prospettiva di crescita stimolata anche dalle compagnie low-cost. Con biglietti aerei venduti al prezzo di una t-shirt è normale che si voglia approfittare, almeno finché non esisterà una seria tassa sui carburanti aerei a portare i prezzi più vicini alla realtà.

L’accesso a spostamenti veloci e convenienti ha modificato il concetto stesso dei viaggi, rendendo le destinazioni più frequentate luoghi in cui si possano soddisfare i bisogni immediati dei turisti meno abituati a trovarsi fuori dall’ordinario.

Da qui, altre emissioni vengono quindi generate dalla ricostruzione di una zona di comfort per il turista che altrimenti non avrebbe ragione di esistere. Quando siamo in vacanza tendiamo a sprecare più risorse del normale, che siano energia (l’illuminazione e il condizionamento termico di un hotel sono meno regolabili che quelli casalinghi, e difficilmente il singolo cliente bada a queste cose), cibo (magari non ci piacciono tutte le pietanze locali, o le porzioni dell’hotel sono troppo grandi per i nostri standard) o altro.

Di quel 30% di emissioni che non vengono generate dal raggiungere la destinazione, infatti, una buona parte è da rintracciare nella struttura che ci accoglie, nella sua efficienza energetica e nella sua offerta di servizi, che può essere più o meno sostenibile. 

Cosa possiamo fare, allora, per ridurre tutti questi gas serra? Minimizzare il proprio impatto quando si viaggia passa da varie accortezze: prima di tutto, quando pensiamo alle nostre prossime vacanze chiediamoci se non ci sia un luogo vicino a noi che vale la pena provare, prima di arrivare fino a Bali per stare su una spiaggia deserta simile a quelle che trovano i turisti americani in Sardegna.

Ogni volta che ha senso farlo, pensiamo poi se è possibile prendere il treno invece dell’aereo per arrivare dove vorremmo. Per fare un esempio, l’Europa sta riattivando i treni notturni verso numerose destinazioni, e l’esperienza del viaggio in una carrozza del treno è di certo qualcosa da vivere e raccontare.

Ancora, cerchiamo di capire se esistano opzioni di viaggio sostenibili, che aiutano a entrare in contatto con la realtà locale senza per questo dover correre tra i monumenti senza avere il tempo di contestualizzarli e comprenderne a pieno la bellezza.

Presi nel complesso, queste proposte trasformano il volto della nostra vacanza tipo e il nostro impatto climatico, e siamo consapevoli che qualcuno possa non volere adottarle; tuttavia, prendere coscienza del nostro ruolo come responsabili della situazione attuale e futura e, ancor di più, potenziali agenti di cambiamento, può spingerci a modificare quelle (cattive) abitudini che ripetiamo spesso più per consuetudine che non per scelta.

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L’impronta di carbonio del formaggio

Al contadino non far sapere… quanto emette il formaggio con le pere!

Sì, perché se è vero che i gas serra generati dalla produzione della carne sono i più alti tra quelli alimentari che abbiamo visto finora, è anche vero che il formaggio è un diretto derivato animale, e come tale segue a stretto giro carne, affettati e insaccati di vario genere

Partendo dalle basi, in media il latte di mucca ha un’impronta di carbonio che va da 1 a 1.5 kg di CO2 equivalente per kg di prodotto. Per fare un rapido confronto, un litro di latte vegetale che ora possiamo trovare comunemente al supermercato (ma a che prezzi!) ha solitamente un terzo della stessa impronta, sia esso di riso, avena o mandorle.

Se consideriamo che la preparazione del formaggio ha bisogno di passaggi di lavorazione aggiuntivi, capiamo subito che la sua impronta non può che aumentare. Ma c’è differenza tra formaggi freschi e stagionati, molli e duri? Vediamolo insieme.

Abbiamo già avuto modo di vedere che la mozzarella, un derivato molto vicino al latte, ha un’impronta abbastanza alta. Infatti, se in una pizza media la mozzarella emette poco più di un kg di CO2 (perché usata in quantità limitate), quando la consideriamo da sola la questione è diversa: in media, una mozzarella arriva a emettere 9-10kg di CO2 per Kg di prodotto finito. Ma non è il formaggio con l’impronta di carbonio più grande: un chilo di gorgonzola può causare l’emissione di più di 10 volte il suo peso in anidride carbonica equivalente; la ricotta sfiora i 3 kg per kg di prodotto finito, mentre formaggi come il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano arrivano a 16 kg per kg di prodotto!

Se parte della differenza è dovuta ai processi produttivi necessari all’elaborazione dei singoli formaggi (un Parmigiano deve rimanere a stagionare per mesi, mentre la ricotta è un formaggio fresco), il resto dipende dalla quantità di grasso presente in ogni unità di prodotto. Un Parmigiano richiede 15,16 litri di latte mentre la ricotta circa 1, e formaggi come il gorgonzola quasi 10. In generale, i formaggi con un maggiore contenuto di grassi necessitano di più latte e lavorazione, per cui anche l’impronta di carbonio tenderà ad aumentare.

Quindi, da oggi niente più formaggi stagionati? Dipende. Come in tutti i casi in cui parliamo di cibo, la valutazione di cibi migliori o peggiori non si dovrebbe limitare solo all’impronta di carbonio correlata al peso, ma dovrebbe prendere in considerazione anche l’apporto calorico e quello nutritivo. Per fare un esempio, 100 grammi di ricotta non sono certamente gli stessi di centro grammi di Parmigiano, che apportano quasi il triplo delle calorie. 

Per questo, scegliere il formaggio “più conveniente” per l’ambiente non è semplice come potrebbe sembrare, anche perché, allargando il discorso, ci sono formaggi con un’impronta di carbonio anche maggiore di quella di alcuni tipi di carne. Per questo, la decisione migliore rimane quella della moderazione: non cambiare radicalmente le proprie abitudini quanto, magari, le quantità di ciò che si mangia, concedendosi un pezzo di parmigiano un po’ più piccolo a tavola e prendendo il resto delle proteine e delle calorie che ci servono da alimenti vegetali e più sostenibili, come la frutta secca; in generale, mangiando meno prodotti derivati animali per cercare di adottare un’alimentazione con una più grande componente vegetale.

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L’impronta di carbonio del Black Friday

Con Halloween dietro le spalle e il Natale alle porte molti di noi stanno pensando a regali da fare agli altri o a noi stessi. E il Black Friday sembra essere qui esattamente per rispondere a questa esigenza, dandoci un giorno dedicato a soddisfare il nostro desiderio di prenderci cura di qualcuno o toglierci uno sfizio. Per questo non possiamo esimerci da una puntata speciale delle nostre impronte in cui parlare un po’ della sostenibilità nei nostri acquisti.

Se sono mesi che aspettate questo giorno e avete già nel carrello quello che vi serve, la rubrica di oggi non è per voi, ma ricordatevi di scegliere le opzioni di spedizione migliori per il clima; se invece siete tra quelli che si farebbero volentieri tentare da qualche offerta in questi giorni continuate a leggere, perché cercheremo come migliorare la nostra impronta durante eventi come Black Friday, Cyber Monday e Single’s Day.

Che un evento come il Black Friday spinga ad acquisti compulsivi è facile da capire: prezzi stracciati, spedizioni gratuite, tutto elaborato in modo da farci comprare quella maglietta in più che non ci dispiace, di qualità scadente, e che metteremo poche volte prima che si buchi. Il problema, tuttavia, non è certamente nuovo: i periodi di saldi rispondono alla medesima esigenza, cercando di stimolare il consumo prima delle Feste e di liberarsi delle rimanenze di magazzino in seguito. La questione, ora, è piuttosto legata alla scala degli acquisti, ossia alla quantità di cose che compriamo, e al fatto che, essendo oramai in una vera e propria emergenza climatica, dovremmo cominciare a pensare un po’ di più a ciò che acquistiamo.

Facciamo un esempio tra tutti: le scarpe della Lidl a 13 euro. Scarpe che qualcuno di noi potrebbe aver comprato più per divertimento che per bisogno; che però sono state prodotte con vari materiali, assemblati uno dopo l’altro da qualcuno in qualche luogo del mondo e trasportate fino a noi; che verranno usate qualche tempo e poi, valendo il loro prezzo, si romperanno e getteremo, perché non vale la pena far riparare delle scarpe da 10 euro. 

La conseguenza? Combustibili fossili usati per la produzione e per il trasporto, plastica creata per i materiali, un rifiuto difficilmente riciclabile in più in discarica; e tutto in quei modici 13 euro.

Se applichiamo lo stesso pensiero a tutto ciò che “ci stuzzica” su una piattaforma di acquisto online o in negozio ci rendiamo conto che forse dovremmo comprare molte meno cose, o almeno molto meglio.

In effetti, esistono molti modi di migliorare un’impronta di questo tipo, per cui tanto vale preparare una lista in ordine di importanza:

  • Chiederci se abbiamo davvero bisogno di quello che stiamo per comprare;
  • Chiederci se possiamo comprare qualcosa di simile che abbia un minore impatto ambientale e climatico;
  • Chiederci se abbiamo scelto, tra gli acquisti dello stesso tipo, l’alternativa più sostenibile (o se almeno ne ho cercate!);
  • Chiederci se abbiamo scelto il metodo più sostenibile per acquistarlo: che metodo di spedizione abbiamo preferito? La piattaforma su cui acquistiamo come si comporta, generalmente, rispetto all’emergenza climatica?
  • Chiederci se possiamo compensare il nostro acquisto in qualche modo: per tutto quello

Se questo ci fa pensare “ma allora così non comprerò più nulla!”, è perché diventiamo consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni anche in questo ambito, ma questo non deve spaventarci: è solo così, infatti, che possiamo cambiare la realtà perché ci renda più facile rispondere positivamente alle domande che abbiamo menzionato.

Che vuol dire?

Le grandi aziende seguono le nostre scelte, oltre a cercare di guidarle, e questo accade anche in merito alle decisioni ambientali: siamo sicuri che abbiate notato quanti prodotti verdi vengano oramai pubblicizzati, quanto le aziende cerchino di apparire sempre più ecocompatibili (alcune, a dir la verità, facendo greenwashing più che trasformandosi in realtà più sostenibili). Insomma, le cose stanno già cambiando, e tutto per merito della maggiore sensibilità ambientale che stiamo sviluppando tutti quanti.Lo stesso può avvenire per eventi come il Black Friday: una grande piattaforma di shopping online ha annunciato che compenserà tutte le emissioni legate alle spedizione durante Black Friday e Cyber Monday. Una trovata di marketing, certamente, ma che ha comunque una conseguenza parzialmente positiva sulla realtà, e apre a una “concorrenza verde” che è il seme delle trasformazioni che dovrebbero avvenire nell’economia perché davvero possiamo definire le nostre vite in maniera più sostenibile.

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L’impronta di carbonio di un animale domestico

Al 2019, in Italia la metà della popolazione aveva almeno un animale domestico. I più quotati? Sorprendentemente gli uccelli (circa 13 milioni), seguiti da gatti (7.5 milioni) e cani (7 milioni). In tutto, 32 milioni di compagni animali ci aspettano, divertono, consolano ogni giorno. E in cambio? Il nostro amore, certo, ma anche qualcosa di più: una piccola impronta di carbonio da aggiungere alla nostra.

Calcolare quanto l’avere un animale domestico possa influire sulla nostra impronta di carbonio non è facile, perché i fattori da considerare nel conto assomigliano parzialmente a quelli riguardanti la vita umana: l’impronta di carbonio di un gatto che viaggia molto in aereo è di certo superiore a quella di un gatto “sedentario”, così come un pastore tedesco consuma più cibo di un pincher. In media, possiamo però dire che in un anno un cane emette tra 350 e 1400 kg di CO2 equivalente, mentre un gatto si ferma a valori approssimativi tra 150 e 250kg. Una buona percentuale di questa impronta dipende dalla dieta degli animali, in cui la carne è componente principale (e, in alcuni casi, indispensabile).

In termini comparativi, quindi, avere un cane è un po’ come bere una bottiglia di rosso al giorno, o andare a un concerto almeno una volta alla settimana. Per compensare la vita di un cane occorrerebbe piantare almeno una ventina di alberi nel nostro giardino, e farli crescere assieme a lui.
Pensare a come ridurre un’impronta simile, allora, non è certamente un’ingenuità.

La cosa positiva è che possiamo applicare agli animali molte delle considerazioni che facciamo per noi stessi: cibo più sostenibile, shampoo eco-compatibili, cambio di cellulare ogni 5 anni invece che 2 (scherziamo!). 

Il cibo, prima di ogni altra cosa, merita speciale attenzione: negli ultimi anni il comparto animale ha visto una considerevole crescita di cibo di alta qualità, che al pari di quello umano richiede acqua e terreno. Soprattutto nel caso degli animali carnivori, questo ha un chiaro effetto sull’impronta di carbonio, che cresce quanto più gli animali non si nutrono più di risultanze ma godono di una produzione alimentare dedicata. Per questo, tornare a un’alimentazione meno “umanizzata” potrebbe ridurre l’impatto del nostro animale domestico, così come una riduzione nelle quantità che, soprattutto da noi in occidente, sono spesso sproporzionate. Un esempio? Più della metà dei cani e gatti in america sono in sovrappeso o obesi

Per il resto, ogni azione che possa limitare l’impatto del nostro animale domestico è un passo avanti per la sostenibilità; ulteriore passo avanti è adottare animali domestici invece che comprarne, perché nel primo caso evitiamo di creare una domanda addizionale, e quindi una bocca da sfamare, nel mercato. Un mercato che, tra l’altro già viene caratterizzato da abbandoni. Ultima possibilità è quella di scegliere un animale con un impatto ambientale minore, come un roditore o un rettile; quale scusa migliore dell’ambiente per soddisfare il vostro segreto desiderio di un serpente domestico?
Insomma, quando pensiamo al nostro impatto sul pianeta possiamo anche includere nelle nostre ricerche di una vita più sostenibile i nostri animali domestici; tenendo comunque sempre a mente che anche il cane più grande emetterà almeno 5 volte meno di quanto non facciamo noi.

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L’impronta di carbonio dello spreco alimentare

Fino ad oggi, nella nostra rubrica, abbiamo cercato di fornire qualche riferimento sulla quantità di gas a effetto serra che vengono emessi da quello che facciamo, mangiamo o utilizziamo; ma quanto sappiamo delle emissioni di tutto ciò che non arriva nemmeno a noi, e cioè di ciò che viene perduto durante i processi di produzione e trasporto? 

Proviamo ad affrontare l’argomento nel contesto alimentare, e quindi cercare di capire qual è l’impronta di carbonio dello spreco e della perdita di cibo. 

Volendo subito chiarire i concetti, con perdita di cibo intendiamo l’insieme del cibo che viene scartato, bruciato o gettato ancor prima di giungere alla vendita. Un esempio sono gli ortaggi considerati “brutti”, che quindi non venderebbero e vengono spesso lasciati nei cambi nonostante lo sforzo effettuato per coltivarli. Lo spreco di cibo, invece, è rappresentato da tutto quello che viene gettato da venditori diretti e indiretti e dai consumatori, ovvero noi. Nello spreco di cibo possiamo includere tutti i prodotti che scadono, rimangono invenduti a fine giornata (pensiamo ai forni e alle pasticcerie!), vengono scartati nei ristoranti (e non solo) e che gettiamo una volta giunti a casa nostra per i motivi più disparati. 

Pensandoci bene, la quantità di cibo che stiamo cercando di considerare non è poca; nel 2011 la FAO ha provato a quantificarla, arrivando alla stima di 1.3 miliardi di tonnellate di cibo perso o sprecato globalmente. Parlando di emissioni, altre ricerche ci dicono che a questo spreco corrisponde l’emissione di 3.3 miliardi di tonnellate di CO2. Ricordando che queste sono stime approssimative, perché è impossibile calcolare numeri globali con estrema precisione, e che quella che cerchiamo di dare è solo un’idea generale delle emissioni di CO2 totali, possiamo quindi dire che a 1 kg di cibo prodotto e mai consumato corrispondono 2 kg di CO2!

Quali sono i cibi che più spesso non arrivano alla nostra tavola? Secondo gli ultimi dati, principalmente prodotti cerealicoli e legumi, seguiti da tuberi e prodotti vegetali utilizzati per produrre oli (come le palme e la colza). Questi prodotti costituiscono circa l’80% del cibo perso o sprecato globalmente! Questo perché il loro valore per chilogrammo prodotto è molto basso, e porta a una gestione della catena di produzione poco sostenibile. 

Ma come mai l’impronta di carbonio dello spreco di cibo è così alta, se a essere sprecati sono principalmente legumi, cereali e altri prodotti che solitamente emettono poca  CO2?

La verità è che molto dipende dal luogo in cui il cibo viene prodotto: se coltivare tuberi in Europa emette in media meno di un kg di anidride carbonica, farlo in Australia può arrivare a generare più del triplo di emissioni. Così, a livello globale, l’impronta di carbonio del cibo diventa piuttosto alta. 

Insomma, la lotta allo spreco e alla perdita di cibo è almeno tanto importante quanto scegliere cibi più sostenibili per il pianeta. Nel nostro quotidiano possiamo contribuire in vari modi ad abbassare l’impronta di carbonio di questa puntata: comprando solo quello che ci serve al supermercato; utilizzando app che permettono di recuperare gli avanzi di cibo della giornata dai venditori; e portando con noi quello che non finiamo di mangiare al ristorante, perché no! 

Ogni piccolo gesto è importante, perché se lo spreco e la perdita di cibo fossero un Paese, sarebbero il terzo per quantità di emissioni dopo Stati Uniti e Cina!

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Qual è l’imponta di carbonio di una vita umana?

Siamo oramai al decimo episodio di questa rubrica: è ora di dare una degna chiusura alla prima stagione del carbon footprint, ed è giusto farlo con alcune riflessioni.
Per questo, oggi parleremo dell’impronta di carbonio della vita umana. Non più, quindi, di un solo prodotto, né di singolo evento, ma della nostra intera esistenza dalla culla alla tomba. 

Un calcolo del genere, ovviamente, non si può effettuare con precisione, perché la quantità di variabili da includere è davvero enorme. Possiamo però cercare di fare qualche stima per avere un’idea di quanto vivere in Italia nel XXI secolo comporti in termini di emissioni di gas serra. Secondo l’OCSE, un Italiano emette annualmente circa 7 tonnellate di gas serra. Stiamo parlando dell’equivalente di 350.000 alberi cittadini, che non dovrebbero far altro che prelevare i nostri gas serra dall’atmosfera, per tutto l’anno.Vivendo 80 anni, e mantenendo le nostre attuali abitudini fino al 2100, ognuno di noi finirebbe per emettere più di mezzo milione di kg di gas serra.

Ma in effetti, quanto pesano in questo calcolo le nostre abitudini? Molto. Lo abbiamo visto nelle puntate precedenti, e la verità è che, secondo gli studi, più si consuma e più il proprio impatto sul pianeta cresce. Pensate che, in media, un Italiano emette almeno quanto 6 Ugandesi; ora pensate che questa stessa media viene fortemente influenzata dal consumo (e quindi, spesso, dalla ricchezza) personale, per cui un Italiano benestante potrebbe arrivare ad emettere il doppio di uno meno abbiente. 

Questa riflessione può portarci immediatamente a una considerazione: se continuiamo a intendere lo sviluppo solamente come capacità di consumare rischiamo di rimanere bloccati in un circolo vizioso di sfruttamento delle risorse naturali. Cosa possiamo fare, allora, nel nostro piccolo? 

Innanzi tutto conviene considerare le emissioni come parte di un impatto più grande sul pianeta, che comprende anche l’uso del suolo e delle sue risorse. Il sito migliore per farlo è di sicuro questo: https://www.footprintcalculator.org/ – in alto a destra si può selezionare la lingua italiana. Una volta calcolato il nostro impatto sul pianeta, vanno cercate le soluzioni per ridurlo! Noi ne abbiamo offerta qualcuna, ma ne esistono davvero tante. Di base è sempre bene ricordare che, per una cosa a cui non siamo pronti a rinunciare, ne esiste un’altra grazie a cui possiamo già fare la differenza con uno sforzo minimo.

Ma ridurre tutto al singolo può essere limitante, ed è bene ricordarlo. Per quanto i cambiamenti individuali siano fondamentali per migliorare il pianeta, è solo quando questi diventano esempio e pungolo per gli altri (che siano amici, rappresentanti politici o aziende multinazionali) che realizzano il proprio potenziale di trasformazione. In altre parole, se da soli si può salvare “il proprio giardino”, solamente coinvolgendo tutti quanti saremo in grado di tutelare una foresta.Questo può avvenire in vari modi: ispirando e guidando altri nel cambiamento, votando le persone che possano rappresentare adeguatamente le necessità di una sfida globale come quella del clima, spronando chi ha un’impresa a migliorare i propri aspetti meno sostenibili ; insomma, facendosi sentire. 

Solo così quell’impronta che lasciamo sul pianeta può diventare un segno effettivamente positivo del nostro passaggio. 

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L’impronta di carbonio della bresaola

Già vi vediamo: “No dai, tutto ma questo no, per favore la bresaola no! Abbiate pietà!”. Ma a volte diventare consapevoli significa dover vedere crollare alcune certezze, e oggi, forse, è il turno di uno dei prodotti più apprezzati in Italia.

Ogni volta che compriamo un etto di affettato (che sia salame o prosciutto) ci portiamo a casa anche un chilo e mezzo di CO2 emessa per produrlo, trasformarlo e lavorarlo. Giusto per fare un confronto, con lo stesso “budget” di emissioni potremmo comprare cento grammi di nocciole o arachidi, cento di mandorle o pistacchi, cento di pomodorini, pane e olio in abbondanza per le bruschette e anche una birra; insomma due aperitivi molto diversi tra loro.

Ma questo riguarda comunque la carne di maiale, che è molto meno impattante sul clima di quella dei bovini. In effetti, i numeri della bresaola sono ancora più alti: con qualche approssimazione possiamo dire che emette almeno 2kg e fino a 3.5kg di CO2 ogni 100 grammi! Parliamo di più del doppio del maiale, e abbastanza da permetterci di condividere l’aperitivo di prima con almeno 2 o 3 amici.

In questa impronta rientrano, a volte, anche le emissioni dovute al fatto che una buona parte della carne usata per la bresaola viene importata dal Brasile. Sì, perché quello che viene protetto dal marchio IGP è la preparazione del salume, ma non la provenienza della carne.
Insomma, indirettamente il nostro amore per un pasto gustoso ma con pochi grassi contribuisce alla deforestazione in Amazzonia. Nemmeno tanto indirettamente, in verità.

Ma allora, che fare? Dovremmo davvero rinunciare alla bresaola, tra emissioni e distruzione degli ecosistemi? Beh, smettere da un giorno all’altro potrebbe essere controproducente, nel lungo periodo. E poi anche il gusto può essere un diritto personale.

Proviamo allora a guardare la questione da un altro punto di vista: imparando a cucinare un’ottima parmigiana potremmo sostituire la carne in uno dei nostri pasti settimanali, magari condividendo il tutto sui social e influenzando persone lontane migliaia di chilometri. In breve, potremmo riuscire a sensibilizzare attraverso l’esempio ancor più persone che con le parole, e contribuire alla riduzione delle emissioni senza per questo dover fare da subito enormi rinunce.

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L’impronta di carbonio di una Università

Calcolare le emissioni di un oggetto è cosa facile, anche se non sempre: basta sommare le emissioni dovute alla sua produzione, ai materiali di cui è composto, al suo utilizzo e allo smaltimento. Ma cosa succede se invece pensiamo all’impronta di carbonio di un’impresa, di un insieme di persone e azioni, di un’infinità di oggetti che vengono usati tutti assieme per un unico scopo? Cosa succede se, per esempio, vogliamo calcolare l’impronta di carbonio di un’università?

Qualche Ateneo ci ha provato, per cercare di ridurre i propri sprechi; capire l’entità di un problema è il primo passo per poterlo affrontare. Confrontando diverse Università, sia italiane che straniere, otteniamo numeri abbastanza simili. Numeri, a pensarci, disarmanti: un’università emette più di 30000 tonnellate di CO2 ogni anno, l’equivalente del potenziale di sequestro di più di un milione di alberi.

Cosa genera tutti questi gas serra? Prevalentemente due elementi che, di solito, vengono enormemente diluiti nel calcolo di un singolo oggetto: il trasporto dei dipendenti e l’energia necessaria a mandare avanti l’intera impresa. Questo perché un’università è costituita dalle migliaia di persone che la frequentano, e che dunque contribuiscono ad aumentarne l’impatto sul clima. Se prendiamo un’azienda “tipica” del settore servizi, otteniamo dati meno mostruosi: tra le 2000 e le 3000 tonnellate di CO2 ogni anno. Ricordiamo, comunque, che parliamo di emissioni tali da superare le colazioni di un milione di persone, caffè compresi.

Per questo parlare di efficienza energetica è fondamentale: pensate a quanti sforzi si potrebbero risparmiare riducendo i consumi di un’azienda, rifacendo l’isolamento termico oppure promuovendo una forma di lavoro flessibile e una mobilità più ecocompatibile per i dipendenti. L’Italia lo ha capito e sta promuovendo incentivi in questa direzione, ma parlare con numeri precisi può dare un’idea migliore di quanto potremmo risparmiare al pianeta decidendo di rendere “verdi” i nostri luoghi di lavoro.