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L’impronta di carbonio del Black Friday

Con Halloween dietro le spalle e il Natale alle porte molti di noi stanno pensando a regali da fare agli altri o a noi stessi. E il Black Friday sembra essere qui esattamente per rispondere a questa esigenza, dandoci un giorno dedicato a soddisfare il nostro desiderio di prenderci cura di qualcuno o toglierci uno sfizio. Per questo non possiamo esimerci da una puntata speciale delle nostre impronte in cui parlare un po’ della sostenibilità nei nostri acquisti.

Se sono mesi che aspettate questo giorno e avete già nel carrello quello che vi serve, la rubrica di oggi non è per voi, ma ricordatevi di scegliere le opzioni di spedizione migliori per il clima; se invece siete tra quelli che si farebbero volentieri tentare da qualche offerta in questi giorni continuate a leggere, perché cercheremo come migliorare la nostra impronta durante eventi come Black Friday, Cyber Monday e Single’s Day.

Che un evento come il Black Friday spinga ad acquisti compulsivi è facile da capire: prezzi stracciati, spedizioni gratuite, tutto elaborato in modo da farci comprare quella maglietta in più che non ci dispiace, di qualità scadente, e che metteremo poche volte prima che si buchi. Il problema, tuttavia, non è certamente nuovo: i periodi di saldi rispondono alla medesima esigenza, cercando di stimolare il consumo prima delle Feste e di liberarsi delle rimanenze di magazzino in seguito. La questione, ora, è piuttosto legata alla scala degli acquisti, ossia alla quantità di cose che compriamo, e al fatto che, essendo oramai in una vera e propria emergenza climatica, dovremmo cominciare a pensare un po’ di più a ciò che acquistiamo.

Facciamo un esempio tra tutti: le scarpe della Lidl a 13 euro. Scarpe che qualcuno di noi potrebbe aver comprato più per divertimento che per bisogno; che però sono state prodotte con vari materiali, assemblati uno dopo l’altro da qualcuno in qualche luogo del mondo e trasportate fino a noi; che verranno usate qualche tempo e poi, valendo il loro prezzo, si romperanno e getteremo, perché non vale la pena far riparare delle scarpe da 10 euro. 

La conseguenza? Combustibili fossili usati per la produzione e per il trasporto, plastica creata per i materiali, un rifiuto difficilmente riciclabile in più in discarica; e tutto in quei modici 13 euro.

Se applichiamo lo stesso pensiero a tutto ciò che “ci stuzzica” su una piattaforma di acquisto online o in negozio ci rendiamo conto che forse dovremmo comprare molte meno cose, o almeno molto meglio.

In effetti, esistono molti modi di migliorare un’impronta di questo tipo, per cui tanto vale preparare una lista in ordine di importanza:

  • Chiederci se abbiamo davvero bisogno di quello che stiamo per comprare;
  • Chiederci se possiamo comprare qualcosa di simile che abbia un minore impatto ambientale e climatico;
  • Chiederci se abbiamo scelto, tra gli acquisti dello stesso tipo, l’alternativa più sostenibile (o se almeno ne ho cercate!);
  • Chiederci se abbiamo scelto il metodo più sostenibile per acquistarlo: che metodo di spedizione abbiamo preferito? La piattaforma su cui acquistiamo come si comporta, generalmente, rispetto all’emergenza climatica?
  • Chiederci se possiamo compensare il nostro acquisto in qualche modo: per tutto quello

Se questo ci fa pensare “ma allora così non comprerò più nulla!”, è perché diventiamo consapevoli delle conseguenze delle nostre azioni anche in questo ambito, ma questo non deve spaventarci: è solo così, infatti, che possiamo cambiare la realtà perché ci renda più facile rispondere positivamente alle domande che abbiamo menzionato.

Che vuol dire?

Le grandi aziende seguono le nostre scelte, oltre a cercare di guidarle, e questo accade anche in merito alle decisioni ambientali: siamo sicuri che abbiate notato quanti prodotti verdi vengano oramai pubblicizzati, quanto le aziende cerchino di apparire sempre più ecocompatibili (alcune, a dir la verità, facendo greenwashing più che trasformandosi in realtà più sostenibili). Insomma, le cose stanno già cambiando, e tutto per merito della maggiore sensibilità ambientale che stiamo sviluppando tutti quanti.Lo stesso può avvenire per eventi come il Black Friday: una grande piattaforma di shopping online ha annunciato che compenserà tutte le emissioni legate alle spedizione durante Black Friday e Cyber Monday. Una trovata di marketing, certamente, ma che ha comunque una conseguenza parzialmente positiva sulla realtà, e apre a una “concorrenza verde” che è il seme delle trasformazioni che dovrebbero avvenire nell’economia perché davvero possiamo definire le nostre vite in maniera più sostenibile.

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L’impronta di carbonio di un animale domestico

Al 2019, in Italia la metà della popolazione aveva almeno un animale domestico. I più quotati? Sorprendentemente gli uccelli (circa 13 milioni), seguiti da gatti (7.5 milioni) e cani (7 milioni). In tutto, 32 milioni di compagni animali ci aspettano, divertono, consolano ogni giorno. E in cambio? Il nostro amore, certo, ma anche qualcosa di più: una piccola impronta di carbonio da aggiungere alla nostra.

Calcolare quanto l’avere un animale domestico possa influire sulla nostra impronta di carbonio non è facile, perché i fattori da considerare nel conto assomigliano parzialmente a quelli riguardanti la vita umana: l’impronta di carbonio di un gatto che viaggia molto in aereo è di certo superiore a quella di un gatto “sedentario”, così come un pastore tedesco consuma più cibo di un pincher. In media, possiamo però dire che in un anno un cane emette tra 350 e 1400 kg di CO2 equivalente, mentre un gatto si ferma a valori approssimativi tra 150 e 250kg. Una buona percentuale di questa impronta dipende dalla dieta degli animali, in cui la carne è componente principale (e, in alcuni casi, indispensabile).

In termini comparativi, quindi, avere un cane è un po’ come bere una bottiglia di rosso al giorno, o andare a un concerto almeno una volta alla settimana. Per compensare la vita di un cane occorrerebbe piantare almeno una ventina di alberi nel nostro giardino, e farli crescere assieme a lui.
Pensare a come ridurre un’impronta simile, allora, non è certamente un’ingenuità.

La cosa positiva è che possiamo applicare agli animali molte delle considerazioni che facciamo per noi stessi: cibo più sostenibile, shampoo eco-compatibili, cambio di cellulare ogni 5 anni invece che 2 (scherziamo!). 

Il cibo, prima di ogni altra cosa, merita speciale attenzione: negli ultimi anni il comparto animale ha visto una considerevole crescita di cibo di alta qualità, che al pari di quello umano richiede acqua e terreno. Soprattutto nel caso degli animali carnivori, questo ha un chiaro effetto sull’impronta di carbonio, che cresce quanto più gli animali non si nutrono più di risultanze ma godono di una produzione alimentare dedicata. Per questo, tornare a un’alimentazione meno “umanizzata” potrebbe ridurre l’impatto del nostro animale domestico, così come una riduzione nelle quantità che, soprattutto da noi in occidente, sono spesso sproporzionate. Un esempio? Più della metà dei cani e gatti in america sono in sovrappeso o obesi

Per il resto, ogni azione che possa limitare l’impatto del nostro animale domestico è un passo avanti per la sostenibilità; ulteriore passo avanti è adottare animali domestici invece che comprarne, perché nel primo caso evitiamo di creare una domanda addizionale, e quindi una bocca da sfamare, nel mercato. Un mercato che, tra l’altro già viene caratterizzato da abbandoni. Ultima possibilità è quella di scegliere un animale con un impatto ambientale minore, come un roditore o un rettile; quale scusa migliore dell’ambiente per soddisfare il vostro segreto desiderio di un serpente domestico?
Insomma, quando pensiamo al nostro impatto sul pianeta possiamo anche includere nelle nostre ricerche di una vita più sostenibile i nostri animali domestici; tenendo comunque sempre a mente che anche il cane più grande emetterà almeno 5 volte meno di quanto non facciamo noi.

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L’impronta di carbonio dello spreco alimentare

Fino ad oggi, nella nostra rubrica, abbiamo cercato di fornire qualche riferimento sulla quantità di gas a effetto serra che vengono emessi da quello che facciamo, mangiamo o utilizziamo; ma quanto sappiamo delle emissioni di tutto ciò che non arriva nemmeno a noi, e cioè di ciò che viene perduto durante i processi di produzione e trasporto? 

Proviamo ad affrontare l’argomento nel contesto alimentare, e quindi cercare di capire qual è l’impronta di carbonio dello spreco e della perdita di cibo. 

Volendo subito chiarire i concetti, con perdita di cibo intendiamo l’insieme del cibo che viene scartato, bruciato o gettato ancor prima di giungere alla vendita. Un esempio sono gli ortaggi considerati “brutti”, che quindi non venderebbero e vengono spesso lasciati nei cambi nonostante lo sforzo effettuato per coltivarli. Lo spreco di cibo, invece, è rappresentato da tutto quello che viene gettato da venditori diretti e indiretti e dai consumatori, ovvero noi. Nello spreco di cibo possiamo includere tutti i prodotti che scadono, rimangono invenduti a fine giornata (pensiamo ai forni e alle pasticcerie!), vengono scartati nei ristoranti (e non solo) e che gettiamo una volta giunti a casa nostra per i motivi più disparati. 

Pensandoci bene, la quantità di cibo che stiamo cercando di considerare non è poca; nel 2011 la FAO ha provato a quantificarla, arrivando alla stima di 1.3 miliardi di tonnellate di cibo perso o sprecato globalmente. Parlando di emissioni, altre ricerche ci dicono che a questo spreco corrisponde l’emissione di 3.3 miliardi di tonnellate di CO2. Ricordando che queste sono stime approssimative, perché è impossibile calcolare numeri globali con estrema precisione, e che quella che cerchiamo di dare è solo un’idea generale delle emissioni di CO2 totali, possiamo quindi dire che a 1 kg di cibo prodotto e mai consumato corrispondono 2 kg di CO2!

Quali sono i cibi che più spesso non arrivano alla nostra tavola? Secondo gli ultimi dati, principalmente prodotti cerealicoli e legumi, seguiti da tuberi e prodotti vegetali utilizzati per produrre oli (come le palme e la colza). Questi prodotti costituiscono circa l’80% del cibo perso o sprecato globalmente! Questo perché il loro valore per chilogrammo prodotto è molto basso, e porta a una gestione della catena di produzione poco sostenibile. 

Ma come mai l’impronta di carbonio dello spreco di cibo è così alta, se a essere sprecati sono principalmente legumi, cereali e altri prodotti che solitamente emettono poca  CO2?

La verità è che molto dipende dal luogo in cui il cibo viene prodotto: se coltivare tuberi in Europa emette in media meno di un kg di anidride carbonica, farlo in Australia può arrivare a generare più del triplo di emissioni. Così, a livello globale, l’impronta di carbonio del cibo diventa piuttosto alta. 

Insomma, la lotta allo spreco e alla perdita di cibo è almeno tanto importante quanto scegliere cibi più sostenibili per il pianeta. Nel nostro quotidiano possiamo contribuire in vari modi ad abbassare l’impronta di carbonio di questa puntata: comprando solo quello che ci serve al supermercato; utilizzando app che permettono di recuperare gli avanzi di cibo della giornata dai venditori; e portando con noi quello che non finiamo di mangiare al ristorante, perché no! 

Ogni piccolo gesto è importante, perché se lo spreco e la perdita di cibo fossero un Paese, sarebbero il terzo per quantità di emissioni dopo Stati Uniti e Cina!

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Qual è l’imponta di carbonio di una vita umana?

Siamo oramai al decimo episodio di questa rubrica: è ora di dare una degna chiusura alla prima stagione del carbon footprint, ed è giusto farlo con alcune riflessioni.
Per questo, oggi parleremo dell’impronta di carbonio della vita umana. Non più, quindi, di un solo prodotto, né di singolo evento, ma della nostra intera esistenza dalla culla alla tomba. 

Un calcolo del genere, ovviamente, non si può effettuare con precisione, perché la quantità di variabili da includere è davvero enorme. Possiamo però cercare di fare qualche stima per avere un’idea di quanto vivere in Italia nel XXI secolo comporti in termini di emissioni di gas serra. Secondo l’OCSE, un Italiano emette annualmente circa 7 tonnellate di gas serra. Stiamo parlando dell’equivalente di 350.000 alberi cittadini, che non dovrebbero far altro che prelevare i nostri gas serra dall’atmosfera, per tutto l’anno.Vivendo 80 anni, e mantenendo le nostre attuali abitudini fino al 2100, ognuno di noi finirebbe per emettere più di mezzo milione di kg di gas serra.

Ma in effetti, quanto pesano in questo calcolo le nostre abitudini? Molto. Lo abbiamo visto nelle puntate precedenti, e la verità è che, secondo gli studi, più si consuma e più il proprio impatto sul pianeta cresce. Pensate che, in media, un Italiano emette almeno quanto 6 Ugandesi; ora pensate che questa stessa media viene fortemente influenzata dal consumo (e quindi, spesso, dalla ricchezza) personale, per cui un Italiano benestante potrebbe arrivare ad emettere il doppio di uno meno abbiente. 

Questa riflessione può portarci immediatamente a una considerazione: se continuiamo a intendere lo sviluppo solamente come capacità di consumare rischiamo di rimanere bloccati in un circolo vizioso di sfruttamento delle risorse naturali. Cosa possiamo fare, allora, nel nostro piccolo? 

Innanzi tutto conviene considerare le emissioni come parte di un impatto più grande sul pianeta, che comprende anche l’uso del suolo e delle sue risorse. Il sito migliore per farlo è di sicuro questo: https://www.footprintcalculator.org/ – in alto a destra si può selezionare la lingua italiana. Una volta calcolato il nostro impatto sul pianeta, vanno cercate le soluzioni per ridurlo! Noi ne abbiamo offerta qualcuna, ma ne esistono davvero tante. Di base è sempre bene ricordare che, per una cosa a cui non siamo pronti a rinunciare, ne esiste un’altra grazie a cui possiamo già fare la differenza con uno sforzo minimo.

Ma ridurre tutto al singolo può essere limitante, ed è bene ricordarlo. Per quanto i cambiamenti individuali siano fondamentali per migliorare il pianeta, è solo quando questi diventano esempio e pungolo per gli altri (che siano amici, rappresentanti politici o aziende multinazionali) che realizzano il proprio potenziale di trasformazione. In altre parole, se da soli si può salvare “il proprio giardino”, solamente coinvolgendo tutti quanti saremo in grado di tutelare una foresta.Questo può avvenire in vari modi: ispirando e guidando altri nel cambiamento, votando le persone che possano rappresentare adeguatamente le necessità di una sfida globale come quella del clima, spronando chi ha un’impresa a migliorare i propri aspetti meno sostenibili ; insomma, facendosi sentire. 

Solo così quell’impronta che lasciamo sul pianeta può diventare un segno effettivamente positivo del nostro passaggio. 

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L’impronta di carbonio della bresaola

Già vi vediamo: “No dai, tutto ma questo no, per favore la bresaola no! Abbiate pietà!”. Ma a volte diventare consapevoli significa dover vedere crollare alcune certezze, e oggi, forse, è il turno di uno dei prodotti più apprezzati in Italia.

Ogni volta che compriamo un etto di affettato (che sia salame o prosciutto) ci portiamo a casa anche un chilo e mezzo di CO2 emessa per produrlo, trasformarlo e lavorarlo. Giusto per fare un confronto, con lo stesso “budget” di emissioni potremmo comprare cento grammi di nocciole o arachidi, cento di mandorle o pistacchi, cento di pomodorini, pane e olio in abbondanza per le bruschette e anche una birra; insomma due aperitivi molto diversi tra loro.

Ma questo riguarda comunque la carne di maiale, che è molto meno impattante sul clima di quella dei bovini. In effetti, i numeri della bresaola sono ancora più alti: con qualche approssimazione possiamo dire che emette almeno 2kg e fino a 3.5kg di CO2 ogni 100 grammi! Parliamo di più del doppio del maiale, e abbastanza da permetterci di condividere l’aperitivo di prima con almeno 2 o 3 amici.

In questa impronta rientrano, a volte, anche le emissioni dovute al fatto che una buona parte della carne usata per la bresaola viene importata dal Brasile. Sì, perché quello che viene protetto dal marchio IGP è la preparazione del salume, ma non la provenienza della carne.
Insomma, indirettamente il nostro amore per un pasto gustoso ma con pochi grassi contribuisce alla deforestazione in Amazzonia. Nemmeno tanto indirettamente, in verità.

Ma allora, che fare? Dovremmo davvero rinunciare alla bresaola, tra emissioni e distruzione degli ecosistemi? Beh, smettere da un giorno all’altro potrebbe essere controproducente, nel lungo periodo. E poi anche il gusto può essere un diritto personale.

Proviamo allora a guardare la questione da un altro punto di vista: imparando a cucinare un’ottima parmigiana potremmo sostituire la carne in uno dei nostri pasti settimanali, magari condividendo il tutto sui social e influenzando persone lontane migliaia di chilometri. In breve, potremmo riuscire a sensibilizzare attraverso l’esempio ancor più persone che con le parole, e contribuire alla riduzione delle emissioni senza per questo dover fare da subito enormi rinunce.

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L’impronta di carbonio di una Università

Calcolare le emissioni di un oggetto è cosa facile, anche se non sempre: basta sommare le emissioni dovute alla sua produzione, ai materiali di cui è composto, al suo utilizzo e allo smaltimento. Ma cosa succede se invece pensiamo all’impronta di carbonio di un’impresa, di un insieme di persone e azioni, di un’infinità di oggetti che vengono usati tutti assieme per un unico scopo? Cosa succede se, per esempio, vogliamo calcolare l’impronta di carbonio di un’università?

Qualche Ateneo ci ha provato, per cercare di ridurre i propri sprechi; capire l’entità di un problema è il primo passo per poterlo affrontare. Confrontando diverse Università, sia italiane che straniere, otteniamo numeri abbastanza simili. Numeri, a pensarci, disarmanti: un’università emette più di 30000 tonnellate di CO2 ogni anno, l’equivalente del potenziale di sequestro di più di un milione di alberi.

Cosa genera tutti questi gas serra? Prevalentemente due elementi che, di solito, vengono enormemente diluiti nel calcolo di un singolo oggetto: il trasporto dei dipendenti e l’energia necessaria a mandare avanti l’intera impresa. Questo perché un’università è costituita dalle migliaia di persone che la frequentano, e che dunque contribuiscono ad aumentarne l’impatto sul clima. Se prendiamo un’azienda “tipica” del settore servizi, otteniamo dati meno mostruosi: tra le 2000 e le 3000 tonnellate di CO2 ogni anno. Ricordiamo, comunque, che parliamo di emissioni tali da superare le colazioni di un milione di persone, caffè compresi.

Per questo parlare di efficienza energetica è fondamentale: pensate a quanti sforzi si potrebbero risparmiare riducendo i consumi di un’azienda, rifacendo l’isolamento termico oppure promuovendo una forma di lavoro flessibile e una mobilità più ecocompatibile per i dipendenti. L’Italia lo ha capito e sta promuovendo incentivi in questa direzione, ma parlare con numeri precisi può dare un’idea migliore di quanto potremmo risparmiare al pianeta decidendo di rendere “verdi” i nostri luoghi di lavoro. 

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L’impronta di carbonio di un albero

Calcolare l’impronta di carbonio di un albero significa misurare la differenza tra l’anidride carbonica che sequestra durante la sua vita a quella che emette. Attraverso la fotosintesi, infatti, gli alberi trasformano CO2 in ossigeno (e viceversa), traendo energia dalle radiazioni solari. La quantità di anidride carbonica assorbita, tuttavia, cambia in base a molti fattori: prima di tutto perché, a seconda della specie, un albero potrebbe emettere o “sequestrare” un diverso quantitativo di CO2; poi perché un albero non sequestra anidride carbonica a un livello rilevante prima di alcuni anni (devono crescere anche loro, del resto!), e si ferma una volta giunto a una certa età. 

Proprio come noi, insomma, anche gli alberi hanno bisogno di tempo prima di mettersi a lavoro, e vanno “in pensione”, rimanendo tuttavia fondamentali a causa dell’anidride carbonica che trattengono nel terreno (un vero e proprio serbatoio). 

Nel complesso, comunque, l’impronta di carbonio di un albero è sempre negativa: con un po’ di libertà scientifica possiamo stimare che in un anno, un albero sequestra tra i 10 e i 20 kg di CO2. Questo in un contesto cittadino, perché in una foresta arriviamo anche a 50 kg di CO2 sequestrati in un anno:  l’equivalente di 60 pizze mangiate, o 5 concerti, o del bersi una bottiglia di vino a settimana (speriamo non da soli!).

Una gestione consapevole di boschi e foreste può anche aumentare questi coefficienti: attraverso la rimozione di alberi vecchi, il taglio di altri, perfino attraverso l’uso di incendi controllati, il potenziale di assorbimento di CO2 di un bosco può venire incrementato. 

Per quanto riguarda le città, pensiamo poi che all’anidride carbonica rimossa dovremmo sommare quella che gli alberi evitano, abbassando le temperature dei luoghi in cui vengono piantati (e quindi evitandoci l’uso dell’aria condizionata). 

Insomma, gli alberi sembrano poter essere una panacea alle nostre emissioni; e probabilmente starete già pensando di comprarne qualcuno online per compensare quel viaggio in aereo fatto qualche mese fa o diminuire l’impatto della vostra dieta. 

Se è così vi diciamo: “bravi! Siamo fieri di voi”, ma attenti a due ultime cose. 

La prima è che bisogna scegliere con cura da chi comprare un albero: abbiamo capito che, prima di 10 anni, il sequestro di carbonio potrebbe essere quasi nullo, quindi dovreste essere certi che l’albero che piantate oggi potrà crescere e sopravvivere per un periodo di almeno 40-50 anni per compensare adeguatamente le vostre emissioni. I siti che offrono il servizio di piantumazione dovrebbero allora garantire una durata minima di esistenza per ogni albero; alternativamente, l’opzione migliore rimane investire nei progetti che puntano a minimizzare la deforestazione, piuttosto che riforestare. 

Sì, perché il secondo punto da ricordare è che compensare non deve essere una scorciatoia: una foresta che scompare non è solo un insieme di alberi, ma un ecosistema interconnesso in cui flora e fauna sono protetti e mutualmente dipendenti. Piantare alberi individuali non è la stessa cosa, e ricreare un sistema forestale implica uno sforzo economico e scientifico enorme, che può venire risparmiato anche, nel nostro piccolo, limitando le abitudini insostenibili ogni volta che ne abbiamo il potere. 

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L’impronta di carbonio di una maglietta

Bere, mangiare, vestirsi sono le tre cose fondamentali che ci troviamo a fare ogni giorno prima di uscire da casa. Abbiamo già visto quali sono le impronte delle prime due, quindi non ci resta che tirare fuori gli scheletri dal nostro armadio. 

L’impronta di carbonio di una maglietta dipende da tantissimi fattori: la produzione dei materiali, il loro trasporto, la trasformazione, il nuovo trasporto verso il negozio, ma anche le emissioni dovute a lavaggio e stiraggio, e per finire lo smaltimento. Quanto utilizziamo un capo può influenzare molto la sua impronta di carbonio: se decido di tenere le magliette 3 anni, anziché 2, e di lavarle a bassa temperatura per non farle rovinare, allora avrò risparmiato al pianeta la produzione di una maglietta ogni 6 anni, oltre al minore costo energetico e ambientale legato all’uso.  Quelle emissioni risparmiate possono abbassare molto il conto finale. 

Ma ora passiamo a qualche numero. Una maglietta di cotone emette circa 2,2 kg di CO2.

Una maglietta in acrilico o altri materiali plastici, invece, ha una impronta più che doppia, e di circa 5 kg di CO2. Di base, comprando le prossime due magliette di cotone anziché in acrilico, potreste aggiungere un nuovo binge-watch di Game of Thrones al vostro conto senza sentirvi in colpa per le emissioni che causa.

è molto importante capire anche che una buona parte di queste emissioni viene causata da noi, ossia da quanto spesso laviamo e stiriamo ogni capo; la nostra compulsione per dei vestiti sempre pulitissimi potrebbe costare al clima più di quanto pensiamo, oltre a generare, nel caso dei materiali sintetici, la dispersione di microplastiche nell’ambiente

Quello dell’abbigliamento è un settore in cui c’è molto da fare per migliorare: nel 2015, solo l’uno per cento (1%!) dei prodotti d’abbigliamento veniva reintrodotto nella catena di produzione per essere riciclato (o come prodotto finale, o come materiale da trattare e riutilizzare per nuovi capi). Questo, oltre a risultare in una quantità enorme di rifiuti anche non riciclabili (quasi 40 tonnellate l’anno!), causa spreco di materiale e un’impronta di carbonio che potrebbe invece venire abbassata tramite riuso (prima) e riciclo (poi). 

Il commercio online ha cambiato alcune cose, smaterializzando fortemente il sistema di compravendita. Su duegradi abbiamo visto che comprare online non ha un effetto necessariamente negativo sulle emissioni (anche se lo ha sull’occupazione); se a questo seguisse un cambio nei consumi, con minori acquisti e un occhio alla qualità, si potrebbero risparmiare tonnellate di CO2 grazie a un mercato in cui ogni capo viene creato solo quando è venduto, e dunque grazie a alla mancata creazione di tutti quei prodotti “usa e getta” anche nell’ambito della moda. 

Per cui, se ci chiediamo come abbassare la nostra impronta di carbonio, conviene pensare a quanto ci importa avere vestiti di qualità, che però possano durare di più, piuttosto che altri che devono essere buttati dopo un anno perché già rovinati. Poi, pensare di dare nuova vita ai vestiti grazie ai negozi d’usato è una soluzione efficiente da due punti di vista: in molti luoghi d’Europa è così si continua a rinnovare il proprio guardaroba con un occhio all’ambiente e l’altro al portafogli. E in effetti non sembra davvero una cattiva idea.

L'impronta di carbonio di una birra

L’impronta di carbonio di una birra

Un caffé emette circa 21 grammi di anidride carbonica, e lo stesso vale per un té.
Se la bevanda mattutina, tuttavia, è molto leggera per l’ambiente, lo stesso non si può dire di quelle “serali”. Birra e vino, infatti, hanno impronte di carbonio più importanti, legate a processi produttivi complessi ed energivori. 

Una semplice birra può emettere tra i 300 e i 900 grammi di CO2, a seconda di quanto sia stata prodotta vicina a noi e come viene consumata. Una bottiglia emette più di un boccale, per esempio, perché il trasporto della birra è più efficiente nei fusti e i bicchieri vengono riutilizzati costantemente, cosa che non sempre avviene con i vuoti. 

Per quanto riguarda il vino, secondo calcoli effettuati in Italia una bottiglia di qualità qualsiasi emette circa 1 kg di CO2. Un bicchiere di rosso può essere quindi meno impattante di una birra (200 grammi di CO2).

Ma ora pensiamo alla bevanda per eccellenza, ossia l’acqua: se ragione sulle emissioni legate al suo consumo, possiamo facilmente capire che comprarla in bottiglia è molto peggio che utilizzare quella del rubinetto. Per quest’ultima, infatti, dobbiamo considerare le emissioni legate alla sua estrazione e quelle delle infrastrutture necessarie a portarcela fino a casa; infrastrutture che però funzionano per decine di anni e trasportano quantità enormi d’acqua. D’altra parte, l’acqua in bottiglia genera emissioni aggiuntive per la plastica in cui è trasportata, e per il trasporto continuo e limitato atto a spostarla per migliaia di chilometri. Anche se il materiale delle bottiglie è riciclabile, poi, la sua rilavorazione genera un dispendio di energia che emette altra CO2. 

Considerati questi elementi, l’acqua in bottiglia emette tra le 80 e le 100 volte più anidride carbonica di quella di rubinetto a parità di litri; sempre meglio, però, di bevande come la Coca Cola, per cui la compagnia non rilascia nemmeno dati precisi sull’impronta di carbonio. Forse spera che, finché i consumatori non avranno un numero esatto, possano continuare a credere che l’impatto ambientale di queste bevande sia minimo. 

Insomma, in questo caso diminuire la nostra impronta è piuttosto facile; pensate che ogni bottiglia d’acqua in meno sono quindici gocciole in più da potersi mangiare (climaticamente parlando, ma attenti alla linea!) oppure che da ora potrete abbracciare il vostro lato pigro quando uscite, e scegliere il té al posto di birra e vino spacciando la vostra per grande sensibilità climatica. 

Carbon Footprint concerto

L’impronta di carbonio di un concerto

Sono uno dei momenti più belli della nostra vita: per chi ci è stato, un concerto è sempre qualcosa di speciale e a cui, forse, non si vorrebbe mai rinunciare.
Purtroppo, gli eventi dal vivo emettono un grande quantitativo di CO2 nell’aria, contribuendo in maniera importante ad aumentare la nostra impronta di carbonio. 

In effetti, pensandoci meglio, un concerto implica spostare la band, l’entourage, i partecipanti, i materiali, cibo e bevande, e poi provvedere a gestione, sicurezza ed energia per tutta la durata dell’evento. Secondo diverse fonti, un concerto genera tra i 2 e i 10 kg di CO2 equivalente per persona. Non molto, direte voi, ma quando questi numeri vengono moltiplicati per il numero di spettatori si capisce facilmente che l’impatto di un evento tale può essere enorme: un concerto allo stadio olimpico può arrivare ad emettere 500 tonnellate di CO2; per compensare queste emissioni sarebbe necessario piantare più di 8000 nuovi alberi e lasciarli crescere per almeno 10 anni. 

Per questo, i Coldplay hanno recentemente annunciato di rinunciare ai propri tour finché non riusciranno a renderli “carbon-neutral”, ossia finché non riusciranno a minimizzare le emissioni di CO2 e compensare completamente quelle inevitabili. Ma non parliamo soltanto di musica: un evento come la Coppa del mondo può emettere fino a 3 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, praticamente come offrire una pizza all’intera popolazione degli Stati Uniti. 

Il mondo dello spettacolo sta per questo cercando di ridurre il proprio impatto sul pianeta, compensando le emissioni di carbonio tramite i biglietti o programmando eventi che minimizzino rifiuti e sprechi. 

Noi possiamo fare la nostra parte scegliendo di arrivare all’evento in maniera sostenibile (con car-sharing o treno, per esempio) e, magari, premiando i cantanti che mostrano di tenere davvero al clima e alla natura.