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A tavola con il cambiamento climatico: La pizza

A tavola con il cambiamento climatico: La pizza

Cosa (non) mangeremo e berremo, in futuro, se il cambiamento climatico si siede al nostro tavolo. 

di Verdiana Fronza

llustrazioni di Viola Madau

 

Indovina chi viene a cena

I cambiamenti climatici e il sistema alimentare odierno sono strettamente correlati.. Il modo in cui produciamo e consumiamo cibo genera da un quarto a un terzo delle emissioni globali di gas serra. Se prendiamo il modello produttivo su larga scala, esso si basa sull’uso di fertilizzanti inquinanti e comporta deforestazione e cambio di uso del suolo. A livello di consumi, quello di carne, il prodotto con la più elevata impronta di carbonio, dovrebbe aumentare fino al 60% entro il 2050. Questi sono solo alcuni esempi di come il sistema alimentare contribuisce alle emissioni climalteranti, favorendo eventi climatici estremi sempre più frequenti e intensi.

 

Questi a loro volta influiscono sul declino della produttività. Siccità, alluvioni e ondate di calore si lasciano dietro suoli sempre meno fertili, precipitazioni fuori dagli schemi e scarsità idrica, mentre in ecosistemi sempre più degradati e meno biodiversi è più facile la diffusione di agenti patogeni e la trasmissione di zoonosi. Tutti questi fattori danneggiano le coltivazioni, la produzione lattiero-casearia e di bestiame, le attività di pesca, generando insicurezza alimentare. E, Come afferma l’IPCC, gli effetti negativi del cambiamento climatico continueranno in un futuro di continuo riscaldamento globale, con ulteriori impatti sul sistema alimentare. 

 

Il cibo non è soltanto fonte di sostentamento, ha un valore emozionale, culturale e di memoria. La gastronomia si lega a temi identitari e un piatto può evocare ricordi e sensazioni – non per niente si parla spesso di comfort food. Quello del cibo come cultura e identità è un tema che andrebbe affrontato a sé, ma anche senza averlo approfondito siamo coscienti del legame che abbiamo verso ciò che mangiamo – basti considerare, da persona italiana, le diatribe con la cucina francese e americana e gli sguardi d’orrore verso la pizza con l’ananas.

 

Con questo in mente, se portiamo lo sguardo al nostro piatto, viene da chiedersi: sarà ancora possibile gustare i nostri cibi preferiti? E come cambierà la nostra alimentazione con l’andare del tempo? Con l’intento di far luce su questi interrogativi nasce la serie di articoli “A tavola con il cambiamento climatico”, che ogni mese esplorerà cosa (non) mangeremo e berremo, in futuro, se il cambiamento climatico si siede al nostro tavolo. 

 

E visto che si è scritto di pizza, partiamo proprio da questo piatto preferito per eccellenza, che ci fa sentire un po’ a casa ovunque ci troviamo nel mondo.

 

Pizza e cambiamento climatico

La pizza è un pilastro della cultura alimentare italiana e per prepararne una, nonostante siano necessarie buone abilità tecniche, bastano davvero pochi e semplici ingredienti. Tuttavia, anche questi potrebbero non essere più semplici da reperire con l’aumentare dei cambiamenti climatici.

Il grano. Alla base della pizza c’è innanzitutto la farina, e la più comune è quella di grano. In Italia, oltre il 50% del grano tenero utilizzato per la farina è importato principalmente dalla Francia, i paesi dell’Europa dell’Est e la Russia. Secondo gli studi citati dall’IPCC,  l’aumento delle temperature globali e i cambiamenti nei modelli di precipitazione avrebbero già influenzato negativamente la produzione di grano nelle zone dove le temperature erano una volta ottimali per la sua crescita. Anche la chimica atmosferica gioca un ruolo, poiché un’elevata concentrazione di ozono, associata a più alte temperature, può danneggiare i raccolti di grano, soprattutto in presenza di inquinanti atmosferici. 

 

Caldo e siccità hanno danneggiato la produzione in alcune regioni del Mediterraneo e del sud dell’Europa, con una diminuzione del rendimento a livello europeo del 2.5% rispetto al 1989. Le aree situate ad alte latitudini avrebbero invece tratto vantaggio dall’innalzamento delle temperature degli ultimi decenni. Questi effetti misti potrebbero continuare anche negli anni a venire. Eppure, uno studio del 2021 evidenzia che anche ad alte latitudini l’impatto potrebbe essere negativo: se in Francia, Germania e Cina la resa dei raccolti di grano dovrebbe aumentare grazie ad una primavera più lunga, maggiori temperature e una riduzione delle precipitazioni potrebbero ridurre i raccolti in Russia e nel nord-ovest degli Stati Uniti. Anche se il riscaldamento globale potrebbe favorire le zone oggi più fredde, va considerato che espandere la coltivazione di questo cereale per stare al passo con la domanda comporterebbe un ulteriore cambio di uso del suolo e delle colture tradizionali nelle aree che in futuro saranno idonee.

 

In generale, in futuro la produzione di grano dovrebbe diminuire del 1.9% a livello globale a causa dei cambiamenti climatici, con picchi del 15-16% al 2050 in Africa e nel sud dell’Asia ed effetti particolarmente negativi nelle zone vicine all’equatore, già miti e che dipendono in larga parte dall’irrigazione, come il nord dell’India. Verrebbero quindi colpiti alcuni dei grandi produttori mondiali di grano come Russia, India, Pakistan e Marocco. Allo stesso tempo, i prezzi dei raccolti dei cereali potrebbero aumentare fino al 29% nel 2050, mettendo a rischio la sicurezza alimentare soprattutto per le persone più vulnerabili. Inoltre, anche a livello nutrizionale i cambiamenti futuri influirebbero negativamente sul raccolto. Infatti, il grano cresciuto in un ambiente dove la concentrazione di CO2 è maggiore ha un minor contenuto di proteine, zinco e ferro. 

 

Il pomodoro. Una pizza margherita richiede anche una buona salsa di pomodoro. Eppure, secondo uno studio del 2022 apparso su Nature, nei tre maggiori produttori di pomodori da salsa, il cambiamento climatico porterebbe a una diminuzione della produttività del 6% entro il 2050 e, nello scenario più pessimistico, del 60% nel 2100. Questo è vero soprattutto per l’Italia: a Foggia, nel 2050, si prevede una diminuzione complessiva dei raccolti del 18%. 

 

Ma gli effetti negativi dei cambiamenti climatici sulle coltivazioni di pomodori non si fermano qui. Le piante di pomodoro sono estremamente vulnerabili alla scarsità idrica e all’incremento della salinità del suolo, entrambi fattori che riducono significativamente la resa. Da non sottovalutare sono gli effetti di temperature più alte, che danneggiano la produzione: superati i 25 gradi, vi sono impatti nell’impollinazione e l’allegagione e dopo i 30 gradi anche la maturazione ne risente. I pomodori sono anche sensibili ai raggi UV, quindi, in presenza di uno strato di ozono più degradato, diventano più suscettibili ad agenti patogeni – con conseguenti perdite nei raccolti.

 

La mozzarella. L’impronta ambientale e climatica della mozzarella è documentata in diversi studi che ne analizzano il ciclo di vita attraverso categorie d’impatto come l’eutrofizzazione delle acque, il cambiamento climatico e l’uso di risorse idriche. Al contrario, gli effetti del cambiamento climatico sulla produzione di mozzarella non sembrano essere stati oggetto di studio. Nonostante ciò, poiché la mozzarella si produce mediante la lavorazione del latte, uno sguardo agli effetti del cambiamento climatico su quest’ultimo può rendere l’idea per il futuro della mozzarella. 

 

Secondo i dati OMPZ sul mercato del latte in Italia, nel 2021 si sono prodotti circa 16 milioni di tonnellate di latte, di cui quasi tre milioni destinati a prodotti freschi, come la mozzarella. Tre milioni sono anche importati da paesi come Slovenia, Repubblica Ceca, Francia, Austria. Il cambiamento climatico ha impattato e continuerà ad incidere sul settore lattiero-caseario a causa dell’aumento delle temperature, della ridotta disponibilità e qualità dell’acqua e della diffusione di vettori patogeni che colpiscono la salute, il benessere e i processi riproduttivi, in particolare per i bovini da latte. Temperature più elevate e prolungati periodi di siccità comprometterebbero anche colture come quella del mais, con impatti negativi sulla disponibilità di mangimi. Inoltre, lo stress da calore in zone temperate, come in Germania, nel nord Italia e negli Stati Uniti, ha già influenzato la crescita e la riproduzione dei bovini da latte che, a causa delle alte temperature, assumono meno cibo e più acqua. La resa lattiera e la produzione di latte e formaggio risultano quindi danneggiate. 

 

L’olio d’oliva. La regione del Mediterraneo è patria dell’olio d’oliva, che conferisce ricchezza all’impasto della pizza e ne esalta i sapori. Questa zona è caratterizzata da condizioni di forte calore e siccità, soprattutto durante l’estate e, secondo l’IPCC, questi fattori si stanno estremizzando con il cambiamento climatico. Gli eventi climatici estremi stanno diventando più lunghi e frequenti, in proporzioni maggiori rispetto alla media globale, e includono ondate di calore, grandine, incendi e inondazioni. Quest’anno, il caldo estremo e la siccità correlati al cambiamento climatico hanno notevolmente ridotto la produzione di olio in Europa, impattando la Spagna, primo produttore di olio di oliva a livello mondiale, la Grecia, dove le alte temperature hanno favorito la diffusione di parassiti e la scarsa fruttificazione, e infine l’Italia. Secondo quanto riferito dalla CNN, dal 2022 al 2023 la produzione è calata del 20%. I prezzi, di conseguenza, sono aumentati.

 

In un futuro che vedrà il Mediterraneo soggetto a minori precipitazioni e più alte temperature, si proiettano anni sempre più difficili per la produzione di olio, con minori rese in termini quantitativi. Le temperature sempre più alte potrebbero modificare il pattern di crescita degli ulivi, accelerando la maturazione e risultando in raccolti più precoci. Nonostante la tolleranza alla siccità, queste piante possono soffrire lo stress idrico nelle fasi di fioritura e allegagione, con effetti nocivi sulla fotosintesi. Inoltre, l’estensione dell’area geografica di coltivazione dovuta al cambiamento climatico potrebbe accrescere l’impatto di parassiti e patogeni. Questi fattori agirebbero anche nelle aree olivicole italiane, mettendone a rischio la produzione futura.

 

…e il basilico. Giungendo al tocco finale di verde sulla nostra pizza, quello del basilico, scopriamo che anch’esso potrebbe essere danneggiato dal cambiamento climatico: elevate temperature del suolo riducono infatti la resa di questa pianta, inibendone la germinazione e la crescita.

Un futuro senza la pizza del sabato sera?

In conclusione, la produzione degli ingredienti base della pizza è influenzata dai cambiamenti climatici, e tale impatto è destinato ad aumentare nel tempo se non vengono adottate misure adeguate. Come evidenziato sopra, le temperature elevate, la siccità e l’aumento della concentrazione di ozono mettono le piante a rischio, esponendole a condizioni di calore estremo, stress idrico e rendendole più vulnerabili agli agenti patogeni. Anche nei casi in cui il cambiamento climatico può favorire la resa in nuove aree prima troppo fredde, questa non può essere la soluzione, perchè non tiene conto di ulteriori possibili impatti e non garantisce l’accessibilità del prodotto.

 

Esistono però sostanziali differenze per il futuro. Infatti, se un riscaldamento globale di 1.5 gradi mette a rischio la sicurezza alimentare, uno di 2 gradi avrebbe conseguenze ancora più gravi, e così via all’aumentare della gravità di ogni scenario, con condizioni sempre meno adatte alla produzione di molti alimenti. Un sostanziale cambio di traiettoria e l’agire per contenere e diminuire il riscaldamento globale e gli impatti del cambiamento climatico potrebbe salvare oggi, fra le molte cose, anche la pizza di domani. E non solo. Nel prossimo articolo si farà aperitivo con il cambiamento climatico, indagando il futuro di una bevanda classica delle serate italiane: lo spritz. 

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  • Verdiana Fronza

    Verdiana è attualmente in Perù per un servizio civile presso la FAO, dove segue progetti di sviluppo rurale e azione climatica. In passato si è occupata di politiche europee e sistemi alimentari.

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