Il maggior successo del movimento climatico
Illustrazioni di Martina Spinelli
Il quinto rapporto dell’IPCC
Dopo la fallimentare COP di Copenhagen del 2009, nelle conferenze successive si fecero solo timidi progressi con l’istituzione del Fondo Verde per il Clima per aiutare le nazioni in via di sviluppo in materia di cambiamenti climatici (COP di Cancun del 2010), estendendo l’accordo di Kyoto per il periodo 2013-2020 (COP di Doha del 2012) e concordando il principio del Loss and Damage, in base al quale le nazioni ricche dovrebbero risarcire quelle povere per i danni derivanti da eventi climatici estremi (COP di Varsavia del 2013).
Nel 2013 venne pubblicato il nuovo rapporto dell’IPCC che confermò definitivamente la causa antropica del riscaldamento globale classificata come “estremamente alta” (95-100%), rispetto alla classificazione “molto alta” (90-100%) del rapporto precedente. Come si legge nel documento, ormai per gli scienziati «il riscaldamento del sistema climatico è inequivocabile e, a partire dagli anni ’50, molti dei cambiamenti osservati non hanno precedenti nell’arco di millenni»: non ci sono più dubbi che gli oceani si siano riscaldati nel periodo 1971-2010, che sia in atto uno scioglimento dei ghiacci ai poli e in Groenlandia, che il livello del mare stia salendo e che il riscaldamento indotto dalle emissioni di gas climalteranti già accumulate nell’atmosfera durerà per molti secoli.
Ai fini delle previsioni sul clima nel prossimo futuro, una importante novità di questo rapporto è costituita dai Representative Concentration Pathways (RCP), cioè dalla definizione di scenari che permettano di legare le proiezioni future sul clima a diverse ipotesi di concentrazione dei gas serra. In questo modo il rapporto potè offrire stime diverse per diversi scenari, prendendo in considerazione l’ipotesi che l’incremento delle emissioni fosse continuato come negli ultimi decenni (business as usual) o quella che si intraprendessero strategie di mitigazione più o meno aggressive (ad esempio una più moderata che preveda una riduzione delle emissioni entro il 2070 per consentire una stabilizzazione della concentrazione di CO2 entro il 2100, oppure una più incisiva che con un taglio netto ne comporti l’azzeramento entro il 2080). Così l’aumento della temperatura per il 2100 venne stimato tra 3 e 5,5 °C nel caso peggiore e tra 0,25 e 1,75 °C nel caso più ottimistico. Con questo approccio è come se la comunità scientifica esplicitasse al mondo politico che il futuro dipende dalle loro scelte.
Questo rapporto dell’IPCC confermò definitivamente la percezione, che si stava lentamente facendo strada nella pubblica opinione, circa il legame tra eventi estremi sempre più frequenti e catastrofici e il cambiamento del clima. Se l’eccezionale ondata di caldo che si verificò in Europa nell’estate del 2003 o il disastroso uragano Katrina che distrusse buona parte di New Orleans nel 2005, pur nella loro eccezionalità, sembrarono ai più fenomeni metereologici comunque compatibili con gli abituali cicli naturali, negli anni successivi sempre più spesso eventi naturali anomali furono associati ai cambiamenti climatici. Ad esempio, nel 2007 venne registrata la minor estensione di sempre del ghiaccio artico, nel 2010 eccezionali piogge monsoniche causarono numerose alluvioni che allagarono circa un quinto del territorio del Pakistan e, sempre in quell’anno, in Russia si verificò un’ondata di calore senza precedenti che portò la temperatura a Mosca oltre i 38 °C. E la serie continuò con una disastrosa siccità che nel 2011 colpì oltre il 90% del territorio del Messico causando una carestia nella regione di Chihuahua, nel 2012 l’uragano Sandy sconvolse Cuba e la altre isole caraibiche per poi seminare la distruzione sulla costa orientale degli Stati Uniti inondando le strade e la metropolitana di New York prima di esaurirsi definitivamente in Canada, nel 2013 un caldo record investì l’Australia portando in gennaio per 8 giorni la temperatura media sopra i 39 °C e scatenando immensi incendi.
Sebbene oggi fenomeni come questi siano considerati la manifestazione più evidente dei cambiamenti climatici in cui stiamo vivendo, in quegli anni questa consapevolezza, anche se era già ampiamente diffusa nel mondo scientifico, stava ancora prendendo forma e acquisendo forza nella pubblica opinione.
Tuttavia già allora il mondo dell’attivismo ambientale era in pieno allarme, come dimostrarono le manifestazioni di protesta sempre più partecipate. Ad esempio, il 21 settembre 2014 si svolse la più grande marcia internazionale per il clima mai organizzata prima contro l’inazione dei governi sul tema del cambiamento climatico: ci furono marce nelle più importanti città nel mondo, tra cui Roma, Londra, Rio de Janeiro, Il Cairo e Melbourne, con una partecipazione record (solo a New York fu di oltre 300.000 persone).
La COP del 2015
I tempi erano maturi per celebrare un’altra COP ambiziosa. Infatti per quella del 2015, che era programmata a Parigi nella prima metà di dicembre, erano attesi almeno 45.000 partecipanti. La macchina organizzativa dedicata alle migliaia di delegazioni e l’apparato di sicurezza preposto a gestire l’arrivo di oltre 150 capi di Stato e di governo erano pronti per il giorno inaugurale del 30 novembre quando, due settimane prima, la capitale francese venne colpita al cuore da una serie di attacchi terroristici sferrati da gruppi di terroristi islamici uccidendo 130 persone (di cui 90 al teatro Bataclan) di 26 diverse nazionalità.
Di fronte all’ipotesi che il grande summit mondiale venisse cancellato, il ministro degli Affari Esteri francese, Laurent Fabius, dichiarò risolutamente: «La COP21 deve andare avanti. Si terrà con misure di sicurezza rafforzate, ma è un’azione assolutamente essenziale contro il cambiamento climatico, e si terrà». Gli attivisti ambientali annullarono tutte le azioni di protesta programmate a Parigi per quei giorni. Tra queste anche la grande marcia prevista il 29 novembre con cui gli organizzatori speravano di portare in piazza almeno 200.000 persone. Ciò non impedì comunque lo svolgimento della Marcia Globale per il clima che coinvolse quasi 800.000 persone che parteciparono a 2.000 eventi organizzati in 175 diversi Paesi grazie al coordinamento tra due grandi organizzazioni ambientaliste internazionali, 350.org e Avaaz.

Il 30 novembre, in una città blindata e senza spazi di coinvolgimento della popolazione, ebbe luogo la solenne inaugurazione alla presenza di tutti i capi di Stato più importanti tra cui Barack Obama (USA), Xi Jinping (Cina), Narendra Modi (India), Vladimir Putin (Russia) che espressero unanimemente il proprio cordoglio al popolo francese.
I lavori iniziarono con l’esame dei cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC). Infatti nella COP dell’anno precedente, in preparazione della riunione parigina, era stato chiesto a tutti i Paesi di predisporre delle proposte di riduzione delle emissioni che ogni nazione si impegnava spontaneamente a rispettare, gli NDC appunto.
I lavori partirono perciò da queste promesse con cui c’erano Paesi che si impegnavano per una riduzione entro il 2020, altri entro il 2030, chi nella misura del 20% e chi del 40%, alcuni rispetto ai livelli delle emissioni registrati nel 1990, altri prendendo a riferimento quelle del 2005. Mettendo insieme tutti questi impegni, si calcolò che sarebbe stato impossibile scendere al di sotto di un aumento delle temperature di quasi 3 °C per il 2100.
L’Accordo di Parigi
Sebbene fosse un livello insufficiente per evitare una catastrofe ambientale, rappresentò il punto di partenza delle trattative che, al termine di due lunghe settimane di negoziati, portarono a quello che sarebbe passato alla storia come “Accordo di Parigi”. L’impegno più importante per cui si trovò una condivisione comune fu di limitare la crescita della temperatura media globale entro la fine del secolo “al di sotto dei 2 gradi centigradi” rispetto ai livelli preindustriali. Si trovò anche il consenso per considerare questo livello un obiettivo “minimo”, e nel documento finale si chiese alle parti di fare il possibile “per tentare di non superare gli 1,5 °C”. Questa formulazione riflette il compromesso raggiunto tra chi spingeva per un obiettivo più ambizioso e chi puntava ad un accordo più modesto. Si trattò comunque di un inequivocabile successo diplomatico perché per la prima volta si ottenne un impegno per il contrasto al cambiamento climatico che coinvolse sia i Paesi più sviluppati che quelli più poveri.
La cerimonia per la firma dell’accordo venne organizzata per il 22 aprile 2016 a New York presso la sede dell’ONU in occasione della Giornata Mondiale della Terra. L’accordo entrò in vigore dal successivo 4 novembre, quando raggiunse la ratifica da parte di un numero minimo di 55 Paesi che rappresentavano almeno il 55% delle emissioni globali.
Si convenne di far partire gli impegni dell’accordo dal 2020, cioè al termine della validità del Protocollo di Kyoto: tutti concordarono che il contenimento del riscaldamento globale dovesse essere ottenuto con la riduzione delle emissioni e che ogni Stato dovesse essere libero di contribuire al risultato complessivo nel modo che ritenesse più opportuno (cioè presentando un proprio NDC). Nell’accordo infatti, soprattutto per l’opposizione dei Paesi produttori di petrolio e dell’India, non si parla esplicitamente di “decarbonizzazione” ma di “neutralità climatica”, ovvero del risultato netto tra le emissioni di gas serra rilasciate nell’atmosfera e quelle rimosse. Ciò significa che, ad esempio, una politica di contenimento delle emissioni può far affidamento su ampie opere di riforestazione invece che sulla riduzione dell’uso di combustibili fossili. L’accordo obbliga gli Stati a presentare i propri NDC con una cadenza di cinque anni a partire dal 2020. Questo è l’unico reale vincolo legale presente nell’accordo. Non sono peraltro previste sanzioni per chi dovesse presentare un NDC inadeguato o non dovesse fare quanto necessario per rispettarlo.
I giudizi sull’Accordo di Parigi
Il mondo ambientalista valutò l’accordo in modi molto diversi. A chi esprimeva la propria soddisfazione, perché per la prima volta si era raggiunto un impegno condiviso per la lotta ai cambiamenti climatici che avrebbe reso inevitabile una transizione verso una riduzione delle emissioni, faceva da contraltare chi lo giudicava solo una vaga promessa che non avrebbe imposto a nessuno un taglio delle emissioni sufficientemente rapido. Il direttore di Greenpeace dichiarò: «La ruota dell’azione per il clima gira lentamente, ma a Parigi ha girato. Questo accordo mette l’industria dei combustibili fossili dalla parte sbagliata della storia». James Hansen, che già negli anni 80 si spese per denunciare i pericoli del riscaldamento globale, ebbe parole meno gentili: «È una vera e propria frode, un falso. È una stronzata dire: “Abbiamo un obiettivo di riscaldamento di 2 °C ma poi cercheremo di fare un po’ meglio ogni cinque anni”. Sono solo parole senza valore. Non ci sono azioni, solo promesse».
L’Accordo di Parigi fu, come nei casi precedenti, il frutto del compromesso: l’Unione Europea e molti Paesi poveri che già cominciavano a percepire la concretezza dei rischi ambientali (ad esempio gli stati insulari dell’Oceania) volevano un trattato legalmente vincolante; gli USA preferivano uno strumento che non avesse poi avuto bisogno di una ratifica del Senato; la Cina e l’India insistevano affinché non ci fossero obblighi per i Paesi in via di sviluppo. Inoltre, alla luce della sostanziale inefficacia del Protocollo di Kyoto, si adottò un nuovo approccio: invece di stabilire degli obiettivi di riduzione delle emissioni per poi chiedere agli Stati delle azioni per raggiungerli, si preferì procedere al contrario chiedendo ai Paesi di stabilire volontariamente i propri impegni nazionali. In questo modo cadde la rigida ripartizione tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo, stabilita dal Protocollo di Kyoto, poiché ogni Paese può scegliere dove collocarsi. Tuttavia, mentre ai Paesi in via di sviluppo si richiedono solo “sforzi di mitigazione” (cioè azioni per contenere le emissioni), ai Paesi sviluppati spettano anche “obiettivi di riduzione” (cioè diminuzioni delle emissioni specifici e misurabili).
Non si può negare che l’Accordo di Parigi rappresenti un riconoscimento delle esortazioni della comunità scientifica ad affrontare con urgenza i cambiamenti climatici, e contenga un messaggio chiaro: la dipendenza delle economie dai combustibili fossili è il passato, mentre per il futuro l’energia che alimenta la crescita economica dovrà essere solo rinnovabile e pulita.
Dopo il Protocollo di Kyoto, l’Accordo di Parigi è stato sicuramente il più ambizioso tentativo di contrastare il riscaldamento climatico. Ma proprio come il trattato del ’97, anche questo fu subito minacciato dalle evoluzioni della politica americana. Infatti, come gli sforzi fatti per raggiungere il primo furono quasi subito minacciati dalla presidenza Bush, così, dopo soli quattro giorni dalla sua entrata in vigore, il secondo dovette fare i conti con la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali degli USA.
Gli USA abbandonano l’Accordo di Parigi
Durante la campagna elettorale il nuovo presidente aveva mantenuto un atteggiamento ambiguo sul tema dei cambiamenti climatici con continue dichiarazioni negazioniste successivamente sconfessate da prese di posizione opposte. Nel gennaio del 2016, ad esempio, dichiarò in un’intervista: «Stavo scherzando quando ho detto che i cinesi hanno “creato” il concetto di cambiamento climatico».
Ma con l’inizio della sua presidenza fu evidente che non scherzava affatto. Una delle sue prime decisioni fu infatti quella di mettere Scott Pruitt a capo dell’EPA. Pruitt, noto per le sue posizioni negazioniste, agì subito per ostacolare i progetti di ricerca dell’agenzia e limitarne le attività di controllo sulle emissioni. Travolto due anni dopo dalle polemiche per le sue spese personali portate avanti con fondi dell’agenzia, venne sostituito da Andrew Wheeler, un lobbista delle industrie del carbone che aveva finanziato la campagna elettorale di Trump. Coerentemente con queste nomine, l’azione di Trump in campo ambientale fu dedicata ad abolire molte delle norme introdotte dalla precedente amministrazione di Barack Obama per ridurre le emissioni e per incentivare il passaggio a fonti di energia meno inquinanti dei combustibili fossili. Ad esempio, il 29 marzo 2017 adottò un provvedimento per mantenere aperte centinaia di centrali elettriche alimentate a carbone, che secondo il piano di Obama avrebbero dovuto essere sostituite da impianti eolici e solari. Nessuno rimase stupito perciò quando il 1 giugno del 2017, con un breve discorso nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump annunciò che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’Accordo di Parigi.
In base alle regole concordate nel trattato, uno Stato non poteva ritirarsi prima di tre anni dalla sua entrata in vigore, perciò l’amministrazione Trump dovette aspettare fino al 4 novembre 2019 per presentare formalmente la decisione all’ONU. Da quel momento il ritiro può diventare effettivo solo dopo altri 12 mesi, per cui l’abbandono del trattato avvenne solo il 4 novembre 2020, esattamente il giorno successivo a quello in cui si svolsero le elezioni con cui Trump perse la presidenza.
Comunque, a prescindere da queste tempistiche, la decisione di Trump fu unanimemente criticata dalla comunità internazionale. Dato che gli Stati Uniti sono uno dei Paesi che contribuisce di più alle emissioni, era chiaro a tutti che il venir meno del loro impegno minava gravemente la possibilità di rispettare gli obiettivi del trattato. Questa mossa, inoltre, comportò un grave danno reputazionale agli USA. Il ministero degli esteri cinese si affrettò a dichiarare: «Non importa se altri cambiano idea, continueremo a seguire un modello di sviluppo sostenibile». Il portavoce del presidente russo Vladimir Putin, disse: «la Russia dà grande importanza all’accordo sul clima di Parigi, ma allo stesso tempo va da sé che l’efficacia di questa convenzione sarebbe probabilmente ridotta senza i suoi attori chiave». Il presidente della commissione dell’Unione Europea di allora, Jean-Claude Juncker, fu molto più sarcastico sottolineando come Trump non riuscisse a comprendere i termini dell’accordo sul clima di Parigi, nonostante i leader europei in occasione della riunione dei G7 nel maggio 2017 avessero cercato con “parole semplici” di spiegarglielo, visto che pensava di potersi ritirare immediatamente quando invece sarebbero stati necessari alcuni anni.

La reazione dei movimenti ambientalisti americani fu molto più colorita. Già poche ore dopo l’annuncio di Trump, centinaia di manifestanti aderenti al People’s Climate Movement, una coalizione di gruppi ecologisti che si era formata dopo la grande marcia di New York del 2014, si presentò davanti alla casa bianca con una enorme sveglia rossa al grido di “Sveglia! C’è la crisi climatica”.
Ma persino molte personalità del mondo imprenditoriale americano come Elon Musk, amministratore delegato di Tesla, Robert Iger, a capo della Disney, Jeff Immelt, presidente della General Electric e moltissimi esponenti di punta delle imprese della Silicon Valley (fra cui Apple, Facebook, Google, Amazon e Microsoft) criticarono la scelta e confermarono il loro impegno per l’adozione di tecnologie compatibili con la riduzione delle emissioni.
Il commento più equilibrato sugli effetti della decisione americana forse è stato quello di Christiana Figueres, capo dell’UNFCCC al momento della COP di Parigi: «Gli Stati, le città, le aziende, gli investitori sono ormai orientati nella direzione della decarbonizzazione e il calo dei prezzi delle energie rinnovabili rispetto agli elevati costi sulla salute e agli impatti sul clima dei combustibili fossili garantisce la prosecuzione verso la transizione energetica a basso tenore di carbonio».
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