image4

Adattamenti climatici. Limiti, proposte ed esempi di trasformazione.

Adattamenti climatici. Limiti, proposte ed esempi di trasformazione.

Grafiche di Viola Madau

L’innalzamento del livello di mari e oceani sta ridisegnando i profili delle fasce costiere a scala globale. Le proiezioni più ottimistiche dell’IPCC, basate su +1,5° C di incremento della temperatura media globale al 2100, parlano di un aumento compreso tra 28 e 55 cm entro fine secolo. Il dato, però, potrebbe mutare con uno scenario ad alte emissioni (+4.4°C), arrivando a raggiungere il metro di aumento. Uno studio del dicembre 2024 pubblicato su Earth’s Future ha descritto tali proiezioni addirittura al ribasso, affermando che in uno scenario ad alte emissioni il livello medio di mari e oceani potrebbe raggiungere quasi due metri di aumento. Per questo, la necessità di difendersi dall’acqua in ogni sua forma, da quello stesso elemento cioè che permette la vita ma che fa sempre più paura, è oggetto di sempre più studi e sperimentazioni.

Finora, gli interventi volti a fortificare, elevare, separare la terra emersa dal mare hanno seguito un modello di aggiustamento incrementale, ossia costituito da pratiche finalizzate a mantenere l’efficienza di un sistema senza però considerare le caratteristiche di incertezza, relazionalità e interdipendenza che caratterizza le socionature. Barriere di protezione in aree alluvionabili, acquisto di assicurazioni contro calamità naturali, installazione di impianti di condizionamento per far fronte alle ondate di calore sempre più intense e persistenti, sostituzione di veicoli a combustione con quelli a batteria, sono solo alcune delle scelte – istituzionali e individuali – per far fronte agli effetti del nuovo clima. Tutto questo, però, non sarà sufficiente. L’IPCC e coloro che si occupano del tema lo sottolineano da tempo: senza un approccio che superi il semplice aggiustamento tecnico-infrastrutturale non c’è trasformazione verso modi di vita più compatibili con i limiti planetari. E se l’ondata di ingegnerizzazione nel campo dell’adattamento, ancora largamente diffusa, inizia a dar prova dei suoi fallimenti, occorre trovare strade alternative, non necessariamente nuove ma sicuramente innovative.

Definire cos’è trasformativo e come lo si attua nel contesto dell’innalzamento del livello dei mari non è una sfida semplice. Costruire meno e diversamente, prestando attenzione ai materiali e alle aree in cui lo si fa, è un primo passo. Ma come pianificare e gestire la trasformazione dell’esistente? L’arretramento, lo spostamento e il reinsediamento di città, infrastrutture e persone in aree e luoghi più sicuri sono una possibilità. I primi esempi in questa direzione, però, non sono esenti da contraddizioni e suscitano nuovi interrogativi a cui è difficile rispondere.

Tentativi di ricollocazione: Indonesia, America centrale e Sud-Pacifico

In Indonesia, il territorio dell’area metropolitana della capitale Giacarta, la seconda più densamente popolata al mondo dopo Tokyo, è per il 40% sotto il livello del mare e si stima che il 95% di Nord Giacarta, una delle divisioni amministrative della megalopoli, sarà sommerso tra 25 anni. Da anni, Giacarta è esposta a ripetute alluvioni e ingressioni marine che, insieme a un crescente fenomeno di subsidenza accelerato dall’urbanizzazione massiccia, hanno portato l’ex presidente indonesiano a proporre di ricollocare la capitale del paese a Nusantara, a più di mille chilometri da Giacarta sulla costa orientale dell’isola del Borneo. Sotto l’etichetta di smart city, sono stati distrutti 60 mila ettari di foresta e si prevede che si spenderanno 32 miliardi di dollari per portare avanti lavori che dureranno almeno altri vent’anni. Inoltre, proprio la restante foresta tropicale sarà impiegata come pozzo di assorbimento delle dieci milioni di tonnellate di CO₂ previste per il 2045, ancora una volta assoggettando la Natura ai bisogni del capitale.

Possiamo parlare di trasformazione in questo caso? Il modello sembra piuttosto seguire uno schema di business-as-usual che poco o niente ha a che fare con le decisioni – e le azioni – radicali richieste dagli approcci trasformativi. Col risultato che, spesso, le vulnerabilità socio-ambientali ed economiche aumentano invece che diminuire.

Le proposte di reinsediamento verso aree considerate più sicure, però, iniziano a essere sempre più diffuse in diverse regioni del mondo. In America centrale, nel 2010, la comunità Guna di Gardi Sugdub, una piccolissima isola a largo della costa settentrionale panamense nota alle cronache come “The American disappearing island”, ha deciso di reinsediarsi sulla terraferma per far fronte ai problemi dovuti al sovrappopolamento e all’innalzamento del livello oceanico. La ricollocazione presso il nuovo villaggio di Isper Yala, lontano dalla minaccia dell’oceano, rappresenta la possibilità di un nuovo inizio specialmente per le generazioni più giovani, ma le difficoltà materiali e affettive non sono da sottovalutare. La preparazione del nuovo insediamento, infatti, ha richiesto quattordici anni di lavori ed è tuttora in fase di ultimazione per ciò che riguarda la fornitura di servizi essenziali come acqua ed elettricità. Per le persone più anziane, inoltre, l’allontanamento dalla terra in cui sono nate e cresciute non è così semplice e genera emozioni e risposte contrastanti tra chi preferisce spostarsi e chi, invece, decide di rimanere nonostante i rischi in aumento.

A migliaia di chilometri di distanza, alcune comunità costiere delle isole Fiji hanno iniziato a fare lo stesso, spostandosi dalla costa verso le aree interne collinari per una maggiore protezione dagli eventi climatici estremi. Un programma intrapreso da una decina di anni dal precedente governo che ha anche pubblicato delle linee guida su come pianificare e dare forma ai reinsediamenti nel modo più inclusivo e sostenibile. Diversi ostacoli emersi in relazione al coinvolgimento della popolazione e alla trasparenza decisionale hanno però spinto diverse comunità a spostarsi in autonomia, con modalità e tempistiche spesso molto diverse da quelle istituzionali.

Trasformazione significa anche pianificare in modo accurato e sul lungo termine. L’idea della Migration with Dignity dell’ex presidente di Kiribati Anote Tong, rispondeva proprio a questa esigenza. L’arcipelago corallino del Sud-Pacifico è tra i più vulnerabili al cambiamento climatico a causa della limitata elevazione delle isole e della scarsità di spazio in cui reinsediarsi. Per evitare di ritrovarsi impreparati di fronte all’inevitabilità di un futuro spostamento, la proposta politica prevedeva un piano di lunga durata volto a potenziare conoscenze e competenze che la popolazione avrebbe potuto impiegare altrove per ottenere posizioni lavorative migliori e limitare i rischi di sfruttamento. Per quanto contraddistinto da limiti più o meno evidenti – le politiche di accoglienza respingenti dell’Australia, e la volontà di restare di chi vive nei “vicini” stati insulari – il programma ha avuto il merito di approcciare il tema delle migrazioni climatiche non come un problema, quindi rifiutando in modo deciso l’etichetta di “rifugiati ambientali”, ma come una tra le molteplici opportunità di adattamento nel contesto di cambiamenti profondi e, in larga parte, ancora sconosciuti. La proposta avanzata da Tong dimostra come la volontà politica sia alla base di qualsiasi processo di mutamento sistemico.

Duegradi vive anche grazie al contributo di sostenitori e sostenitrici. Sostieni anche tu l’informazione indipendente e di qualità sulla crisi climatica, resa in un linguaggio accessibile.

  • Beatrice, geografa, è una ricercatrice postdoc presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si occupa di crisi climatica, mobilità, politiche di adattamento e della transizione energetica.

    Visualizza tutti gli articoli

Add a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *