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Sconfiggere la fame o salvare il pianeta?

Sconfiggere la fame o salvare il pianeta?

Agricoltura e crisi climatica sono strettamente legate. Per contrastare il riscaldamento globale e garantire la sicurezza alimentare è necessario rendere più sostenibili le pratiche agricole

di Viola Ducati

 

L’agricoltura è l’insieme delle attività umane di coltivazione e sfruttamento del suolo finalizzate alla produzione di beni alimentari, sia vegetali che animali, e materie prime. Alla COP26 di agricoltura si è parlato poco. “La vacca nella stanza è stata ignorata”, ha detto al Guardian Carl LeBlanc, portavoce dell’organizzazione no-profit Climate Healers, parafrasando la metafora dell’elephant in the room. “Gli allevamenti intensivi sono stati tolti dall’agenda e messi nel menù”.

 

L’impatto climatico di colture, allevamento, acquacoltura, silvicoltura e altri usi del suolo, tuttavia, è elefantiaco. Secondo l’ultimo rapporto dell’IPCC sui cambiamenti climatici e il suolo l’intero settore agricolo contribuisce infatti a quasi un quarto delle emissioni globali di gas serra.

 

Fig. 1: Le emissioni di gas serra del settore agricolo (FAOSTAT 2018) fonte: IPCC

 

Nonostante questi dati inequivocabili, a Glasgow i delegati dei Paesi partecipanti si sono limitati a rimandare l’assunzione di impegni concreti alla COP27 del 2022. Eppure, ormai da tempo diversi studi evidenziano che ogni tentativo di limitare il riscaldamento globale tagliando esclusivamente le emissioni prodotte dal settore dell’energia e dei trasporti è destinato a fallire.

 

È quindi necessario agire in maniera rapida e decisa anche sul sistema agroalimentare e sulla gestione del suolo. Agricoltura, infatti, significa innanzitutto uso del suolo, e il suolo è strettamente connesso al ciclo del carbonio, alla produzione di cibo e ai biocarburanti. Per comprendere il complesso rapporto tra agricoltura e clima, dunque, partiamo dalle basi. Anzi: partiamo dal suolo.

 

Il suolo e il ciclo del carbonio

Il suolo è un gigantesco serbatoio di carbonio, secondo per dimensioni solo agli oceani. Secondo la mappa del carbonio organico del suolo (SOC, Soil Organic Carbon) elaborata dalla FAO, i primi 30 centimetri di suolo in tutto il mondo contengono all’incirca il doppio di carbonio rispetto all’intera atmosfera. Il suolo è un vero e proprio sistema naturale di assorbimento e stoccaggio: ogni anno i processi di fotosintesi della vegetazione terrestre sono in grado di immagazzinare circa 3 miliardi di tonnellate di carbonio.

 

Dal 1850 ad oggi, tuttavia, il rapporto tra stoccaggio ed emissioni si è rovesciato, a favore delle seconde: il suolo ha smesso di assorbire il carbonio e ha iniziato a rilasciarlo sotto forma di anidride carbonica (CO2). Si stima infatti che dalla rivoluzione industriale in poi circa un terzo dell’aumento totale di anidride carbonica nell’atmosfera sia il risultato di una perdita di SOC compresa tra il 20% e il 60% del carbonio accumulato, dovuta all’attività agricola umana.

 

Le ragioni sono presto spiegate: il dissodamento, la riduzione della quantità di radici e residui vegetali, la maggiore esposizione all’erosione e l’aumento della temperatura, una volta che la copertura forestale è stata rimossa, aumentano i tassi di respirazione del suolo e il conseguente rilascio di CO2

 

Le conseguenze sul clima sono pesanti: con l’aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera si intensifica l’effetto serra, e con esso il riscaldamento globale. I cambiamenti climatici, a loro volta, riducono la resa delle colture, spingendo il settore agricolo a espandersi su superfici sempre maggiori e a ricorrere a tecniche più aggressive. Tutto ciò provoca ulteriori emissioni e accelera l’aumento delle temperature. Il cerchio si chiude (male): agricoltura e cambiamento climatico si trovano in un circolo vizioso. Come uscire da questa spirale? Il primo passo è capire meglio le interazioni tra agricoltura e cambiamento climatico.

 

L’agricoltura sotto attacco

Fig. 2: La mappa mostra il cambiamento delle rese medie potenziali di mais, patate, riso e grano nel 2050. In verde le aree dove è atteso un aumento della produzione superiore al 5%; in giallo quelle dove sono attese oscillazioni positive o negative comprese tra lo 0 e il 5%; in arancio le aree dove sono previste perdite superiori al 5%. Fonte: National Geographic

 

L’agricoltura, come abbiamo visto, contribuisce in modo attivo al cambiamento climatico, ma ne è anche vittima. L’aumento delle temperature, infatti, sta riducendo i raccolti, con perdite attuali stimate del 21%. Questa tendenza non è omogenea: mentre i Paesi del Sud del mondo scontano perdite più o meno severe, in particolare nelle regioni tropicali e subtropicali, nelle aree ad alta latitudine le temperature più miti stanno favorendo le colture di mais, grano e barbabietola da zucchero.

 

Il bilancio complessivo, tuttavia, resta negativo: l’IPCC prevede che 183 milioni di persone in più rischieranno di soffrire la fame entro il 2050 se i livelli di anidride carbonica continueranno a salire. Tra le cause delle mancate rese agricole ci sono la riduzione della sostanza organica del suolo (SOM, Soil Organic Matter), una delle principali fonti di nutrimento per le piante; la perdita di umidità, fino al rischio di desertificazione; l’erosione, accelerata da eventi meteorologici estremi come piogge intense, siccità, ondate di calore e tempeste; e la diminuzione delle superfici coltivabili a seguito dell’innalzamento del livello del mare.

 

Ma a pagare il conto del cambiamento climatico sono anche gli animali da allevamento. Temperature superiori ai 30 gradi riducono la fertilità della maggior parte delle specie di bestiame, aumentando nel contempo morbilità e mortalità. Gli insetti, invece, che sono spesso parassiti o vettori di malattie, modificano il proprio areale (la zona di insediamento di una specie), con ricadute sulla salute delle colture e degli animali spesso difficili da prevedere.

 

Meno suolo, meno rese, più malattie. A peggiorare il quadro va aggiunto il fattore demografico: siamo sempre di più. Secondo la FAO entro il 2050 sarà necessario produrre il 50% di cibo in più per nutrire una popolazione mondiale stimata in 9,7 miliardi di persone. La posta in gioco è la sicurezza alimentare globale: sapremo produrre cibo in quantità e qualità sufficienti? La maggiore concentrazione atmosferica di CO2, infatti, può aumentare la produttività delle piante, ma ne diminuisce i valori nutritivi. 

 

Qual è, dunque, la soluzione? Se la risposta messa in campo sarà aumentare le superfici coltivate, la produzione di cibo sarà sempre meno sostenibile. Inoltre, rappresenterà un limite all’espansione delle colture destinate alla produzione di biocarburanti, considerati, pur con qualche riserva, un importante strumento di decarbonizzazione per il futuro.

 

Verso un nuovo circolo virtuoso?

Possiamo continuare a produrre (anzi, produrre di più) tagliando le emissioni? Con a carico un decimo dell’anidride carbonica, la metà del metano (CH) e i tre quarti del protossido di azoto (N2O) emessi dal complesso delle attività antropiche, il costo climatico dell’agricoltura è altissimo. La strada per ridurlo è lunga, ma percorribile. Bisogna agire sia sul lato dell’offerta, innovando i processi agricoli, riducendo l’uso dei fertilizzanti, gestendo meglio i liquami e le acque reflue delle risaie; sia su quello della domanda.

 

Cambiare dieta rimane infatti il passo più semplice, più immediato e più importante da fare. Il potenziale di mitigazione delle buone pratiche agricole è stimato dall’IPCC tra 2,3 e 9,6 miliardi di tonnellate di CO2 entro il 2050, mentre quello legato agli stili alimentari tra 0,7 e 8 miliardi di tonnellate. Se teniamo a mente che il settore agricolo emette ogni anno 19,9 miliardi di tonnellate di CO2, la nostra azione può fare la differenza. Il circolo tra agricoltura e cambiamento climatico può diventare virtuoso? Il settore agricolo saprà adattarsi, riducendo nel contempo il proprio impatto ambientale? La sfida è aperta.

 

Fig. 3: La sfida dell’agricoltura è riuscire a rispondere a entrambi questi obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU.

 

 

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