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Alghe giganti e lontre marine

Alghe giganti e lontre marine: alleati nella lotta al surriscaldamento globale

Cacciate per secoli fino quasi all’estinzione, le lontre marine sono animali essenziali per il mantenimento delle foreste oceaniche. 

di Virginia Mattioda 

Foreste sottomarine

Nelle fredde acque della costa pacifica dell’Alaska e della Columbia Britannica, in Nord America, si nascondono dense vegetazioni sottomarine che si estendono fino alla California del sud, fornendo cibo e riparo a migliaia di invertebrati, pesci e mammiferi marini: le foreste di kelp. Al di là dello strano nome, si tratta di grandi alghe brune che vivono vicino alla costa in acque fredde, ben ossigenate e ricche di nutrienti. Ne esistono diverse specie sul pianeta ma, in questa zona, se ne trovano soprattutto due tipi: le bull kelp (Nereocystis leutkeana), che si rinnovano ogni anno, e le giant kelp (Macrocystis pyrifera), alghe perenni in grado di vivere fino a 6 o più anni. Queste enormi foreste oceaniche, la cui vegetazione raggiunge altezze che vanno dai 30 fino ai 50 metri in condizioni ideali, sono fondamentali non solo perché creano un habitat perfetto per numerose specie, attenuando le onde e le correnti, ma perché sono assorbitrici naturali di anidride carbonica (CO2).

 

Un ottimo inquilino 

Per mantenersi rigogliose e vitali, le foreste di kelp necessitano di un alleato fedele: la lontra di mare (Enhydra lutris), un piccolo mammifero marino che passa gran parte della propria giornata nelle gelide acque costiere del pacifico settentrionale, nutrendosi di ricci e granchi di mare che vivono sui fondali delle foreste di kelp. Ma in che modo questi piccoli mammiferi sarebbero essenziali nel mantenimento delle foreste di kelp? Principalmente attraverso due vie. La prima, più evidente, ci riporta al concetto di top-down control secondo cui, predatori all’apice della catena alimentare, in questo caso le lontre, si cibano di animali erbivori, in questo caso ricci di mare che, altrimenti, distruggerebbero la componente vegetale dell’ecosistema ovvero, le foreste di kelp. La seconda, un po’ meno ovvia, è stata recentemente pubblicata sulla rivista Science e consiste nella maggior riproduzione sessuale delle alghe e quindi una maggior diversità genetica, laddove le lontre svolgono la loro attività di caccia subacquea. In pratica si è visto che, quando le lontre si immergono per cacciare ricci e molluschi alla base delle foreste di kelp, svolgono una vera e propria attività di “aratura” del fondale marino, creando spazi nel terreno e favorendo l’esposizione alla luce solare, il che induce le piante a fiorire, produrre semi e dunque, riprodursi. 

 

La pelliccia più folta del regno animale

Purtroppo, bisogna ricordare un’altra caratteristica che ha reso famose le lontre marine, soprattutto nel XIX secolo: la loro pelliccia. Difatti, con una densità che può raggiungere i 150.000 peli per cm2, questi mammiferi vantano la pelliccia più folta e calda del regno animale. Non a caso, dopo la colonizzazione del Nord America da parte degli europei, le lontre della Columbia Britannica sono state cacciate fino quasi all’estinzione. Fortunatamente, nel 1911 è stato firmato un trattato per la conservazione e la protezione di questa specie che, durante il XX secolo, è riuscita a riprodursi ristabilendo circa due terzi della popolazione originaria, con un recupero che è considerato uno dei più grandi successi nella conservazione dei mammiferi marini. 

 

Una specie chiave

Ogni ecosistema ha delle specie che sono fondamentali per la sopravvivenza delle altre che vivono all’interno del sistema. Una specie chiave (keystone species) può essere un predatore o una pianta, a seconda che la sua influenza arrivi dall’apice della catena alimentare o dalla base, ma senza di essa l’ecosistema avrebbe difficoltà a sopravvivere. Come abbiamo detto prima infatti, senza le lontre ci sarebbe un sovrappopolamento di ricci di mare che, cibandosi delle alghe, porterebbero a una netta diminuzione se non alla scomparsa delle foreste di kelp. Insomma, oltre alla perdita di un ecosistema fondamentale e di tutti gli organismi, animali e vegetali, che lo compongono, perderemmo un sistema naturale che ogni anno nel mondo evita la dispersione in atmosfera di 4,5 milioni di tonnellate di CO2 (circa il 7% della CO2 emessa dalla Columbia Britannica in un anno). 

 

 

The butterfly effect

È importante comprendere la centralità della natura e degli ecosistemi che la compongono. Sistemi che hanno richiesto miliardi di anni di evoluzione per raggiungere questo livello di perfezione, in cui ogni componente svolge un ruolo più o meno essenziale e in cui l’eliminazione di un componente può portare ad effetti a cascata con conseguenze devastanti per il pianeta e per noi. Se vogliamo combattere la crisi climatica, dobbiamo mantenere, ristabilire e preservare gli ecosistemi naturali perché senza il loro contributo, non sarà possibile raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati.

 

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