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	<title>Archivi News &#8226; Duegradi</title>
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	<description>Il clima terra terra</description>
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	<title>Archivi News &#8226; Duegradi</title>
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		<title>Capitolo Zero. Incontro con Renato Galeotti</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/clima-da-copertine-con-renato-galeotti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Abbà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2026 15:50:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Pensavamo di cambiare il mondo con i consumi consapevoli. Per Renato Galeotti è accaduto il contrario: l’ecologia è stata assorbita dal mercato. L’alternativa? Tornare a costruire comunità e relazioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/clima-da-copertine-con-renato-galeotti/">Capitolo Zero. Incontro con Renato Galeotti</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1><a id="post-6862-_63swtugak1rx"></a>Capitolo Zero. Incontro con Renato Galeotti</h1>
<p><a id="post-6862-_p1wmxj5ds2nm"></a><span class="news-teaser"> L’ecologia può cambiare il mondo o è diventata solo un nuovo mercato?</span></p>
<p>C’è una trappola sottile nel modo in cui oggi parliamo di ecologia. Compriamo la borraccia di design, scegliamo il cibo a chilometro zero, facciamo la spesa nei negozi biologici e ci sentiamo a posto con la coscienza, convinti di fare la nostra parte. Ma se tutto questo, anziché scardinare il sistema che sta distruggendo il pianeta, fosse diventato solo una nuova moda? Una tendenza di mercato per chi può permettersela?</p>
<p>È questa la provocazione da cui parte <strong>Renato Galeotti</strong> nel suo libro <em>Capitolo Zero </em>(Hermatena, 2020)<em>, </em>protagonista del nono numero di questa rubrica. Attivista dagli anni ’90 e poi pescatore per scelta, Galeotti analizza con lucidità e un pizzico di amarezza l’evoluzione del movimento ambientalista in Italia: da spinta rivoluzionaria che voleva cambiare la società dal basso, a &#8220;punta di diamante&#8221; di un capitalismo che ha saputo assorbire anche la critica ecologica, trasformandola in un trend per consumatori attenti.</p>
<p>Lo abbiamo intervistato su Duegradi per capire come uscire da questa bolla in cui sembra di parlare sempre tra di noi, per cercare di ritrovare un&#8217;ecologia autentica, comprensibile e aperta a tutti.</p>
<p><strong>In Italia si scrive tantissimo e si legge pochissimo. Cosa ti ha spinto ad aggiungere un altro libro a questa montagna di pubblicazioni e qual è il messaggio principale che volevi trasmettere a chi lo prende in mano?</strong></p>
<p>La spinta è nata da un profondo senso di frustrazione. Dopo trent’anni di attivismo, mi è sembrato di trovarmi su un tapis roulant: camminavo, facevo sforzi, ma andavo all&#8217;indietro. Più azioni mettevamo in campo, meno riuscivamo a incidere sulla realtà.</p>
<p>Io appartengo alla generazione degli anni ’90. In quel periodo c&#8217;era un grande entusiasmo: stavamo scoprendo un modo nuovo di fare politica che non passava dai partiti o dalla conquista del potere, ma dai gesti di tutti i giorni. Abbiamo inventato i mercati equosolidali, i gruppi di acquisto solidale (GAS), le pratiche di riciclo e la riduzione degli imballaggi quando ancora nessuno ne parlava. Eravamo convinti che &#8220;un altro mondo fosse possibile&#8221; semplicemente cambiando le nostre abitudini di vita.</p>
<p>Il problema è che, mentre noi facevamo riunioni nelle parrocchie e nelle scuole, il mondo intorno a noi cambiava in un&#8217;altra direzione. Le grandi aziende e le multinazionali, che un tempo ci vedevano come nemici, hanno capito che le nostre &#8220;buone pratiche&#8221; potevano diventare un business. Ci siamo resi conto, con amarezza, di essere partiti per rivoluzionare il mondo e di essere finiti dentro una nicchia di mercato. Il messaggio che è passato alla fine è stato: <em>&#8220;Se il mondo non ti piace, basta che cambi i prodotti che compri&#8221;</em>. Il consumo è diventato il centro di tutto, mentre all&#8217;inizio per noi comprare in un certo modo era solo una scusa per creare comunità e relazioni diverse.</p>
<p><strong>Oggi un ragazzo di venti o trent&#8217;anni si trova immerso in mille stimoli ecologici, ma spesso non ha una memoria storica di come siamo arrivati fin qui. Come può un giovane sviluppare uno spirito critico e non farsi ingannare dai messaggi commerciali della sostenibilità di facciata?</strong></p>
<p>Il libro l&#8217;ho scritto pensando esattamente a loro. Spesso, nei gruppi d&#8217;acquisto di cui faccio parte, vedo gli attivisti più vecchi accogliere i ragazzi rimasticando gli stessi identici discorsi del 1995, magari solo aggiornati con qualche grafico sul riscaldamento globale. Ma dobbiamo essere onesti: se quelle formule non hanno funzionato allora, non cominceranno a funzionare oggi. Non siamo diventati un pensiero di massa, siamo diventati una minoranza che se la canta e se la suona da sola.</p>
<p>Oggi, inoltre, chi si avvicina al mondo &#8220;eco&#8221; lo fa con uno spirito molto più individualista e legato alla salute personale rispetto al passato. Molti vengono a comprare nei GAS dicendo: <em>&#8220;Voglio questa pasta perché è biologica e fa bene alla mia salute&#8221;</em>. Il salutismo ha preso il posto dell’impegno sociale o ambientale.</p>
<p>Il grande inganno moderno è questo: ogni volta che limitiamo l&#8217;ecologia a una scelta di acquisto &#8220;etica&#8221;, non stiamo indebolendo il sistema economico che distrugge il pianeta; lo stiamo solo rendendo più ricco, moderno e tollerante, perché gli offriamo un nuovo tipo di cliente da soddisfare. Risolvere un singolo problema con un prodotto non basta, se quel prodotto alimenta lo stesso meccanismo globale.</p>
<p><strong>Se comprare meglio non basta e le soluzioni tecniche non sono sufficienti, qual è l&#8217;obiettivo del tuo libro? Dove dobbiamo andare a parare?</strong></p>
<p>Nel libro ho cercato di dividere la realtà in vari pezzi – l&#8217;ambiente, il sociale, l&#8217;immigrazione, la sicurezza – per costruire una specie di mappa geografica che aiuti a orientarsi. Non pretendo di dare la soluzione pronta in tasca, ma voglio dimostrare che la strada che stiamo seguendo è un vicolo cieco perché curiamo i sintomi e non la malattia.</p>
<p>Prendiamo la crisi climatica: la risposta attuale è quasi sempre tecnica. Parliamo di auto elettriche, energie rinnovabili, tecnologie per catturare l&#8217;anidride carbonica. Sono strumenti utili, certo, ma non mettono in discussione lo stile di vita occidentale, anzi, ci spingono a consumare ancora di più per sostituire il vecchio con il nuovo.</p>
<p>La verità è che il disastro ecologico è il risultato di un cambiamento profondo dentro di noi: l&#8217;essere umano è mutato. Un tempo l&#8217;uomo era &#8220;abitante&#8221; di un luogo, viveva a stretto contatto con la terra e con la sua comunità, sviluppando un rapporto di rispetto e reciprocità. Oggi siamo diventati &#8220;non-abitanti&#8221;, cioè puri consumatori. Il consumatore pensa solo al proprio benessere isolato, dimenticando di essere un piccolo ingranaggio di una macchina enorme che non controlla. Dobbiamo ricostruire l&#8217;essere umano nella sua totalità. I gesti quotidiani come fare la spesa locale o riciclare hanno valore solo se servono a ricostruire legami tra le persone. Sono le relazioni umane che cambiano le persone, e le persone cambiano il mondo.</p>
<p><strong>Che tipo di reazioni stai raccogliendo? Questo messaggio così fuori dal coro sta provocando qualche discussione o resta confinato tra chi la pensa già come te?</strong></p>
<p>Le reazioni sono alterne. Il libro si intitola <em>Capitolo Zero</em> perché il <em>Capitolo Uno</em> non volevo scriverlo da solo, ma vorrei che venisse costruito insieme, come un lavoro di gruppo, una volta accettata questa analisi.</p>
<p>La maggior parte degli ambientalisti storici reagisce difendendo il proprio territorio: <em>&#8220;Ok, forse è vero che non stiamo salvando il pianeta, ma almeno noi non lo peggioriamo. Visto che non c&#8217;è un&#8217;alternativa pronta, noi continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto e restiamo nel nostro gruppo&#8221;</em>. C&#8217;è una forte tendenza a chiudersi a riccio.</p>
<p>La sorpresa più bella, però, è che il libro ha attirato l&#8217;attenzione di persone che non avevano mai fatto parte dei movimenti ecologisti. Spesso il mondo degli attivisti di lungo corso è respingente, usa un linguaggio complicato, quasi settario, che fa sentire gli altri giudicati o inadeguati. Questo libro invece parla a chi vuole vivere il proprio territorio in modo normale, senza doversi mettere addosso un&#8217;etichetta o considerarsi un &#8220;salvatore del mondo&#8221;. Ed era esattamente quello a cui miravo.</p>
<p><strong>Il libro è stato scritto qualche anno fa, ma i temi sono caldissimi. Se oggi ti proponessero di aggiungere un capitolo inedito, su cosa lo scriveresti?</strong></p>
<p>Non cambierei la rotta del libro, ma oggi sento il bisogno di affrontare un problema cresciuto tantissimo negli ultimi tempi: l&#8217;ossessione per i dati e i numeri. Anche noi ambientalisti siamo stati contagiati dalla mentalità economica e burocratica. Non riusciamo più a parlare di ecologia se non tiriamo fuori tabelle, statistiche, quote di emissioni o percentuali. Abbiamo trasformato la difesa della terra in un&#8217;equazione matematica, perdendo di vista il lato umano ed emotivo.</p>
<p>Mi piacerebbe sviluppare un capitolo sul concetto di &#8220;tornare ad abitare un territorio&#8221;. Sono convinto che sia il singolo pezzo di terra in cui viviamo a contenere il mondo intero, e non il contrario. Il pianeta non si salva con una strategia astratta decisa dall&#8217;alto a livello globale, ma ricostruendo comunità locali stabili. Solo quando torni a essere un abitante consapevole del posto in cui vivi smetti di essere un consumatore passivo e ritrovi la tua autonomia. È da qui che dobbiamo ripartire per scrivere il futuro.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/clima-da-copertine-con-renato-galeotti/">Capitolo Zero. Incontro con Renato Galeotti</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
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		<title>Cosa c’entrano le inchieste sull’urbanistica a Milano con il consumo di suolo in Italia?</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/consumo-di-suolo-in-italia/</link>
					<comments>https://www.duegradi.eu/news/consumo-di-suolo-in-italia/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Andreazza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2026 07:57:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da qualche decennio, la rigenerazione urbana è al centro del modello di sviluppo immobiliare milanese. Un approccio sostenuto da una legge nazionale che incentiva a costruire dove è già costruito, invece di consumare suolo naturale. In pratica, la legge non ha scalfito i tassi di artificializzazione, ancora molto elevati, e ha finito per generare dei problemi nella gestione dell’edilizia urbana.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/consumo-di-suolo-in-italia/">Cosa c’entrano le inchieste sull’urbanistica a Milano con il consumo di suolo in Italia?</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1><a id="post-6801-_y71nazh0vd83"></a>Cosa c’entrano le inchieste sull’urbanistica a Milano con il consumo di suolo in Italia?</h1>
<p><a id="post-6801-_lt73unw1cowr"></a><span class="news-teaser">In un pianeta che cambia, anche le città in cui viviamo stanno cambiando. “Storie urbane” è una rubrica di Duegradi che serve a conoscere ed esplorare questi luoghi, cercando di immaginare come saranno fatte le città del futuro. Per questo numero ci occupiamo di consumo di suolo e rigenerazione urbana in Italia.</span></p>
<p><span class="news-credits">Illustrazione e Infografiche di Francesca Romani</span></p>
<p>È passato ormai un anno da quando le inchieste sull&#8217;urbanistica a Milano hanno paralizzato parte dell&#8217;amministrazione della capitale lombarda, bloccato diversi progetti di costruzione e costretto vari esponenti politici e del mondo immobiliare agli arresti domiciliari. Oggi le indagini sono ancora in corso: la magistratura sta valutando se la città di Milano abbia mal interpretato la legge italiana sulla rigenerazione urbana e se attorno all&#8217;ottenimento di alcune pratiche edilizie si sia organizzato un sistema di corruzione. <a href="https://www.ilpost.it/2026/06/16/assolti-urbanistica-torre-milano/">Una prima sentenza</a>, arrivata lo scorso 16 giugno, ha assolto 8 imputati coinvolti in una di queste costruzioni: secondo il tribunale di Milano, costruttori, architetti e dirigenti comunali hanno agito in buona fede, utilizzando scorciatoie amministrative ormai consolidate nella gestione edilizia della città.</p>
<p>A prima vista, sembra una vicenda tutta milanese: cattiva amministrazione locale, speculazione immobiliare, qualche appalto di troppo. Ma le radici del caso affondano in un problema nazionale, che riguarda il modo in cui l&#8217;Italia prova, o meglio non riesce, a governare il consumo di suolo. Le inchieste milanesi sono, in un certo senso, il sintomo di una legge nazionale mal costruita, che invece di ridurre l&#8217;artificializzazione del territorio ha finito per deregolamentare la costruzione nelle città. Per capire perché, bisogna partire dai numeri.</p>
<h2><a id="post-6801-_7ksnj6gl9hzk"></a>Il consumo di suolo in Italia</h2>
<p>Un suolo in condizioni naturali è la fonte di tutti i servizi ecosistemici necessari alla sopravvivenza: l&#8217;approvvigionamento alimentare e di materie prime, la regolazione del clima (stoccaggio della CO<sub>2</sub> nel suolo e nelle piante, controllo dell’erosione e dei nutrienti) ma anche infiltrazione e regolazione del flusso dell’acqua, conservazione della biodiversità vegetale e animale (ospita il 25% della biodiversità del pianeta), nonché servizi ricreativi, culturali e paesaggistici. Nonostante il suo ruolo fondamentale nel mantenimento degli equilibri ecosistemici, rimane una risorsa usata con scarsa consapevolezza, che diventa sempre più fragile.</p>
<p>L’artificializzazione del suolo (e quindi un suolo costruito) degrada significativamente tutte queste proprietà. Ma non solo, anche dei suoli agricoli e naturali possono essere completamente alterati a causa dell’uso di fertilizzanti e pesticidi, oppure a causa di pratiche zootecniche e forestali scorrette.</p>
<p>Secondo i dati dell’<a href="https://www.consumosuolo.it/home">ISPRA</a> (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), infrastrutture, edifici e altre coperture artificiali occupano il 7,17% del territorio italiano (circa 22.000 km<sup>2</sup>), a fronte di 6,73% nel 2006. Una percentuale abbastanza elevata, soprattutto se messa a confronto con il 4,4% di artificializzazione media europea. Nel 2024, il consumo di suolo naturale in Italia è stato pari a 23 ettari al giorno, che in un anno diventano circa 12 mila campi da calcio. Un dato nettamente al di sopra della media nazionale di 18,9 ettari al giorno del periodo 2012-2023.</p>
<p>Sempre secondo l’ISPRA, nel 2024 il suolo italiano è stato artificializzato, tra le altre cose, per nuovi cantieri, per strade e infrastrutture di trasporto, per edifici e impianti fotovoltaici a terra. Alcune di queste costruzioni sono tra l’altro avvenute in zone ad alto rischio idrogeologico o esposte ai terremoti. In termini geografici, i cambiamenti recenti si concentrano nella pianura Padana, la regione più urbanizzata in Europa, specialmente in Lombardia e Veneto ma anche lungo tutta la costa adriatica, in Salento, in Lazio, in Campania e in Sicilia. In generale, la maggior parte dell’urbanizzazione si è verificata, come da tempo già succede, entro un chilometro dal mare, oltre che nelle principali zone periurbane delle grandi città.</p>
<p>In breve, il consumo di suolo in Italia è ad oggi ancora in crescita. Una dinamica che non è tanto rassicurante, specie se associata all’andamento demografico del paese. La popolazione italiana è in calo, ma il territorio artificiale aumenta, tant’è che siamo passati da 350 m<sup>2</sup> costruiti per abitante nel 2006, a circa 370 m<sup>2</sup> per abitante nel 2024. A fronte di questo continuo consumo di suolo, i programmi di rinaturalizzazione restano trascurabili; infatti, nel 2024 solo 5,2 km<sup>2</sup> di terra sono stati ripristinati. Dei numeri che mostrano come l&#8217;Italia si muova in direzione opposta a quella di diversi paesi europei (come Francia, Belgio, o Germania) che, negli ultimi anni, hanno scelto di affrontare il problema con strumenti legislativi precisi. Vale la pena guardare a cosa hanno fatto gli altri e cosa invece manca ancora in Italia.</p>
<p><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1601" height="2048" class="wp-image-6803" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/07/word-image-6801-2.png" srcset="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/07/word-image-6801-2.png 1601w, https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/07/word-image-6801-2-1201x1536.png 1201w" sizes="(max-width: 1601px) 100vw, 1601px" /></p>
<p>Fonte: <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Land_cover_statistics#Focus_on_artificial_land_cover">Land cover statistics &#8211; Statistics Explained &#8211; Eurostat</a></p>
<h2><a id="post-6801-_h6ujxpmnbbhm"></a>Le politiche europee sul consumo di suolo</h2>
<p>L’Unione europea si è finora mossa in modo cauto sulla questione del consumo di suolo, perché è un argomento delicato per molti paesi. Infatti, la maggior parte delle economie europee fa affidamento sul fatto che ci sia terra disponibile per costruire, per attrarre attori industriali, logistici e commerciali, senza che questi debbano fare i conti con eventuali costi aggiuntivi legati all’obbligo di rinaturalizzare l’equivalente del suolo che consumano o ristrutturare e riadattare infrastrutture già presenti sul territorio. Per non parlare del fatto che il settore delle costruzioni è uno dei fattori più rilevanti nella crescita economica dei paesi europei e i rispettivi governi hanno poco interesse a frenarne l’attività.</p>
<p><img decoding="async" width="2048" height="1664" class="wp-image-6804" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/07/word-image-6801-3.png" srcset="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/07/word-image-6801-3.png 2048w, https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/07/word-image-6801-3-1536x1248.png 1536w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Fonte: <a href="https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Land_cover_statistics#Focus_on_artificial_land_cover">Land cover statistics &#8211; Statistics Explained &#8211; Eurostat</a></p>
<p>L’azione più rilevante a livello europeo sul tema è la <a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=OJ:L_202502360">Direttiva sul monitoraggio e le resilienza del suolo</a>, entrata in vigore nel novembre 2025. Nonostante non imponga alcun obiettivo vincolante, e menzioni solamente il “raggiungimento di un buon livello di salute dei suoli nell&#8217;UE entro il 2050”, la direttiva pone le basi per un modello comune di monitoraggio della salute del suolo. A partire dalla sua entrata in vigore, gli stati membri hanno 3 anni per definire soglie e parametri per il monitoraggio di contaminanti, ma anche per la riduzione dell’artificializzazione e dell’impermeabilizzazione del suolo. L’Unione europea punta così a migliorare lo stato dei suoli europei, che stima essere, per il 60%, in cattive condizioni. Un’altra iniziativa europea, <a href="https://environment.ec.europa.eu/topics/soil-health/soil-strategy-2030_en">la strategia 2030 per il suolo</a>, documento politico non vincolante pubblicato nel 2013, punta anche all’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050, e ha ispirato alcune politiche di diversi stati europei, primo tra tutti, la Francia.</p>
<h2><a id="post-6801-_nju1j6jue1el"></a>La legge francese a confronto con il vuoto legislativo italiano</h2>
<p>Nel 2021, la Francia <a href="https://www.vie-publique.fr/eclairage/287326-zero-artificialisation-nette-zan-des-sols-ou-en-est">ha approvato</a> delle misure volte a raggiungere zero consumo di suolo netto nel 2050 (all’interno della <a href="https://www.vie-publique.fr/loi/278460-loi-22-aout-2021-climat-et-resilience-convention-citoyenne-climat">legge clima e resilienza</a>). La legge ZAN, come la chiamano i francesi, che sta per <em>Zéro Artificialisation Nette</em>, impone dei vincoli molto stretti alla costruzione su suolo naturale. Prima di tutto, stabilisce un obiettivo intermedio al 2030: ciascuna circoscrizione territoriale deve ridurre il consumo di suolo del 50% rispetto al periodo 2011-2020. Ciò non implica l’arresto della costruzione tout court, ma include anche il ripristino di spazi naturali. L’importante è che la somma dei due, a livello nazionale e regionale, diminuisca al 2030 e diventi infine pari a zero al 2050.</p>
<p>Un’altra cosa degna di nota è che, a partire dal 2031, la legge ZAN non terrà più solo conto del consumo di suolo, ma anche delle sue qualità. In questo senso, anche un suolo agricolo le cui “funzioni ecologiche, biologiche, idriche e climatiche” siano state permanentemente alterate sarà categorizzato come “artificiale” e rientrerà quindi nel conto da equilibrare. Questa politica è già in corso di attuazione (tra molte proteste) ed è monitorata grazie alle indagini sull’occupazione del suolo fatte dai satelliti del progetto europeo Copernicus e altri database fondiari francesi.</p>
<p>L’Italia, a confronto, dimostra un vuoto legislativo piuttosto sconcertante. Nel 2022, con l’approvazione del piano per la transizione ecologica, lo Stato italiano dichiarava addirittura di voler anticipare al 2030 l’azzeramento del consumo di suolo netto. Inutile dire che nessun governo ha finora legiferato su come mettere in pratica questo obiettivo, cosa che è evidente guardando all’andamento delle statistiche. Solo una legge, indirettamente collegata alla riduzione del consumo di suolo, è stata approvata nel 2020: una modifica del testo unico sull’edilizia che ha il fine di incentivare la rigenerazione urbana (cioè recuperare e trasformare edifici e terreni già urbanizzati, invece di costruire su nuovi spazi). Infatti, lo Stato italiano ha stabilito che interventi di rigenerazione urbana che implicano “la demolizione e la ricostruzione di un edificio con dimensioni, sagoma e tipologia diverse” possono essere considerati come ristrutturazioni e non come nuove costruzioni. Questo status permette ai costruttori di velocizzare le pratiche amministrative e di godere di una riduzione di almeno il 20% degli oneri di urbanizzazione, contributi che, di solito, vengono versati al comune in cambio del permesso di costruire.</p>
<p>La modifica al testo unico sull&#8217;edilizia ha facilitato la rigenerazione urbana, ma ha anche lasciato ampio margine di interpretazione alle autorità locali, libere di decidere quanto scontare gli oneri di urbanizzazione, quali progetti far passare come ristrutturazioni e quali procedure amministrative applicare. Il risultato, secondo i dati ISPRA, è che questa misura non ha avuto alcun effetto sul consumo di suolo, nonostante fosse proprio questo il suo obiettivo implicito.</p>
<p>Oltre alla rigenerazione urbana, l&#8217;unica altra iniziativa del governo italiano per contrastare l&#8217;artificializzazione risale al 2023, con l&#8217;istituzione del &#8220;Fondo nazionale per il contrasto al consumo di suolo&#8221;: una dotazione di <a href="https://www.mase.gov.it/portale/documents/d/guest/dm_02_02-01-2025_fondo_suolo-pdf">160 milioni di euro</a> per il periodo 2023-2027, destinata a finanziare interventi di rinaturalizzazione.</p>
<h2><a id="post-6801-_ooxdwduq9h7q"></a>Cosa c&#8217;entrano le inchieste sull’urbanistica di Milano con il consumo di suolo?</h2>
<p>Qui sta il nodo centrale. Lo Stato italiano, invece di agire direttamente sul consumo di suolo come ha fatto la Francia, ha scelto una strada indiretta: rendere più convenienti e veloci le costruzioni su suolo già urbanizzato, scommettendo che i privati avrebbero spontaneamente preferito ricostruire in aree artificializzate piuttosto che consumare nuovo territorio. L’Italia ha deregolamentato la costruzione su suolo urbanizzato, e<a href="https://www.ilpost.it/2025/05/09/inchieste-urbanistica-milano-hidden-garden/"> il caso di Milano</a> spiega molto bene perché questa legge abbia provocato parecchi problemi.</p>
<p>Il capoluogo lombardo è la città italiana più avanzata in termini di rigenerazione urbana, basti pensare a progetti come Porta Nuova o Citylife, che hanno rimodellato interi quartieri della città riutilizzando delle aree industriali o degli scali ferroviari ormai abbandonati. Milano ha fatto della rigenerazione urbana un modello di crescita, sviluppando moltissimo il proprio settore immobiliare e attirando capitali internazionali. Tuttavia, per alcuni interventi meno importanti (ma non così piccoli), la città ha adottato una lettura permissiva del testo unico sull’edilizia, che ha generato proteste e denunce da parte dei residenti milanesi e che ha infine portato all’apertura delle famose “inchieste sull’urbanistica”. Di cosa parliamo?</p>
<p>Parliamo di alcuni blocchi di appartamenti, di grandi volumi e spesso molto alti, che sono stati costruiti al posto di vecchi edifici, più bassi, che erano ormai in disuso. Il punto è che, grazie alla modifica al testo unico sull’edilizia (quella fatta per limitare il consumo di suolo), questa operazione di “rigenerazione urbana” è stata fatta passare come ristrutturazione, invece che come nuova costruzione. Così il Comune di Milano ha incassato meno oneri di urbanizzazione, i contributi che normalmente servono a finanziare il bilancio locale e ad adeguare i servizi pubblici al numero di nuovi abitanti. Inoltre questi edifici sono stati realizzati senza alcuno studio sul loro impatto urbanistico e ambientale, ma solo grazie a una &#8220;dichiarazione di inizio lavori&#8221;, la cosiddetta SCIA: uno strumento pensato per ristrutturazioni minori, che permette di iniziare i lavori subito, senza un controllo preliminare del Comune né una ripianificazione del quartiere coinvolto. A dare il via libera a questi progetti, di fatto, è stata solo la commissione paesaggio, e oggi la magistratura indaga se dietro queste approvazioni si nasconda un vero sistema di corruzione, volto a favorire la speculazione immobiliare.</p>
<p>In altre parole, la riforma del testo unico sull&#8217;edilizia che doveva disincentivare il consumo di suolo si è trasformata, a Milano, in una scorciatoia per costruire più in fretta, con meno controlli e meno oneri verso la collettività.</p>
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<h2><a id="post-6801-_2nixv8jekpv"></a>Rigenerazione urbana e consumo di suolo in Italia, quali risultati?</h2>
<p>Il caso di Milano mostra bene il rischio implicito di una strategia fondata sulla deregolamentazione: quello di premiare la rendita immobiliare più della qualità urbana o dell&#8217;interesse pubblico. Nel capoluogo lombardo, questo si è tradotto nella costruzione di edifici residenziali molto più alti e voluminosi del tessuto urbano circostante, tanto da mobilitare interi quartieri. Milano è probabilmente il caso più eclatante, ma illustra bene una dinamica di fondo: la norma, pensata per contenere il consumo di suolo, ha finito per offrire soprattutto un vantaggio agli sviluppatori immobiliari e per ridurre il margine di controllo dei comuni sullo sviluppo urbano, senza che questo si traducesse in un rallentamento del consumo di suolo su scala nazionale.</p>
<p>Il modello dell&#8217;incentivo al recupero di aree costruite non può funzionare senza una controparte che metta limiti chiari al consumo di suolo. Come la Francia, anche l&#8217;Italia avrebbe urgente bisogno di una legge nazionale che regoli quanto è possibile artificializzare e per quali scopi, invece di continuare a delegare ai meccanismi di mercato una questione che è, prima di tutto, pubblica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/consumo-di-suolo-in-italia/">Cosa c’entrano le inchieste sull’urbanistica a Milano con il consumo di suolo in Italia?</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
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		<title>Crisi climatica in Africa: quando l’acqua diventa decisione politica</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/crisi-climatica-in-africa-quando-lacqua-diventa-decisione-politica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Abbà]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 11:45:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La Scuola Sant’Anna di Pisa ha sviluppato AquaBEHER, strumento agrometeorologico che stima l’acqua realmente disponibile nel suolo. Nato da ricerche in Mozambico il progetto Esatre lo applica ora nel nord del Ghana, dove l’incertezza idrica alimenta tensioni tra pastori e agricoltori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/crisi-climatica-in-africa-quando-lacqua-diventa-decisione-politica/">Crisi climatica in Africa: quando l’acqua diventa decisione politica</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1><a id="post-6797-_n8pez28b20ru"></a>Crisi climatica in Africa: quando l’acqua diventa decisione politica</h1>
<p><a id="post-6797-_sp9uxxlypzzg"></a><span class="news-teaser"> Dai dati agro-meteorologici ai conflitti per le risorse: in Ghana la ricerca intreccia scienza del clima, agricoltura e governance attraverso la piattaforma AquaBEHER nata in seno ad AfricaConnect, una iniziativa della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa</span></p>
<p><span class="news-credits">Grafica di Martina Cusin</span></p>
<p>Ad Accra, in Ghana, ventitré studenti universitari si sono seduti davanti a schermi carichi di dati su piogge, suoli e bilanci idrici. Non era un esame. Era qualcosa di più vicino a un hackathon: un training organizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa insieme al Ghana Meteorological Agency, con i giovani dell’Institute for Environment and Sanitation Studies dell’Università del Ghana come protagonisti.</p>
<p>Sugli schermi girava AquaBEHER, uno strumento agro-meteorologico sviluppato dai ricercatori pisani per trasformare dati climatici in decisioni concrete per l’agricoltura. In quelle ore di lavoro pratico — simulazioni, analisi, scenari — si condensava una scommessa più grande: che i giovani ricercatori africani diventino custodi e ambasciatori del sistema per il futuro. Parola del dottorando che lo ha sviluppato, l’agro meteorologo Robel Takele Miteku.</p>
<h2><a id="post-6797-_71omn8bd6ygb"></a>Leggere la pioggia non basta: cosa fa AquaBEHER</h2>
<p>Il problema che AquaBEHER cerca di risolvere è sottile ma decisivo. Capire se sta piovendo abbastanza, e abbastanza per chi. Una pioggia nella media climatica può non bastare per una coltura appena seminata, o arrivare nel momento sbagliato. Le agenzie meteorologiche definiscono l’inizio della stagione delle piogge su basi climatologiche. AquaBEHER introduce una prospettiva diversa: “ci interessa sapere quando l’acqua è effettivamente disponibile per le colture”, spiega Miteku.</p>
<p>Il cuore del sistema è il bilancio idrico del suolo. Il modello integra temperatura, precipitazioni, radiazione solare, vento e umidità per calcolare l’evapotraspirazione e aggiornare quotidianamente l’umidità nella zona radicale delle piante. “Cerchiamo di calcolare quanta acqua c’è nel terreno, quanta evapora e quanta viene assorbita dalle piante giorno dopo giorno, utilizzando un algoritmo semplice”, spiega Miteku. “A partire da questi parametri possiamo stimare se le condizioni idriche sono sufficienti a sostenere la crescita delle colture.”</p>
<p>Con una risoluzione di 10 km, lo strumento stima calendario, inizio, fine e durata della stagione delle piogge in base alla disponibilità idrica reale, non alla media storica. Le applicazioni pratiche sono immediate: guida alla semina, gestione dell’irrigazione, monitoraggio della siccità, previsione delle rese. Il modello è gratuito, open source, e progettato per funzionare anche in condizioni di scarsità di dati. “L’obiettivo è operare anche in condizioni di scarsità informativa”, dice Miteku. “È una sfida scientifica, ma anche politica.”</p>
<h2><a id="post-6797-_xmrckyyrvhyp"></a>Dai campi ai pascoli: acqua, conflitti e pace</h2>
<p>AquaBEHER non nasce da un’intuizione teorica ma dal lavoro sul campo in Mozambico, dove un gruppo di esperti della Scuola Sant’Anna di Pisa ha trascorso settimane a raccogliere dati e ascoltare agricoltori di sussistenza. “È emerso chiaramente che uno dei principali fattori limitanti era l’incertezza sull’inizio delle piogge” spiega il ricercatore Leonardo Caproni che assieme ai suoi colleghi è partito da quella esigenza concreta per dare una forma al modello.</p>
<p>Il passo successivo è stato implementarlo in Ghana, nel quadro del progetto Esatre (Enhancing Sustainable Agriculture and Transhumance Regulation in Ghana), finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Qui la posta in gioco si allarga: nel nord del paese, l’irregolarità delle piogge rende scarse e contese le risorse condivise da agricoltori e pastori nomadi. “Non è solo un problema agricolo”, sottolinea Caproni. “È un problema sociale e politico. Quando le risorse sono limitate, aumentano le tensioni.“​​​​​​​​​​​​​​​​ Fornire informazioni affidabili sull’acqua disponibile significa ridurre l’incertezza — e con essa, il rischio di conflitto.</p>
<p>È in questa direzione che si muove il modulo pastorale di AquaBEHER su cui i ricercatori stanno lavorando: stimare la biomassa disponibile nei pascoli per aiutare i pastori transumanti a pianificare gli spostamenti. “Se sai quanta ne troverai e dove nei prossimi quattro mesi, puoi decidere se restare, spostarti o acquistare foraggio”, spiega Miteku. “È un servizio climatico applicato alla pastorizia.”</p>
<p>Consapevole del potere che tale capacità di previsione può comportare, la ricercatrice Martha Populin pone l’attenzione sulla sua governance. “Va progettata con attenzione. Se mal gestite, queste informazioni possono concentrare troppe mandrie nello stesso luogo, con danni ai campi e nuove tensioni. Se ben gestite possono invece aiutare ad evitarle.”</p>
<h2><a id="post-6797-_5uy18vvxpm09"></a>Scienze che si parlano: la scommessa interdisciplinare di AfricaConnect</h2>
<p>È proprio questo nodo — tra dati, decisioni e conflitti — che in progetti come Esatre rende necessario un approccio che attraversi i confini disciplinari. La Scuola Sant’Anna ci prova sistematicamente attraverso AfricaConnect, l’iniziativa nata nell’estate del 2021 per raccogliere e mettere in rete i numerosi progetti della scuola legati al continente africano. Prima dispersi e poco visibili, quei progetti hanno trovato un contenitore comune e uno spazio per fare sistema. Tra i ricercatori coinvolti c’è Luca Raineri, che lavora alla Scuola Sant’Anna da una decina d’anni nell’ambito delle scienze politiche e delle relazioni internazionali, studiando in particolare le dinamiche di conflitto, guerra e pace nel continente africano con particolare attenzione all’Africa occidentale</p>
<p>La collaborazione interdisciplinare, per Raineri, non nasce da un’ambizione astratta, nasce da un’esigenza concreta: “capire davvero i driver dei conflitti richiede strumenti eterogenei, e una visione olistica che nessuna singola disciplina può offrire da sola”. E vale anche il rovescio: chi lavora su modelli idrici, gestione del suolo, sementi, deve essere consapevole che sta operando in territori spesso attraversati da tensioni. “Interventi suppostamente tecnici in realtà possono alimentare dinamiche di conflitto, naturalmente in maniera involontaria, animati dalle migliori intenzioni, ma quando si incide sulle risorse, sugli asset naturali, si ridistribuiscono benefici che possono in qualche modo avere anche delle ricadute conflittuali.”</p>
<p>Mettere insieme uno studioso di conflitti e un agronomo che lavora sul bilancio idrico del suolo non è però un esercizio semplice. “La struttura degli incentivi reali, al di là di tanta retorica sulla interdisciplinarietà, è fatta di linguaggi diversi, riviste diverse, network internazionali diversi, metodologie diverse”, ammette Raineri. Nel mondo accademico, pubblicare su una rivista utile per le scienze sociali e pubblicare su una per le scienze naturali sono percorsi quasi incompatibili nel breve termine. Trovare un terreno comune richiede tempo, pazienza e una certa disponibilità a rinunciare alle proprie certezze metodologiche. Il tema del cambiamento climatico è, secondo Raineri, il banco di prova più fertile: “Questo è tipicamente un ambito nel quale l’interpenetrazione di scienze sociali e scienze naturali diciamo è decisiva per la comprensione stessa del fenomeno, non solo per l’immaginare delle soluzioni. Si può capire un problema solo in parte se lo si osserva da un punto di vista puramente sociale o puramente naturale.”</p>
<p>Con fatica, ma con risultati sempre più solidi, i ricercatori della Sant’Anna stanno imparando a produrre lavori “comprensibili a 360 gradi”. Il problema è che il perimetro entro cui lavorare non coincide con quello dell’accademia. Quando la ricerca si sposta sul campo africano, le asimmetrie diventano visibili e difficili da aggirare. I talenti formati nelle università del continente vengono sistematicamente attratti altrove. Le istituzioni che rimangono spesso non hanno gli strumenti minimi per essere controparti alla pari. E così, quasi senza volerlo, si ricade in un copione già scritto: “i colleghi africani rischiano di essere percepiti come quelli che fanno raccolta dati e noi come quelli che elaborano teoricamente”, dice Raineri. Una gerarchia che nessuno rivendica apertamente, ma che la struttura dei sistemi riproduce da sola.</p>
<p>Poi c’è il problema di come si viene letti. Un ricercatore italiano che arriva in Ghana con finanziamenti pubblici, in un momento in cui l’Africa è diventata priorità esplicita della politica estera nazionale, porta con sé un’ombra difficile da scrollarsi di dosso. “Non siamo dei rappresentanti del Ministero degli Esteri, non siamo un veicolo della politica estera italiana”, dice Raineri. Ma la distinzione tra ricerca indipendente e interesse strategico non è sempre leggibile dall’esterno, soprattutto quando i temi toccano punti sensibili: “i conflitti, la sicurezza, ma anche la sicurezza energetica o il DNA delle piante — sono tutte questioni che possono collidere con un senso di sovranità, di protezione dei dati, di sovranità digitale nel territorio.”</p>
<p>Eppure qualcosa tiene. Mentre sul piano diplomatico il dialogo tra Europa e Africa si inceppa su molti fronti, la cooperazione scientifica mantiene una sua continuità. Programmi, scambi, reti di ricerca: resistono, pur tra mille attriti — i visti che non arrivano, le asimmetrie che non spariscono. È uno spazio stretto, ma reale. E i giovani ricercatori che ad Accra hanno imparato a leggere i dati del suolo dentro dinamiche di conflitto e governance ne sono la prova più concreta. Sapere quanta acqua c’è nel terreno è solo il punto di partenza. Decidere insieme come distribuirla è un atto politico che nessun modello può compiere al posto degli esseri umani.​​​​​​​​​​​​​​​​</p>
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		<title>Planare e non atterrare mai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Stefano Cisternino]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 15:04:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Perché la ricerca sul clima non cambia le politiche pubbliche. Un'analisi dal di dentro, tra precariato italiano, piani senza fondi e i pochi casi in cui il sistema funziona. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a id="post-6793-_p2qchcn4jmrs"></a><span class="news-teaser"> Il settore accademico è morto! Lunga vita al settore Accademico! La scienza climatica produce ogni anno un’enorme quantità di materiale di ricerca. Eppure questa ricerca è ancora lontana dal tradursi in azione. Ciò che manca in Italia è la volontà di farlo.</span></p>
<p><span class="news-credits">Illustrazione di Martina Spinelli</span></p>
<p>A un certo punto della mia carriera ho deciso di provare a tornare in accademia. Non per mancanza di alternative, ma per una specie di bisogno di dimostrare qualcosa a me stesso. Anni di comunicazione scientifica, giornalismo, progetti europei, e poi arrivava sempre la domanda: &#8220;e il dottorato in cosa?&#8221; Come se senza quel titolo il lavoro fatto valesse di meno, come se fossi uno che ha studiato il menu senza mai mangiare.</p>
<p>Mi sono soffermato sulla disinformazione climatica. Un tema che conosco, che mi appassiona, in cui credevo di poter contribuire con qualcosa di concreto. Ho ricominciato a frequentare accademici, conferenze, convegni. Ho cominciato ad abituarmi al linguaggio accademico. Ho cominciato a capire le regole di quel mondo.</p>
<p>Il problema è che non mi piacevano e tutto il sistema mi lasciava un retrogusto dolciastro, come un veleno a lento rilascio.</p>
<p>La prima cosa che ho imparato, avvicinandomi al mondo della ricerca da adulto che proviene da tutt’altro contesto, è che fare il dottorato non viene raccontato mai come un lavoro vero e proprio. Viene raccontato quasi come se fosse una prova iniziatica. Una fatica di Ercole, ma senza il lieto fine garantito. Chi lo ha fatto o lo sta facendo ne parla con un orgoglio misto a trauma, tipico delle persone che hanno attraversato una prova difficile e non riescono a decidere se ne è valsa la pena o meno. Il lamento è parte integrante dell&#8217;identità di chi fa ricerca.</p>
<p>Il fatto è che in Italia il lamento ha una sua giustificazione strutturale che è difficile negare: fondi scarsi, sistemi di valutazione fermi a decenni fa, gerarchie interne che non hanno nulla da invidiare alle casate di Game of Thrones. Un ricercatore precario di trent&#8217;anni, brillante, con tre lingue e un valido curriculum, aspetta che l’università di turno decida se e quando aprire un posto. Aspetta e pubblica. Pubblica e aspetta. Il sistema premia chi produce articoli su riviste con alto<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Fattore_d%27impatto"> impact factor</a>, ovvero una metrica inventata negli anni Sessanta per misurare quanto spesso una rivista viene citata da altre riviste, e che nel tempo è diventata il metro con cui si decide chi avanza di carriera e chi no.</p>
<p>La percentuale di precari nell&#8217;accademia italiana ammontava al 18% nel 2010. Nel 2024 la cifra è salita al<a href="https://www.internazionale.it/reportage/alice-facchini/2025/03/19/precari-universita-italiana"> 42%</a>. La<a href="https://www.dottorato.it/indagini/xii-indagine-adi-su-postdoc-il-precariato-come-condizione-strutturale-del-sistema-della-ricerca-e-delluniversita-in-italia/"> XII Indagine dell&#8217;ADI</a>, presentata al Senato nel luglio 2025 su 2.888 risposte, ha calcolato che l&#8217;86,5% delle posizioni di ricercatore attive scadrà entro luglio 2026. Il<a href="https://www.flcgil.it/universita/ffo-2025-si-conferma-il-sottofinanziamento-degli-atenei-e-i-tagli-di-meloni-e-bernini.flc"> Fondo di Finanziamento Ordinario</a> ha perso circa 518 milioni nel 2024 rispetto alle previsioni. L&#8217;Italia investe nell&#8217;università l&#8217;1,5% della spesa pubblica: la Germania il 2,6, la Danimarca il 4,8. L&#8217;età media dei docenti è di<a href="https://ustat.mur.gov.it/media/1294/focus_pers_univ2023.pdf"> circa 51 anni</a>, la più alta dell&#8217;OCSE; gli under-30 sono meno dell&#8217;1% del corpo docente, contro una media europea dell&#8217;8%. Quasi il 70% di chi in Italia vince <a href="https://erc.europa.eu/homepage">grant ERC</a> spende il finanziamento fuori dall&#8217;Italia.</p>
<p>Ogni numero racconta la stessa cosa: il sistema espelle chi non si adatta e trattiene chi ha imparato a sopravviverci. Chi rimane non ha altra scelta che continuare a pubblicare. Porsi la domanda se una determinata pubblicazione è utile o meno, è un lusso che il sistema, così come è strutturato, non si può permettere.</p>
<p>Recentemente ero a un simposio sulle migrazioni climatiche a Dublino. Persone intelligenti, ricerche serie, presentazioni curate. E io seduto lì a chiedermi, ogni quarto d&#8217;ora circa: ma quindi? Qual è lo scopo? Per chi è questo? Dove finisce? Non lo chiedo con cinismo, lo chiedo sul serio perché vengo da un contesto in cui ogni progetto, ogni articolo, ogni campagna, deve rispondere a una domanda di utilizzo. Ci deve essere, da qualche parte nella catena, un punto in cui la conoscenza prodotta tocca qualcosa fuori da se stessa. A Dublino (e non solo) quel punto non lo trovavo. Mi sembrava di sentire Calvino, quello delle <em>Lezioni americane</em>, quando parla della leggerezza come valore: planare sulle cose dall&#8217;alto, non avere macigni sul cuore. Solo che lì non si plana per leggerezza. Si plana e non si atterra mai. La ricerca continua, si accumula, diventa sempre più sofisticata e sempre meno comprensibile a chiunque non sia già dentro quella stessa nicchia. E il mondo fuori continua a fare quello che faceva prima. Aggiungerei in un disinteresse reciproco.</p>
<p>Nel 2019, uno studio pubblicato su<a href="https://esajournals.onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1002/fee.2084"> Frontiers in Ecology and Environment</a> ha intervistato 1.092 ricercatori in 55 paesi e 315 istituzioni su un tema preciso: quanto viene riconosciuto il loro impegno in attività di utilità pubblica, comunicazione, policy engagement. L&#8217;impegno verso la società è percepito come utile ma NON premiato dalle istituzioni. Le università inseriscono l&#8217;impatto sociale nelle mission statement, eppure non lo misurano nelle promozioni. Il meccanismo è questo: un ricercatore o una ricercatrice che dedica due anni a portare uno studio dentro un processo legislativo non accumula le metriche che contano. Non aumenta il suo citation count. Non sale nell&#8217;h-index, che è il numero che riassume quante volte le tue pubblicazioni sono state citate da altri. Non pubblica sulla rivista giusta nel momento giusto. Nel frattempo, chi ha usato quegli stessi due anni per produrre altri tre paper su Nature è avanzato di livello. La scelta razionale, dentro questo sistema, è ovvia. Non è un problema di valori. È un problema di come è costruito il sistema di incentivi.</p>
<p>Ovviamente questo meccanismo funziona anche per la ricerca in materia climatica. Nel 2024, due sociologi dell&#8217;Università di Örebro in Svezia, Rolf Lidskog e Adam Standring, hanno pubblicato su<a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10584-024-03812-4"> Climatic Change</a> uno studio basato su 18 interviste con ricercatori e ricercatrici coinvolte nei rapporti IPCC. Lo hanno chiamato &#8220;<em>academic housekeeping</em>&#8220;: il lavoro di traduzione, coordinamento, spiegazione, mediazione che serve per connettere la scienza alle decisioni politiche, essenziale per il funzionamento dell&#8217;IPCC, ma invisibile in ogni curriculum. Non genera citazioni. Non apre posizioni. È fatto da persone motivate da ragioni che il sistema non sa misurare o se vogliamo essere leggermente più accademici: si tratta di una affascinante forma di rifiuto e marginalizzazione epistemica, dove c’è un sapere e una specifica maniera di produrlo e riconoscerlo.</p>
<p>Un ricercatore di fisica del clima con cui ho parlato preparando questo pezzo, e che preferisce rimanere anonimo, mi ha detto che la domanda che gli viene rivolta più spesso, da studenti e da persone fuori dall&#8217;accademia, è questa: ma la tua ricerca porta a qualcosa? La domanda lo mette a disagio non perché non sappia rispondere, ma perché sa che la risposta dipende da variabili che lui non può controllare.</p>
<p>L&#8217;<a href="https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX:52025DC0668">EU Climate Action Progress Report</a> del novembre 2025 ha fotografato dove quella conoscenza non arriva: con le sole politiche attualmente operative, senza contare quelle pianificate ma non ancora implementate, i paesi UE sono in ritardo di circa 8 punti percentuali rispetto all&#8217;obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030. Non mancano i dati e non manca la ricerca, quello che manca è la loro traduzione in politiche pubbliche.</p>
<p>Guardiamo un attimo al bel paese: Il<a href="https://climadat.isprambiente.it/pnacc/"> PNACC</a>, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, è stato approvato il 21 dicembre 2023 dopo sei anni di attesa: quattro governi si erano passati la bozza senza firmarla, da Gentiloni ai due governi Conte e a Draghi. Il piano conta 361 misure in 18 settori. Di queste, circa il 70% sono &#8220;soft&#8221;: comunicazione, governance, monitoraggio. Le voci di spesa per attuare le misure concrete sono, letteralmente,<a href="https://asvis.it/editoriali/3257-19920/il-pnacc-da-solo-non-basta-servono-risorse-e-politiche-coerenti-con-ladattamento"> celle Excel vuote</a>. Il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) e l&#8217;Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) avevano già la ricerca che descriveva questi rischi. Il piano la cita, ma è arrivato comunque dopo sei anni, e senza le risorse per attuarlo.</p>
<p>L&#8217;Italia non ha un organismo scientifico indipendente sul clima comparabile al Climate Change Committee britannico o all&#8217;Haut Conseil pour le Climat francese.<a href="https://asvis.it/editoriali/3257-23161/italia-un-consiglio-scientifico-sul-clima-per-assicurare-la-continuita-delle-politiche-pubbliche"> ASviS e Fondazione ECCO</a> hanno definito questa assenza &#8220;una grave lacuna nell&#8217;attuale sistema decisionale&#8221;. In Francia quell&#8217;organismo è stato creato nel 2019 con decreto presidenziale, esplicitamente ispirato al modello britannico, dopo che l&#8217;IDDRI, l&#8217;Istituto per lo Sviluppo Sostenibile e le Relazioni Internazionali, lo aveva proposto nel 2018 .</p>
<p>Insomma, dove il collegamento tra scienza e società funziona, funziona perché qualcuno lo ha costruito apposta.Il<a href="https://www.pik-potsdam.de/en/output/policy-advice/policy-advice"> Potsdam Institute for Climate Impact Research</a> in Germania produce report che diventano basi di legge. Nel 2020 l&#8217;<a href="https://www.umweltrat.de/SharedDocs/Downloads/EN/04_Statements/2020_2024/2022_09_The_CO2_budget_approach.pdf?__blob=publicationFile&amp;v=8">SRU</a>, il Consiglio Consultivo Scientifico per l&#8217;Ambiente tedesco, calcolò il budget residuo di CO<sub>2</sub> disponibile per il paese. La<a href="https://www.bundesverfassungsgericht.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/EN/2021/bvg21-031.html"> Corte Costituzionale Federale</a> usò quel calcolo nella sentenza del marzo 2021, dichiarando la legge sul clima tedesca parzialmente incostituzionale. Il governo riformò la legge in cinque mesi: target 2030 portato dal 55% al 65%, neutralità carbonica anticipata dal 2050 al 2045. Nel Regno Unito il legame è ancora più diretto. L&#8217;8 ottobre 2018 l&#8217;IPCC pubblicò il suo<a href="https://www.ipcc.ch/sr15/"> Special Report sull&#8217;1,5°C</a>. Il 15 ottobre i governi di UK, Scozia e Galles chiedono formalmente un parere al<a href="https://www.theccc.org.uk/publication/net-zero-the-uks-contribution-to-stopping-global-warming/"> Climate Change Committee</a>. Il 2 maggio 2019 il Climate Change Committee (CCC), il comitato scientifico indipendente sul clima istituito dal Parlamento Britannico raccomanda net-zero entro il 2050. A giugno 2019 il Parlamento emenda il Climate Change Act: il Regno Unito diventa il primo paese del G7 a legiferare il net-zero. Sette settimane dalla raccomandazione scientifica alla legge. Ma di esempi come questi se ne potrebbero fare molti altri.</p>
<p>In Italia il<a href="https://www.cmcc.it/about/the-cmcc-foundation"> CMCC</a>, fondato a Lecce nel 2005, ha un mandato esplicito di connessione tra ricerca e politica. Non è un&#8217;università. È una fondazione costruita apposta per fare quello che le università normali non riescono a fare.</p>
<p>I casi menzionati non sono modelli replicabili. Sono prove che il collegamento richiede una struttura istituzionale dedicata, finanziamento stabile, persone che proteggano i ricercatori dal costo di carriera che il trasferimento comporta. Ogni volta che funziona, lo fa perché qualche istituzione ha deciso di dare uno sbocco concreto alla ricerca scientifica. La fragilitá di questo sistema emerge con più chiarezza dove è stato smantellato .</p>
<p>Negli Stati Uniti, l&#8217;amministrazione Trump ha proposto per il 2026 un taglio alla National Oceanic and Atmospheric Administration<a href="https://yaleclimateconnections.org/2025/07/trumps-climate-research-cuts-are-unpopular-even-with-republicans/"> (NOAA</a>) di 1,8 miliardi di dollari, oltre il 25% del suo budget totale. L&#8217;Office of Oceanic and Atmospheric Research, il cuore della ricerca scientifica dell&#8217;agenzia, verrebbe eliminato: dieci laboratori, sedici istituti cooperativi universitari, circa metà dell&#8217;intera attività scientifica della NOAA. Il direttore dell&#8217;Office of Management and Budget (OMB), Russell Vought, ha definito il<a href="https://ncar.ucar.edu/"> National Center for Atmospheric Research</a> &#8220;una delle maggiori fonti di allarmismo climatico nel paese&#8221;. Il National Climate Assessment è offline dal 1° luglio 2025. Il sito Climate.gov è offline da giugno.</p>
<p>Dall’altra parte dell’oceano, in Australia, il Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation <a href="https://www.csiro.au/en/research/environmental-impacts/climate-change/National-Climate-Risk-Assessment"> (CSIRO</a>) ha tagliato 92 posizioni nell&#8217;Environment Research Unit, inclusi circa un terzo dei ricercatori che lavorano al modello climatico nazionale. Lo ha fatto mentre il governo federale aumentava il budget dell&#8217;agenzia di 387 milioni di dollari australiani. La ricerca si taglia anche quando i fondi crescono: basta sapere dove tagliare.</p>
<p>L&#8217;infrastruttura che connette la scienza alle politiche non è un dato acquisito. Va costruita, protetta, finanziata. Quando smette di esserlo, si smonta in pochi mesi.</p>
<p>Nel<a href="https://www.cbc.ca/news/science/global-south-climate-science-1.6212471"> Global South</a> non si è mai montata del tutto. Peter Dery, ricercatore in Ghana, ha detto quello che nel dibattito europeo si dice raramente: &#8220;c&#8217;è ancora un gap tra scienza e politica; non perché la scienza non esista, ma perché nessuno si occupa di far accettare la scienza alla politica.&#8221; Secondo l&#8217;<a href="https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg3/">IPCC AR6</a>, oltre il 90% della finanza climatica globale è andata a supporto di azioni di mitigazione tra il 2017 e il 2020. L&#8217;adattamento, che riguarda chi già subisce gli effetti, riceve le briciole. Il gap tra conoscenza e politica non è distribuito ugualmente. Paga di più chi ha prodotto meno emissioni.</p>
<p>Nel 2021 un gruppo di autori IPCC dei tre Working Group, con Bruce Glavovic tra loro, ha pubblicato su<a href="https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/17565529.2022.2076647"> Climate and Development</a> una proposta che nella comunità scientifica ha fatto molto rumore. Dicevano: il contratto tra scienza e società è rotto. I governi citano la ricerca ma non agiscono. Noi continuiamo a produrre rapporti che vengono usati per giustificare l&#8217;inazione più che per cambiarla. La loro conclusione: forse è arrivato il momento di una moratoria sulla ricerca climatica, uno sciopero della conoscenza, per forzare una rinegoziazione.</p>
<p>Tuttavia questa proposta è stata quasi unanimemente respinta. Cologna e Oreskes hanno risposto che la colpa non è della scienza, il problema è politico e culturale. Serve più ricerca nelle scienze sociali e nelle humanities. Hanno ragione. Ma il fatto che degli autori IPCC siano arrivati a formulare questa proposta dice qualcosa che torna alla mia domanda di Dublino: il disagio è reale, è interno, e cresce.</p>
<p>Nonostante il quadro tracciato sinora, qualcosa si sta muovendo. Nel 2022 è nata<a href="https://coara.eu/"> CoARA</a>, la Coalition for Advancing Research Assessment, che impegna le istituzioni firmatarie ad abbandonare l&#8217;uso dell&#8217;impact factor e dell&#8217;h-index come misure primarie. Da 420 organizzazioni nel marzo 2023 è arrivata a 734 nel maggio 2025. L&#8217;Università di Bologna ha approvato il suo<a href="https://magazine.unibo.it/archivio/2024/07/31/towards-an-international-reform-of-research-assessment-the-action-plan-for-implementing-coara-principles"> piano di implementazione</a> nel luglio 2024. L&#8217;<a href="https://www.anvur.it/it/novita-ed-eventi/vqr-2020-2024-anvur-presenta-i-risultati-della-ricerca-italiana">ANVUR</a>, nell&#8217;ultimo ciclo VQR 2020-2024, ha incluso 858 casi studio di impatto sociale, il 27% in più del ciclo precedente.</p>
<p>Le riforme esistono. Non toccano il compromesso reale: un ricercatore che fa policy engagement dedica quel tempo a qualcosa che non produce pubblicazioni. Si può valutare l&#8217;impatto quanto si vuole, ma non si restituiscono le ore. Un paper su arXiv nel 2024 lo dice senza giri: CoARA non salverà la scienza dalla tirannia della valutazione amministrativa. Il rischio, scrivono gli autori, è che si sostituisca una burocrazia metrica con un&#8217;altra.</p>
<p>Torno sempre a Dublino.</p>
<p>Non perché lì abbia trovato una risposta, che non ce l&#8217;ho. Ma perché lì ho capito che la mia domanda, quella del &#8220;a cosa serve tutta questa produzione di ricerca scientifica&#8221;, non era ingenua. Era la domanda giusta fatta nel posto sbagliato. Il sistema non è strutturato per rispondere: è strutturato per non fare quella domanda.</p>
<p>Calvino parlava di leggerezza come di una scelta consapevole: planare per vedere meglio, non per evitare di atterrare. Quello che vedo nell&#8217;accademia del clima è qualcosa di diverso. Non è leggerezza: è galleggiamento. Una produzione che sale e si raffina e non trova un punto di contatto con le decisioni che contano, mentre il tempo utile per prenderle si accorcia.</p>
<p>Non è una critica alla ricerca che non serve a niente. Oggi la ricerca avanza soprattutto grazie a finanziamenti esterni, vinti promettendo un risultato preciso entro una data precisa. Chi fa ricerca lo sa fin dall&#8217;inizio: non sta cercando di scoprire qualcosa, sta cercando di trovare quello che ha già promesso di trovare. Molte delle scoperte che hanno davvero cambiato la storia sono arrivate per altre vie, da ricerca senza scopo dichiarato, senza scadenze, quella che si fa per curiosità e basta. Un sistema che vincola ogni euro a un risultato già scritto in anticipo non produce solo conoscenza utile. Produce anche meno sorprese, e le sorprese sono spesso l&#8217;unica cosa che vale davvero la pena finanziare.</p>
<p>C&#8217;è una canzone di Giovanni Truppi che finisce con un&#8217;immagine che da allora non mi sono più tolto di dosso: un pesce vive nel mare, un altro nuota in una vasca, e per quello nella vasca il mare resta sullo sfondo, qualcosa che si vede ma non si abita. L&#8217;accademia studia la crisi climatica da decenni, la descrive con una precisione che cresce ogni anno, e la tiene esattamente lì: sullo sfondo. Non perché non la veda. Perché lo sfondo, per definizione, è la parte del paesaggio che non chiede di essere attraversata.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/planare-e-non-atterrare-mai/">Planare e non atterrare mai</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
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		<title>L&#8217;allargamento della questione climatica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Tommaso Masi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Jun 2026 11:06:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Conoscere la storia dei dibattiti in merito alla questione climatica, dapprima nel ristretto ambito scientifico e poi in quelli più ampi della pubblica opinione e della politica, permette di capire come questo tema sia diventato uno dei punti di maggior confronto tra Destra e Sinistra in tutto il mondo. In questo quinto articolo vediamo quali eventi all’inizio del millennio portarono la questione climatica sempre più al centro dell’attenzione mondiale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>L&#8217;allargamento della questione climatica</strong></h1>
<p><a id="post-6786-_n38k952pk7d9"></a><span class="news-teaser"> All’inizio del nuovo millennio la questione climatica divenne sempre più popolare malgrado l’attenzione mediatica fu diretta alle conseguenze dell’attacco alle Torri Gemelle</span></p>
<p><span class="news-credits">Grafiche di Viola Madau</span></p>
<h2><a id="post-6786-_u5w4j7v00vva"></a><strong>L&#8217;eredità del Protocollo di Kyoto</strong></h2>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Le quantità di questioni rimaste aperte e la complessità dei meccanismi necessari per rendere operativo il Protocollo di Kyoto assorbirono i lavori delle COP successive per diversi anni. Furono perciò delle conferenze molto concentrate su aspetti specialistici e poco seguite dalla pubblica opinione. Purtroppo la divergenza di opinioni che si era già manifestata a Kyoto portò a scontri diplomatici ancora più duri via via che si approfondivano i dettagli.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Dal 2001 al 2008, durante la presidenza Bush, il coinvolgimento degli Stati Uniti fu piuttosto superficiale, sia per l’aperta opposizione dell’amministrazione repubblicana alla lotta ai cambiamenti climatici, sia perché, a seguito dell’attacco alle Torri Gemelle, la politica internazionale statunitense fu dedicata alla lotta al terrorismo di matrice islamista. Per queste ragioni, oltre al sostanziale disinteresse della Cina, che proprio in quel periodo sperimentò la massima accelerazione del suo sviluppo economico, la lotta ai cambiamenti climatici sparì dai radar della pubblica opinione.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Ma anche se per circa un decennio non ci sono stati eventi paragonabili al Summit della Terra o annunci eclatanti come quello del Protocollo di Kyoto, c’era chi continuava ad impegnarsi per denunciare la crisi climatica.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Nel 2001 viene pubblicato il<a href="https://ipccitalia.cmcc.it/reports/tar-terzo-rapporto-di-valutazione-2001/"> terzo rapporto</a> dell’IPCC. Rispetto ai precedenti venne dedicata una maggiore attenzione ai gas serra diversi dalla CO<sub>2</sub> e aumentò l’enfasi sulle politiche di<a href="https://www.duegradi.eu/news/adattamento-cambiamento-climatico/"> adattamento</a>, evidenziando la necessità di sviluppare strategie e interventi per affrontare gli impatti attesi del cambiamento climatico su comunità, ecosistemi e infrastrutture. Le proiezioni sul riscaldamento globale divennero più pessimistiche: se nel rapporto precedente si stimava per il 2100 un innalzamento della temperatura media del pianeta rispetto ai livello del 1990 tra 1 e 3,5 °C, ora l’incremento veniva previsto tra 1,4 e 5,8 °C.</p>
<p class="news-photo-credits"><a id="post-6786-_67nx9p90olbs"></a><strong><img loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1080" class="wp-image-6789" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-2.png" srcset="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-2.png 1920w, https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-2-1536x864.png 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" />Una scomoda verità</strong></p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Verso la fine del 2006 uscì un documentario del politico democratico statunitense Al Gore sulla crisi climatica, intitolato “<a href="https://www.imdb.com/it/title/tt0497116/"><em>Una scomoda verità</em></a>” (<em>An inconvenient truth</em>), che ottenne uno strepitoso successo di pubblico. Gore era stato vicepresidente degli Stati Uniti dal 1993 al 2001, durante la presidenza di Bill Clinton: da sempre sensibile alle tematiche ambientali convinse il presidente ad aderire al Protocollo di Kyoto. La sua carriera politica si concluse quando perse la competizione elettorale del 2000 contro George Bush: il risultato di quelle elezioni restò in bilico per diverse settimane a causa dello strettissimo margine di poche centinaia di voti che separava i due candidati nello Stato della Florida, di cui era governatore il fratello di Bush. La controversia venne risolta dalla Corte Suprema degli Stati Uniti con una sentenza che, pur ammettendo errori nello scrutinio dei voti, assegnò lo Stato a Bush. Di conseguenza, a causa del meccanismo elettorale americano, Al Gore perse le elezioni pur avendo ottenuto mezzo milione di voti in più del suo avversario. Abbiamo visto quali conseguenze questa decisione ebbe sul Protocollo di Kyoto.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Il film rappresentò il ritorno di Gore sulla scena pubblica. Realizzato con un sapiente montaggio delle registrazioni delle sue conferenze itineranti sulla questione ambientale, unite ad immagini originali ed espressive sulle conseguenze del riscaldamento globale, seppe cogliere l’attenzione del pubblico occidentale, ormai stanco della divisiva “guerra al terrorismo”. Il film è stato uno di quei rari eventi culturali capaci di trasformare il modo in cui le persone di tutto il mondo vedono l’ambiente che li circonda. Negli anni seguenti questo film ispirerà milioni di persone a iniziare a parlare della crisi climatica in maniera informata e a impegnarsi personalmente nel lavoro per combatterla, contribuendo a creare una nuova cultura e un’intera nuova generazione di attivisti.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Il successo del film venne coronato dalla vittoria di due premi Oscar, come miglior documentario e per la migliore canzone originale. Lo stesso Gore, insieme al regista Davis Guggenheim, ritirò il premio alla cerimonia del 25 febbraio 2007 con queste parole: «La battaglia contro la crisi climatica non è una questione politica, è una questione morale. Abbiamo tutto ciò che serve per iniziare, con la possibile eccezione della volontà di agire. Ma la volontà è una risorsa rinnovabile. E allora rinnoviamola!».</p>
<h2><a id="post-6786-_z28r1g5swczm"></a><strong>Il Premio Nobel per la pace</strong></h2>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Ma quell’anno le soddisfazioni per Gore non erano ancora finite. Nell’ottobre del 2007 viene infatti insignito del prestigioso Premio Nobel per la Pace. Il Comitato norvegese per il Nobel assegnò il premio congiuntamente a Gore e all’IPCC per il loro ruolo nella lotta contro il cambiamento climatico.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Il premio Nobel per la Pace fu istituito nel 1901 con il compito di premiare «la persona che avrà svolto il miglior lavoro per la fratellanza tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione degli eserciti e per l’organizzazione e la promozione di congressi di pace». Con la scelta di quell’anno il comitato ha voluto allargare l’ambito del premio al campo d’azione dei cambiamenti climatici, ritenendo che la crisi ecologica ha il potenziale di aumentare il rischio di conflitti violenti e guerre.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a><img loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1080" class="wp-image-6790" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-3.png" srcset="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-3.png 1920w, https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-3-1536x864.png 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p><a id="post-6786-_ej3xbrqwg5s3"></a>Il giornale The Guardian, una delle più autorevoli testate inglesi e probabilmente il più famoso quotidiano di stampo dichiaratamente progressista al mondo, ne diede l’annuncio con queste parole:</p>
<p>«<em>Questo è un premio che la Corte Suprema non potrà togliergli. I cinque voti di una commissione di Oslo hanno assegnato ad Al Gore il premio più prestigioso del mondo, il Nobel per la Pace, mettendo finalmente a tacere i voti dei cinque giudici che nel 2000 lo privarono della Florida e lo tennero lontano dalla Casa Bianca». Il Comitato del Nobel nella sua comunicazione dichiarò che Al Gore è stato «il singolo individuo che ha fatto di più per creare una migliore comprensione a livello mondiale delle misure che devono essere adottate (&#8230;) cercando di contribuire a una maggiore attenzione ai processi e alle decisioni che appaiono necessari per proteggere il clima futuro del mondo, e quindi per ridurre la minaccia alla sicurezza dell’umanità». </em>Il comunicato si concludeva con queste parole:<em> «è necessario agire ora, prima che il cambiamento climatico sfugga al controllo dell’uomo</em>».</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Al di là della storia personale di Gore, è molto importante osservare che l’assegnazione del premio in parti eguali ad un gruppo di scienziati e ad un uomo politico sottolineò la cruciale importanza che deve avere la collaborazione tra politica e scienza per la lotta al cambiamento climatico.</p>
<h2><a id="post-6786-_ngwuxxf72akg"></a><strong>Il quarto rapporto dell’IPCC</strong></h2>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>L’IPCC, giunto all’apice della sua popolarità grazie al Nobel, pubblicò il suo<a href="https://ipccitalia.cmcc.it/reports/ar4-quarto-rapporto-di-valutazione-2007/"> quarto rapporto</a> tra la fine del 2007 e l’inizio del 2008. Come per i precedenti, anche questo rapporto fu il risultato di un lungo lavoro che si era svolto negli anni precedenti tra crescenti polemiche e contrapposizioni tra governi. Questo contesto conflittuale emerge sin dall’introduzione in cui viene illustrato il concetto di trattamento delle incertezze (<em>treatment of uncertainties</em>) come modalità con cui saranno classificate le varie informazioni e previsioni a seconda della loro attendibilità scientifica. Di conseguenza solo raramente nel rapporto si incontreranno affermazioni categoriche su dati considerati certi (cioè con una probabilità di verificarsi maggiore del 99%) mentre più spesso le ipotesi saranno caratterizzate da valori di probabilità inferiori, in special modo per quanto riguarda le previsioni per il futuro.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Rispetto al rapporto precedente in generale queste proiezioni diventano più prudenti: ad esempio, per quanto riguarda la temperatura media nel 2100 l’ipotesi più probabile limita il riscaldamento a circa 3 °C, mentre la previsione relativa all’innalzamento del livello dei mari si pone tra i 28 ed i 43 cm, e non tra i 15 ed i 90 cm previsti nel rapporto precedente. Nonostante una maggiore prudenza sulle evidenze scientifiche, il rapporto enfatizza l’importanza degli interventi necessari per contenere gli impatti dei cambiamenti climatici sull’ambiente e sulle popolazioni. Le iniziative per l’adattamento vengono ritenute indispensabili per fronteggiare le conseguenze anche nella migliore delle ipotesi di mitigazione del riscaldamento globale: «l’adattamento deve divenire una strategia parallela agli sforzi di mitigazione in quanto i rischi derivanti dal cambiamento climatico potrebbero aumentare in modo consistente senza alcun intervento in tal senso».</p>
<h2><a id="post-6786-_byd167iepq5p"></a><strong>La COP di Copenhagen del 2009</strong></h2>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>In quegli anni la questione climatica stava tornando al centro dell’attenzione della pubblica opinione occidentale. Nel Regno Unito, ad esempio, nel 2008 il governo approvò una legge che introdusse degli obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni nella misura dell’80% entro il 2050. Purtroppo la crisi finanziaria di quell’anno, che causò una pesante recessione economica mondiale, a cui seguì in Europa quella del debito sovrano del 2011, distolse buona parte dell’attenzione della politica e delle proteste popolari verso i temi dell’austerità e della solidità del sistema finanziario internazionale.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Ciononostante, almeno nei circoli dell’attivismo ambientale e dei movimenti politici più sensibili ai temi ecologici, non venne meno la pressione sui governi per una efficace azione contro i cambiamenti climatici. Gli sforzi negoziali durante le COP si concentrarono sulla definizione di una proposta di emendamento del Protocollo di Kyoto per ulteriori impegni post 2012 (termine dell&#8217;applicazione del Protocollo). Nel Bali Action Plan, il documento conclusivo della COP del 2007, si convenne di accelerare le trattative per arrivare, entro il 2009, alla definizione di nuovi impegni vincolanti per tutti. Pertanto l&#8217;obiettivo per la COP di quell’anno, che si tenne a Copenhagen, era un nuovo accordo globale sul clima.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>L&#8217;importanza di quell&#8217;appuntamento portò il movimento negazionista a cercare disperatamente di screditare la scienza del clima per ridurne l’autorevolezza organizzando il cosiddetto<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Climategate"> Climategate</a>: un mese prima dell&#8217;avvio dei lavori della COP venne hackerato un server con le email del Climate Research Unit, un autorevole dipartimento dell’Università inglese dell’East Anglia coinvolto negli studi sui cambiamenti climatici e nell’attività dell’IPCC. Estraendo abilmente frasi da queste email si costruì l’accusa che questi scienziati fossero impegnati in un grande complotto globale per inventare un riscaldamento globale inesistente. La notizia venne inizialmente diffusa dal giornalista negazionista James Delingpole, che coniò il termine Climategate per tracciare un parallelo con il celebre scandalo Watergate, sulle colonne del giornale inglese The Telegraph e venne rapidamente ripresa su decine di siti web e altri media negazionisti in tutto il mondo. La campagna riuscì a tal punto a diffondere la storia dei “climatologi cattivi” nell’opinione pubblica, convincendo molta gente della sottostante teoria complottista, che persino in occasione del decennale, nel 2019, i social media vennero inondati da commenti di chi ci credeva ancora.</p>
<p class="news-photo-credits"><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a><span class="news-credits"><img loading="lazy" decoding="async" width="1920" height="1080" class="wp-image-6791" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-4.png" srcset="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-4.png 1920w, https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6786-4-1536x864.png 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></span><strong><span class="news-credits">COP 15 del 2009</span></strong></p>
<p><a id="post-6786-_eg7772m4ipjo"></a>Con queste premesse il 7 dicembre 2009 al Bella Center di Copenaghen si ritrovarono più di 40.000 persone, in rappresentanza di governi, organizzazioni e media: 10 volte quelle che quattordici anni prima si erano incontrate alla COP di Berlino. Le aspettative degli attivisti del clima erano altissime tanto che, per la prima volta, si assistette in occasione di una COP a una vera mobilitazione di massa: decine di migliaia di persone giunsero a Copenhagen da tutto il mondo per incoraggiare e sostenere il raggiungimento di un accordo.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Fin dall’inizio dei lavori la contrapposizione tra Paesi sviluppati e Paesi poveri, capitanati dalla Cina, su come ridurre le emissioni e su come ripartire i costi ed i sacrifici, rese i lavori del tutto improduttivi. Tanto che l’ultimo giorno della conferenza, il 19 dicembre 2009, i delegati dei 193 Stati si limitarono a prendere atto di un accordo elaborato la sera precedente tra un ristretto gruppo di 25 Paesi.</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>La crescente disillusione degli attivisti si manifestò con proteste che crebbero via via che emergeva l’inconcludenza delle trattative, tanto che venne loro ridotto progressivamente il permesso di accedere al Bella Center. Così, se il giorno inaugurale era presente una folla costituita da 7.000 rumorosi e variopinti membri di migliaia di organizzazioni ambientaliste, religiose, studentesche e politiche, il giorno conclusivo venne concesso l’accesso solo a 90 di loro scelti tra le associazioni più note ed istituzionali (come Greenpeace e Friends of the Earth International).</p>
<p><a id="post-6786-_7pxckqadckev"></a>Il testo finale non venne approvato dall&#8217;assemblea ma messo a punto dai capi di stato di USA e Cina, con il contributo di India, Brasile e Sud Africa. Sebbene sia stato più che altro una dichiarazione d’intenti, non risultando né giuridicamente vincolante, né operativo, ebbe il merito di introdurre per la prima volta in maniera formale la necessità di evitare il superamento della soglia dei 2 °C nell’aumento delle temperature del pianeta. Il documento segnò il prevalere del punto di vista dei Paesi emergenti secondo cui la lotta al cambiamento climatico non può prescindere dalla realizzazione del diritto allo sviluppo economico dei Paesi poveri (diritto peraltro sancito fin dal 1964 dall’Assemblea delle Nazioni Unite).</p>
<p><a id="post-6786-_5nzf2w9at8b0"></a>L’esito della conferenza di Copenhagen rappresentò un totale fallimento dei meccanismi negoziali delle COP e lasciò un pesante lascito sulla fiducia riposta dalla pubblica opinione su queste riunioni. Le polemiche riguardo il Climategate irrobustirono e radicalizzarono il movimento negazionista, sebbene un&#8217;indagine del parlamento del Regno Unito sei mesi dopo la conclusione dei lavori della COP abbia scagionato gli scienziati coinvolti.</p>
<p>Leggi anche:</p>
<ul>
<li><a href="https://www.duegradi.eu/news/origini-questione-climatica/">Le origini della questione climatica</a></li>
<li><a href="https://www.duegradi.eu/news/pensiero-ecologista/">Il consolidamento del pensiero ecologista</a></li>
<li><a href="https://www.duegradi.eu/news/pubblico-dominio/">Come il riscaldamento globale divenne di pubblico dominio</a></li>
<li><a href="https://www.duegradi.eu/news/trattati-internazionali/">I primi trattati internazionali sulla questione climatica</a></li>
</ul>
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		<title>El Niño e i suoi effetti</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/el-nino/</link>
					<comments>https://www.duegradi.eu/news/el-nino/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Bentivoglio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 08:11:01 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.duegradi.eu/?post_type=news&#038;p=6772</guid>

					<description><![CDATA[<p>El Niño è una delle fasi di ENSO, uno dei più importanti fenomeni di variabilità climatica del nostro pianeta. Durante El Niño, si modifica la circolazione oceanica del Pacifico, con effetti a catena sull’atmosfera che portano a cambiare le temperature e le precipitazioni in molte parti del mondo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1>El Niño e i suoi effetti</h1>
<h2>Come un cambiamento nel Pacifico innesca il più grande fenomeno climatico del Pianeta.</h2>
<p><span class="news-credits">Grafiche di Luca Montualdista</span></p>
<h2><a id="post-6772-_kdgfdydbwgen"></a>Cos’è El Niño</h2>
<p>I modelli climatici prevedono che nei prossimi mesi ci sarà un El Niño da record, come mai visto dal 1871. La stampa ha ripreso la notizia e molti hanno iniziato a parlarne. Il motivo è semplice: essendo uno dei processi più importanti che regola la variabilità climatica su scala globale, ci si attendono impatti significativi in molte parti della Terra. Anche in Italia si è parlato di come questo fenomeno possa portare a caldo estremo, ma senza il giusto contesto, non è facile capire bene cosa questo evento comporterà.</p>
<h2><a id="post-6772-_oo33kv96gvm3"></a>Come funziona El Niño</h2>
<p>I primi a notare il fenomeno furono dei semplici pescatori in Sud America che si accorsero che in certi anni, intorno al periodo di Natale, la quantità di pesce diminuiva. Il nome che gli diedero, El Niño, cioè “il bambino”, richiama proprio Gesù bambino. Il fenomeno è quindi noto da tempo immemore alle comunità locali, ma è solo nel secolo scorso che con l’interesse della comunità scientifica se ne è capito di più e che si tratta in realtà solo di una fase di un fenomeno periodico più grande chiamato ENSO. Vediamo ora come funziona e quali sono i suoi effetti.</p>
<p>ENSO è un processo climatico molto complesso, ma se lo dividiamo nelle sue parti possiamo capire in modo semplice cosa succede e perché. Questo fenomeno è dato dall&#8217;interazione fra l&#8217;Oceano e i venti, che cambiando portano a una oscillazione delle temperature oceaniche tropicali. Come un’altalena, quello che accade nell’Oceano Pacifico oscilla fra due condizioni opposte in base a questa interazione.</p>
<p>Nelle aree tropicali soffiano gli <strong>Alisei</strong>. Questi venti infatti sono molto regolari e tendono a soffiare da est verso ovest. E questo ha un effetto su come circola l’acqua negli oceani perché creano una corrente calda superficiale che viaggia nella stessa direzione</p>
<p>Per capire in modo semplice come funziona, immaginiamo l’oceano come una bacinella e guardiamola di profilo ipotizzando che un flusso d’aria soffi da destra a sinistra simulando gli alisei. L’acqua sarà spinta in quella direzione fino al bordo, ma qui, non potendosi accumulare all’infinito sarà costretta a scendere. Viceversa sull’altro bordo dovrà instaurarsi una corrente ascendente, che porta acqua dalla parte più bassa della bacinella fino in superficie. Ed ecco quindi che unendo tutte queste parti si ottiene un movimento circolare. Ed è in genere quello che succede nell’Oceano Pacifico. L’acqua sale vicino alle coste del Sud America, dove è più fredda in superficie perché viene dalle profondità, e scende nei pressi dell’Australia, sul lato opposto.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6782" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/349.-Gabriele-Bentivoglio_Scienza_El-nino-5.png" alt="" width="960" height="1200" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Interazione fra atmosfera e oceano</strong></p>
<p>Dove c’è risalita di acqua fresca dalle profondità ci sono più nutrienti e queste zone tendono a essere molto pescose. Ma quando<strong> gli Alisei rallentano e la risalita di acqua dalle profondità diventa molto più ridotta </strong>in superficie le temperature si fanno più alte, diminuisce l’apporto di nutrienti e ciò causa una riduzione dei pesci. Ed è quello che gli abitanti di quelle coste hanno sempre visto per secoli. Quello che non potevano vedere è che ci sono conseguenze fin dall’altra parte dell’oceano, dove le acque diventano più fredde. Infatti, sempre per via della circolazione oceanica rallentata, meno acqua superficiale calda viene portata in quella direzione.</p>
<p>E gli effetti di El Niño non sono limitati all’oceano. Siccome da mari più caldi evapora più acqua, cambiamenti così marcati di temperatura modificano anche la quantità delle piogge. Per cui quello che accade durante El Niño è che ci si aspettano più precipitazioni sul Pacifico orientale, che è più caldo del normale, e meno in Australia.</p>
<h2><a id="post-6772-_dygiq4ncvj3"></a>Fasi che si alternano, impatti che cambiano</h2>
<p><strong>Le fasi che compongono ENSO sono tre: El Niño, una fase neutrale e La Niña. </strong>Le fasi si alternano ed El Niño ritorna ogni qualche anno<strong>, ma non in modo regolare</strong>.</p>
<p>A volte una nuova fase El Niño può verificarsi dopo soli due anni dalla precedente, in altri casi ne sono invece passati sette. E in questi intervalli di tempo, è La Niña che può prenderne il posto. Come fase è meno nota e possiamo pensarla come una condizione opposta a El Niño, tanto che è stata anche definita in passato con il nome di anti-El Niño. Invece che indebolirsi, i venti e le correnti tropicali si fanno più forti del normale. Ne segue che anche tutto il ciclo di correnti che abbiamo descritto in precedenza è ancora più intenso. Questo significa che molta acqua calda superficiale è trasportata verso l’Australia. Quindi, durante La Niña ci si aspettano piogge abbondanti in Australia, perché in quest’area l’oceano sarà più caldo del solito. Per lo stesso motivo, la risalita di acque dalle profondità sul lato opposto, in Perù, è ancora maggiore. Qui invece ci si aspettano meno piogge.</p>
<p>Gli effetti dovuti a ENSO <strong>non riguardano solo i paesi affacciati sul Pacifico</strong>. Siccome l’atmosfera è una macchina complessa, un cambiamento in un punto può avere conseguenze a catena anche in altri luoghi molto distanti. Ed è proprio quello che osserviamo con ENSO. Non abbiamo ancora compreso appieno tutte le connessioni, ma possiamo comunque citarne alcune di cui si è più certi.</p>
<p>In inverno, in un anno di El Niño, il tempo nelle pianure nel sud degli Stati Uniti è più freddo e piovoso, mentre in gran parte dell’Asia meridionale e dell&#8217;arcipelago del Giappone si registrano temperature più alte. Sull’Europa invece gli effetti diretti non sono ancora molto chiari, ma sembrano in ogni caso essere piuttosto marginali.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6783" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/349.-Gabriele-Bentivoglio_Scienza_El-nino-91.png" alt="" width="960" height="1200" /> <img loading="lazy" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-6784" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/349.-Gabriele-Bentivoglio_Scienza_El-nino-11.png" alt="" width="960" height="1200" /></p>
<h2><a id="post-6772-_wp0rwkrdot5g"></a>Gli impatti globali di El Niño</h2>
<p>El Niño modifica il clima in molte parti del mondo, portando ad anomalie di temperatura e precipitazioni su Africa, Asia e Americhe.</p>
<p>Non ci sono indicazioni che il cambiamento climatico abbia alterato la frequenza con cui El Niño avviene. È invece assodato che durante El Niño ci sono zone della Terra in cui le temperature sono più alte del normale. Fra queste abbiamo alcune delle zone più calde del pianeta, come il subcontinente indiano e il sud-est asiatico. Se a questo si somma anche il riscaldamento aggiuntivo dato dal cambiamento climatico, è facile intuire che gli effetti possono essere <strong>amplificati</strong>, con siccità più marcata e temperature che diventano particolarmente estreme, proprio in aree che sono già vulnerabili. E le <a href="https://www.duegradi.eu/news/paura-del-riscaldamento-globale/">conseguenze</a> di questa amplificazione sono già evidenti oggi. Infatti, le medie di temperatura globali dell’aria e della superficie dei mari hanno battuto numerosi record proprio durante l’ultimo El Niño, avvenuto tra il 2023 e il 2024.</p>
<h2><a id="post-6772-_te897tupbqkq"></a>Cosa possiamo aspettarci da questo nuovo evento record?</h2>
<p>Dopo <a href="https://wmo.int/news/media-centre/wmo-prepare-el-nino">la conferma</a> arrivata dall’Organizzazione Mondiale della Meteorologia nelle ultime settimane, siamo ormai sufficientemente certi che una nuova fase di El Niño inizierà entro fine anno. E come anticipato, ci aspettiamo che l’intensità raggiunga livelli che non hanno precedenti nello scorso secolo. Questo ovviamente può generare preoccupazione: che cosa accadrà?</p>
<p>Per cercare di rispondere a questa domanda, oltre a tenere presente le connessioni documentate dalla ricerca scientifica, possiamo anche guardare a cosa ha significato l’ultimo El Niño per il clima globale. Infatti, anche quello fu uno dei più intensi mai osservati. Innanzitutto, le zone che risentirono di più dei suoi effetti furono proprio quelle che abbiamo visto essere particolarmente sensibili alla presenza di El Niño. Quello che avvenne, e che ci si aspetta anche in questo caso, è siccità diffusa fra Australia e Asia meridionale. Chi vive e governa questi territori, in questi mesi che precedono gli impatti maggiori dell’evento, avrà del tempo per prendere alcune misure per cercare di mitigare i rischi principali. Ad esempio, durante l’ultimo evento, l’India aveva limitato l’esportazione di riso, anticipando che El Niño avrebbe potuto causare una diminuzione dei raccolti.</p>
<p>Un altro fenomeno che ci si aspetta guardando all’evento passato è l’aumento delle temperature degli oceani, non solo il Pacifico ma anche l’Atlantico. E questi mari più caldi hanno a loro volta effetti a catena su altri tipi di eventi estremi. Se guardiamo al 2023 e ci spostiamo dall’altro lato del mondo, ben <a href="https://eu.palmbeachpost.com/story/news/2023/11/22/el-nino-a-key-player-in-2023-hurricane-season-but-not-for-the-normal-reasons/71298699007/">20 uragani</a> si sono formati solo a Novembre proprio nell’Oceano Atlantico, un numero considerevole per quel mese dell’anno, reso possibile proprio dalle acque più calde del normale.</p>
<p>E per noi in Europa che cosa significa? Il rischio <strong>riguarda prevalentemente quelle zone per cui è documentato un effetto diretto</strong> da parte di questo fenomeno, mentre le implicazioni per le altre aree, fra cui appunto l’Europa e il Mediterraneo, sono <a href="https://www.arpal.liguria.it/home-page/notizie-tematiche/item/el-nino-enso-estate-europa.html">minori</a>. L’Italia potrà certamente trovarsi ad affrontare condizioni meteorologiche estreme nel prossimo anno, ma non sarà probabilmente El Niño la loro causa determinante.</p>
<p>Ma questo non ci deve portare a considerarlo un fenomeno lontano e ignorarlo solo perché qui non ne percepiremo le sue conseguenze dirette. Sarebbe uno sbaglio, perché i suoi effetti non si propagano solo in senso climatico. Le siccità, le alluvioni e le ondate di calore che colpiranno altre parti del mondo si traducono inevitabilmente in disagio sociale e instabilità economica. E in un mondo interconnesso, queste non rimangono confinate dove nascono.</p>
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		<item>
		<title>Il carburante verde e la foresta che brucia</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/carburante-verde/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Marta Abbà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 07:51:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Sostenibile” è una parola che vale miliardi — in incentivi europei, contratti, obiettivi climatici. Ma cosa succede quando il sistema che dovrebbe garantirla controlla solo le carte, non la realtà?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Il carburante verde e la foresta che brucia</strong></h1>
<p><span class="news-teaser"><em>Olio di palma, scarti e incentivi europei: quando la sostenibilità diventa una categoria da riempire</em></span></p>
<p><span class="news-credits">Illustrazione di Valentina Pinna<br />
Grafiche di Isabel Rasotto</span></p>
<p>POME è una sigla che quasi nessuno conosce, ma che negli ultimi anni ha attraversato silenziosamente porti, dogane e bilanci energetici di mezza Europa. Sta per Palm Oil Mill Effluent: il liquido di scarto che rimane nei frantoi del Sud-Est asiatico dopo la spremitura dell’olio di palma. Scuro, denso, con un forte odore organico. Per decenni è stato un problema di smaltimento nei paesi produttori, non una risorsa.</p>
<p>Poi le politiche climatiche europee hanno cambiato tutto.</p>
<p>La direttiva RED II, che regola l’energia rinnovabile nell’Unione Europea, premia in modo particolare i carburanti prodotti da scarti e residui industriali. L’idea di fondo è sensata: se trasformi in carburante qualcosa che altrimenti verrebbe sprecato, minimizzi la necessità di nuove coltivazioni ad hoc, spesso incentivo per la deforestazione. I biocarburanti da residui contano doppio o triplo nei calcoli nazionali sulle rinnovabili. Il POME rientra perfettamente in questa categoria, e il suo valore di mercato è esploso di conseguenza. Aziende come Eni e Neste — due dei principali produttori europei di biocarburanti — hanno costruito su questo presupposto una parte rilevante della propria strategia industriale. Eni ha biorifinerie a Venezia e in Sicilia. Neste rifornisce già aeroporti come Schiphol, Los Angeles e Singapore. Entrambe hanno dichiarato pubblicamente l’impegno a usare solo scarti e residui, eliminando così la connessione diretta tra olio di palma vergine edeforestazione.</p>
<h2><strong>Raggiri e nuove domande </strong></h2>
<p>A marzo 2026 <a href="https://www.source-material.org/indonesian-exporters-palm-oil-pome-fraud-supplied-european-fuel-companies/">SourceMaterial</a>, testata investigativa britannica, ha pubblicato insieme ad AFP una ricostruzione dei flussi commerciali legati a un’indagine della procura indonesiana. A febbraio le autorità avevano arrestato undici persone nel nord di Sumatra con l’accusa di aver corrotto funzionari pubblici per far classificare olio di palma ordinario come POME. Non uno scarto, quindi, ma il prodotto principale — quello soggetto a restrizioni molto più severe nella normativa europea proprio per il suo legame con la deforestazione.</p>
<p>La principale azienda coinvolta, Green Product International, era tra il 2023 e il 2025 il principale fornitore indonesiano di prodotti a base di palma per Eni, e aveva inviato almeno 27 carichi a Neste, oltre a forniture a Cargill e Repsol. Non c’è alcuna accusa né alcun elemento che suggerisca che questi acquirenti sapessero o fossero coinvolti in qualcosa di irregolare. Ma la ricostruzione solleva una domanda più strutturale: come è possibile che nessun sistema di controllo abbia intercettato quello che stava succedendo?</p>
<p>Il governo indonesiano aveva i propri segnali di allarme già da tempo. Nel gennaio 2025 aveva sospeso temporaneamente le approvazioni per nuove esportazioni di POME dopo che i dati doganali mostravano volumi incompatibili con la capacità produttiva reale del paese — si esportava apparentemente dieci volte più di quanto si potesse produrre. Eppure il principale sistema di certificazione riconosciuto dall’UE, l’ISCC, continuava a rilasciare e mantenere valide le certificazioni ai fornitori coinvolti. Al momento della pubblicazione dell’inchiesta, Green Product International figurava ancora come certificata nel registro ufficiale.</p>
<p>La certificazione lavora sui documenti: verifica che le dichiarazioni siano formalmente corrette, non che corrispondano alla realtà fisica di ciò che viaggia nelle navi cisterna. In filiere che attraversano frantoi remoti, intermediari, trader internazionali e più sistemi doganali, questa distanza tra carta e realtà non è una falla marginale. È strutturale. Come ha dichiarato Cian Delaney di <strong>Transport &amp; Environment, </strong>organizzazione che si occupa di mobilità sostenibile, la verifica e la certificazione di queste importazioni sta chiaramente fallendo, e la politica climatica europea che dovrebbe promuovere i carburanti verdi viene aggirata.</p>
<h2><strong>Il paesaggio dietro i numeri</strong></h2>
<p>Nel nord di Sumatra, dove Green Product International ha la propria sede, si trova la torbiera di Tripa. Negli anni Ottanta ospitava circa 60.000 orangutan di Sumatra. Oggi ne restano circa 30. La torbiera ha perso l’86% della sua estensione originale, progressivamente sostituita dalle piantagioni di palma. I direttori dell’azienda coinvolta negli arresti risultano legati anche a una società locale che nel 2022 aveva acquistato olio di palma da produttori già sanzionati dal governo indonesiano per incendi boschivi, nel 2014 e di nuovo nel 2018. Le immagini satellitari analizzate da SourceMaterial mostrano che la deforestazione in uno di quei siti era tra le più elevate dell’intero paese nell’ultimo anno disponibile.</p>
<p>Non esiste un filo diretto e dimostrabile tra ogni singolo carico di POME e ogni singolo ettaro di foresta abbattuta — le filiere globali sono troppo complesse per funzionare così linearmente. Ma il punto è un altro: il sistema attuale non è nemmeno in grado di escluderlo. E quando una parola come “sostenibile” viene usata per orientare incentivi pubblici, obiettivi climatici nazionali e scelte industriali da miliardi di euro, l’incertezza non è un dettaglio tecnico.</p>
<p>Alcuni paesi europei stanno reagendo in modo autonomo. L’Irlanda ha già limitato la classificazione di qualsiasi prodotto a base di palma come carburante rinnovabile, citando esplicitamente i problemi di verifica. La Germania introdurrà una misura analoga l’anno prossimo. Nel resto d’Europa, Italia compresa, il quadro normativo rimane invariato.</p>
<p>Quello che il caso POME porta in superficie non è la storia di una frode isolata in un paese lontano. È la storia di un sistema di incentivi che ha creato una domanda che la realtà fisica non riesce a soddisfare onestamente, e di strumenti di controllo pensati per un mercato più semplice e trasparente di quello che esiste davvero. La stessa dinamica si ritrova nel mercato dei crediti di carbonio, in altri segmenti delle rinnovabili, in diversi angoli della transizione energetica: la promessa corre più veloce della capacità di verificarla. Colmare questa distanza non è un problema tecnico secondario. È la condizione perché la transizione sia quello che dice di essere.​​​​​​​​​​​​​​​​</p>
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		<title>Le città spugna</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/citta-spugna/</link>
					<comments>https://www.duegradi.eu/news/citta-spugna/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriele Bentivoglio]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 09:25:36 +0000</pubDate>
				<guid isPermaLink="false">https://www.duegradi.eu/?post_type=news&#038;p=6755</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le città spugna consentono di catturare e trattenere l’acqua piovana. Superando il paradigma attuale, usano soluzioni diffuse basate sulla natura per adattarsi al rischio di precipitazioni intense e frequenti accentuate dal cambiamento climatico, valorizzando l’acqua piovana come risorsa fondamentale per la città.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/citta-spugna/">Le città spugna</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h1><a id="post-6755-_svzaoiqamp0d"></a>Le città spugna</h1>
<p><span class="news-teaser">Infrastrutture verdi e blu per un clima che cambia</span></p>
<p><span class="news-credits">Illustrazioni di Dada Goffredo<br />
</span><span class="news-credits">Grafiche di Giulia Boiani</span></p>
<h2><a id="post-6755-_kdgfdydbwgen"></a>Cosa significa città spugna</h2>
<p>Camminando o guidando per una città, strade e ferrovie sono elementi che usiamo ogni giorno e di cui riconosciamo l’importanza, mentre probabilmente ignoriamo quello che succede sotto i nostri piedi. Ma è proprio lì che si nasconde una fitta rete di condotte e pozzetti che raccolgono le acque piovane e permettono di gestirle senza che diventino un problema in superficie.</p>
<p>Quello che si nota è ciò che accade quando questo sistema smette di funzionare. Che è quello che succede, ad esempio, quando le precipitazioni si fanno particolarmente abbondanti o avvengono in poco tempo e la capacità della rete non è sufficiente. Ecco, nel contesto del cambiamento climatico, che porta ad eventi estremi sempre più frequenti, ci si aspetta che questo scenario accada sempre più spesso.</p>
<p>Si potrebbe allora pensare di ampliare o potenziare questo sistema di raccolta delle acque. Ma non è l’unica strada: si può <strong>cambiare paradigma</strong> e pensare a un modo alternativo in cui le piogge eccessive non solo sono gestite, ma possono rappresentare un valore aggiunto per la città.</p>
<p>In quest’ottica, l’architetto paesaggista e pianificatore urbano<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Kongjian_Yu"> Kongjian Yu</a> ha sviluppato il modello delle <strong>città spugna</strong>. Invece di basarsi su grandi condotte e vasche di accumulo centralizzate per migliorare la raccolta dell’acqua piovana,<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/G-Cans"> come è stato fatto nella città di Tokyo</a> ad esempio, si preferiscono <strong>soluzioni diffuse basate sulla natura</strong>. E funziona! Decine di città in tutto il mondo hanno introdotto questo approccio, a partire dalla Cina, dove dal 2012 è adottato come politica nazionale. Anche in Italia si va in questa direzione, con la Città Metropolitana di Milano che si sta muovendo con<a href="https://www.cittametropolitana.mi.it/PNRR/Piani-Urbani-Integrati/Spugna/"> numerosi interventi</a>.</p>
<p>Ma in che cosa consistono esattamente questi interventi? Possiamo applicarli alle nostre città già costruite? Rispondiamo a questa domanda partendo da interventi piccoli, su una strada, un parco, fino ad arrivare alla scala di un&#8217;intera città.</p>
<h2><a id="post-6755-_c8c4e2z2fwn6"></a>Ripensare parchi e strade</h2>
<p>Nel caso dell’acqua piovana, la si tratta spesso come qualcosa di cui liberarsi, dimenticandosi che può essere una risorsa fondamentale. L’obiettivo è <strong>una città che non si fa semplicemente attraversare dall’acqua ma che può trattenerla per un po’</strong>, usando anche elementi di paesaggio e scelte apparentemente piccole per creare un sistema che protegge dagli eventi estremi e che crea altri benefici collaterali. Vediamo in che senso.</p>
<p>Un esempio molto semplice sono <strong>le aiuole</strong> sotto gli alberi. Spesso nelle nostre città sono appena più grandi della dimensione del tronco e potrebbe sembrarci sufficiente. Ma aiuole un po’ più grandi permettono di ridurre lo scorrimento di acqua sulle strade e i marciapiedi, perché viene raccolta lì. Questo significa che le strade sono più sicure e che l’acqua che sarebbe finita tutta insieme nel sistema fognario ora viene temporaneamente trattenuta, riducendo il rischio di allagamenti.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" width="1080" height="1350" class="wp-image-6757" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6755-2.png" /></p>
<p>E poi ci sono tutti i benefici collegati, sia ambientali che di natura economica. Se costruite grandi a sufficienza e con le giuste pendenze, queste aiuole permettono ad un albero di avere abbastanza acqua per essere sano. Il che significa meno problemi nel futuro, ad esempio un minor rischio di caduta. E non serve neanche aggiungere un impianto di irrigazione, quindi si risparmia su questo costo di gestione.</p>
<p>Altre idee sono nate <strong>ispirandosi a fenomeni naturali</strong>. Nelle aree desertiche esistono letti di torrenti che vengono riempiti dall’acqua solo durante forti piogge, mentre rimangono vuoti per il resto del tempo. Prendono il nome di <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Uadi"><em>Uadi</em></a>, dall’arabo وادي.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" width="1080" height="1350" class="wp-image-6758" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6755-3.png" /></p>
<p>E gli urbanisti hanno pensato di fare lo stesso, ma in chiave urbana. Nei parchi o in aree verdi a bordo di una strada, creare una piccola depressione favorisce l’accumulo di acqua in eccesso e questo ha un duplice beneficio: evita allagamenti durante gli eventi estremi e favorisce l’infiltrazione delle acque nel terreno, ricaricando le falde acquifere. Ci sono tantissimi esempi di Uadi in Belgio e Paesi Bassi dove il problema dell’esaurimento delle falde è maggiormente sentito.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" width="1080" height="1350" class="wp-image-6759" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6755-4.png" /></p>
<p>Ma le buone pratiche di una città spugna prevedono anche il <strong>riuso dell’acqua. </strong>Ecco che invece di limitarsi a rallentare l’ingresso dell’acqua piovana nelle fognature, in alcuni casi diventa più utile deviarla del tutto per accumularla. Ad esempio, scollegando le grondaie dalla fognatura, ogni edificio può accumulare un po’ di acqua e la si può adoperare per irrigare un giardino o per pulire la strada antistante, evitando di consumare la costosa e sempre più scarsa acqua potabile.</p>
<p>Pesando più in grande, su scala cittadina è importante <strong>tenere sempre separate le acque chiare</strong> (ovvero quelle piovane) <strong>e le acque scure</strong> (cioè quelle degli scarichi delle case e degli uffici). E il beneficio è duplice: oltre a poter usare più facilmente le acque chiare che sono più pulite, la depurazione di quelle scure è più efficiente perché gli inquinanti sono più concentrati. Sembra ragionevole e nelle città italiane è una pratica comune, ma non è da dare per scontata. Infatti, può essere molto complicato introdurre questa separazione, perché dipende da quanto spazio è disponibile nel sottosuolo, che spesso è più occupato di quanto si possa immaginare.</p>
<h2><a id="post-6755-_uue0x91kh8d1"></a>Ripensare la forma della città</h2>
<p>Adattare una città al clima che cambia non significa ragionare solo in termini di singoli edifici o strade. Ha a che fare con il modo in cui gestiamo come la città cresce e si trasforma. Ed è questo il lavoro della pianificazione urbana. Solo con una visione organica è possibile applicare al meglio i principi della città spugna.</p>
<p>La maggior parte delle città del mondo nel corso dei secoli si sono sviluppate attorno a un centro iniziale, con una espansione più o meno <strong>concentrica</strong>, in base alle caratteristiche geografiche del territorio circostante, generalmente senza una vera e propria pianificazione. Questo ha portato a città che spesso mancano di parchi nelle zone centrali, densamente costruite, con la necessità di viaggiare fino alla periferia per avere accesso al verde.</p>
<p>Negli anni più recenti la situazione è peggiorata: con la commercializzazione delle automobili, è diventato possibile e facile vivere più lontano dal centro della città, dove spesso si trovano i luoghi di lavoro. Ciò ha permesso alle città di espandersi moltissimo con aree anche a densità piuttosto bassa. Queste sono più verdi di una densa area del centro, ma comunque hanno sostituito aree rurali, allontanando ulteriormente le campagne e le zone naturali dai centri. In inglese questo fenomeno prende il nome di <em>urban sprawl</em>, concetto che possiamo esprimere in italiano con l’espressione <strong>dispersione urbana</strong>.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" width="1080" height="1350" class="wp-image-6760" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6755-5.png" /></p>
<p>Ma perché è un problema? Oltre a rendere più difficile vivere in una città senza un’auto, perché le aree in cui si vive sono più lontane da quelle dove si lavora o si fanno acquisti, questo allargamento vuol dire più <strong>suolo consumato</strong>. Significa che il suolo è coperto da edifici o asfalto e quindi è incapace di assorbire acqua.</p>
<p>Sebbene non si possa fare più di tanto su quello che è già stato costruito, a meno di demolire interi quartieri, di fronte a un futuro in cui la popolazione delle città crescerà, resta vitale prendere le giuste decisioni da qui in avanti. Ma come possiamo permettere alle città di crescere senza ricadere nel modello problematico fin qui descritto?</p>
<p>L’approccio che alcune città hanno già adottato è quello di una <strong>città a lobi</strong>. Ad esempio, a Copenhagen, la città è cresciuta a forma di mano, e un approccio simile è stato adottato in altre città come Amsterdam e Colonia già dalla prima metà del secolo scorso.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" width="1080" height="1350" class="wp-image-6761" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/06/word-image-6755-6.png" /></p>
<p><strong>Il “Finger Plan” di Copenhagen</strong></p>
<p>A metà del secolo scorso, servivano linee guida che definissero come la città si sarebbe espansa negli anni a venire. Viene sviluppato un piano che prevede 5 “dita”, organizzate attorno a nodi di trasporto pubblico e alternate con aree più verdi.</p>
<p>Lungo ogni “dito” la città si è espansa attorno a linee di trasporto pubblico di massa, lasciando spazio fra le dita ad aree verdi. Oggi grazie a queste scelte, le città sono meno dipendenti dall’uso dell’auto, i mezzi di trasporto possono essere più efficienti perché si concentrano in questi lobi, e le aree verdi non sono esclusive delle periferie ma si spingono verso i quartieri più centrali, riducendo l’effetto di <em>isola di calore</em> e facilitando l’accesso a uno spazio che diventa <a href="https://www.duegradi.eu/news/diritto-fresco/">rifugio dal caldo estivo</a>.</p>
<p>E proprio queste aree verdi fra le dita rappresentano lo spazio perfetto per applicare l’approccio della città spugna, come è stato fatto in uno storico <a href="https://cittaclima.it/portfolio-items/copenhagen-enghaveparken/">parco di Copenhagen</a>, in cui viene temporaneamente accumulata l’acqua in eccesso.</p>
<h2><a id="post-6755-_te897tupbqkq"></a>Prospettive e azioni dal basso</h2>
<p>Negli ultimi decenni l’urbanizzazione ha impermeabilizzato sempre di più il territorio, con conseguenze talvolta disastrose. Il modello delle città spugna offre una prospettiva che permette di invertire questa tendenza. Con sguardo pragmatico, si cambia paradigma e l’eccesso di acqua, che in una città tradizionale è un ostacolo, nella città spugna può diventare un’opportunità. Soluzioni basate sulla natura sono già in studio per risolvere anche altri problemi causati dal cambiamento climatico, come quello dell’<a href="https://www.duegradi.eu/news/innalzamento-mare/">innalzamento del mare</a>.</p>
<p>Ma se costasse troppo? Le città possono permetterselo? In presenza di un problema, le città sono chiamate a rispondere e queste misure non costano di più delle soluzione convenzionali che sostituiscono.</p>
<p>Per le misure a livello di strada o parco, serve studiare e mettere in piedi<strong> linee guida</strong> che facciano sì che le decisioni giuste vengano prese quando vengono costruite nuove strade o ri-asfaltate quelle esistenti. Per quanto riguarda la pianificazione della città, sebbene sia difficile o impossibile adattare quanto già costruito, nei nuovi progetti l’approccio a lobi è conveniente rispetto a una espansione a bassa densità, perché garantisce una maggior sostenibilità economica. Infatti, i servizi pubblici possono essere più efficienti ed efficaci perché aumentare la densità solo lungo queste dita significa poter coprire meglio più popolazione spendendo lo stesso denaro.</p>
<p>In quanto abitanti di una città, le azioni che possiamo compiere per una città più resiliente iniziano nel nostro giardino o sul tetto della nostra casa, in ogni misura che prendiamo per rendere il suolo permeabile o per riusare l’acqua piovana. Ma si può fare molto di più, partecipando alla vita pubblica e sostenendo misure intelligenti alle urne e con la propria amministrazione locale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/citta-spugna/">Le città spugna</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
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		<title>Tartarughe, cloro e rigassificatori: nell’Adriatico galleggia il prezzo di una transizione frettolosa</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/tartarughe/</link>
					<comments>https://www.duegradi.eu/news/tartarughe/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marta Abbà]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 Jun 2026 07:41:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nel 2025 sono morte 25 tartarughe marine sull'Adriatico, colpite dalla Sindrome della Tartaruga Debilitata. I picchi della sindrome — 2009, 2021, 2025 — coincidono con l'avvio di tre rigassificatori a ciclo aperto. Correlazione non è causalità, ma tre volte sullo stesso bacino è una domanda aperta.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong>Tartarughe, cloro e rigassificatori: nell’Adriatico galleggia il prezzo di una transizione frettolosa</strong></h1>
<p><span class="news-teaser"><em>La Sindrome della Tartaruga Debilitata torna a fare notizia nel nord Adriatico. Sullo sfondo, una transizione energetica fatta in emergenza e domande scientifiche ancora aperte.</em></span></p>
<p><em>Copertina di Viola Madau</em></p>
<p>Nel novembre 2025, una tartaruga marina di trenta centimetri viene trovata spiaggiata a Cattolica. Si chiama Romeo, è una <em>Caretta caretta</em>, e muore dieci giorni dopo nel centro di recupero della Fondazione Cetacea di Riccione. La necroscopia mostra organi quasi bianchi, squilibri renali, un sistema immunitario che aveva già smesso di funzionare. Sul carapace, una costellazione di cirripedi: il segno che l’animale non riusciva più a muoversi abbastanza da ripulirsi.</p>
<p>Romeo è uno dei 45 casi di Sindrome della Tartaruga Debilitata (DTS) registrati nel 2025 lungo la costa centro-settentrionale dell’Adriatico. Venticinque di questi sono morti.</p>
<h2><strong>Cos’è la DTS e perché è difficile da studiare</strong></h2>
<p>La DTS non è una malattia nel senso classico. Non ha un patogeno identificato, non è trasmissibile. È una sindrome: un insieme di sintomi che compaiono contemporaneamente — emaciazione, letargia, colonizzazione da epibionti, crollo immunitario, insufficienza renale, morte per fallimento multiorgano — senza che la causa sia ancora accertata con certezza scientifica.</p>
<p>Colpisce quasi esclusivamente esemplari giovani, tra i 15 e i 30 centimetri: la fascia dimensionale che non si è ancora spostata a cacciare sul fondale come gli adulti, ma si nutre in superficie, seguendo le correnti e intercettando ciò che il mare trasporta.</p>
<p>Proprio questa abitudine alimentare rende le giovani <em>Caretta caretta</em> particolarmente esposte a tutto ciò che galleggia: schiume, aggregati organici, residui di ogni tipo. Ma che cosa producono queste schiume, e da dove vengono, è ancora oggetto di discussione.</p>
<h2><strong>Una correlazione temporale non ignorabile</strong></h2>
<p>Quello che rende il fenomeno degno di riflessione è la distribuzione temporale dei picchi. La DTS nell’Adriatico non è distribuita uniformemente nel tempo: mostra picchi ben definiti. Oltre 113 casi documentati nel 2009, 18 nel 2021, 45 nel 2025.</p>
<p>Questi tre anni coincidono rispettivamente con l’avvio del terminale offshore Adriatic LNG di Porto Viro (2009), con il rigassificatore dell’isola di Krk in Croazia (2021), e con la messa in esercizio del rigassificatore galleggiante FSRU di Ravenna (2025).</p>
<p>Correlazione non è causalità. Questo è il punto di partenza di qualsiasi ragionamento serio. «Non possiamo affermarlo con certezza», dice Martina Monticelli, biologa marina della Fondazione Cetacea, «ma sono tre coincidenze in tre momenti diversi. È questo che ci spinge a studiare ulteriormente». Tre coincidenze in tre momenti distinti, su un bacino geograficamente circoscritto, rappresentano una segnalazione che la comunità scientifica non può liquidare senza indagini.</p>
<p>La Fondazione Cetacea collabora con l’Università di Bologna e ha commissionato necroscopie all’Università di Camerino. I campioni raccolti nell’estate e autunno 2025 — balani congelati, campioni fecali, tamponi orali, acqua prelevata vicino all’impianto FSRU — sono in fase di analisi. «Ci aspettiamo di trovare organoclorurati», spiega Sauro Pari, presidente della Fondazione Cetacea: composti che si formano quando il cloro reagisce con la materia organica presente in acqua e che potrebbero offrire un indizio sul meccanismo.</p>
<h2><strong>Il meccanismo ipotizzato: ciclo aperto e clorazione</strong></h2>
<p>Per capire perché il cloro sia al centro dell’ipotesi, bisogna capire come funziona un rigassificatore a ciclo aperto.</p>
<p>Il gas naturale liquefatto (LNG) viene trasportato a temperature criogeniche (circa −162°C) e deve essere riportato allo stato gassoso prima di essere immesso nella rete. Negli impianti a ciclo aperto — la tecnologia adottata da tutti e tre i terminali adriatici — questo avviene usando il calore dell’acqua marina come mezzo di scambio termico. L’acqua viene aspirata dal mare, trattata con biocidi a base di cloro per impedire la colonizzazione biologica delle tubazioni (biofouling), usata per riscaldare il gas, e poi scaricata.</p>
<p>La quantità di acqua movimentata è enorme. E il nord Adriatico è un mare biologicamente straordinario: l’apporto del Po crea condizioni di fertilità eccezionale, con concentrazioni di fitoplancton, larve e organismi microscopici molto più alte che nel mare aperto.</p>
<p>L’ipotesi di lavoro, non ancora dimostrata, è che la clorazione — anche rispettando i limiti di legge per le singole molecole misurate — possa produrre composti ossidanti secondari che danneggiano la rete trofica di superficie. I resti di organismi uccisi, combinati con altri materiali organici, contribuirebbero alla formazione di schiume persistenti. «Questa schiuma contiene nutrienti ma è anche veleno», spiega Pari. «I batteri non completamente uccisi si mescolano e diventano estremamente pericolosi». Le giovani tartarughe, nutrendosi in superficie, le ingerirebbero. Il danno non sarebbe acuto ma progressivo: riduzione della flora batterica intestinale, indebolimento immunitario, alterazione del metabolismo renale. Un ciclo che si autoalimenta.</p>
<p>L’alternativa tecnologica esiste ed è già in uso in Italia: il ciclo chiuso, dove il calore necessario alla rigassificazione viene prodotto bruciando una piccola quota del gas stesso (circa lo 0,87% del volume), senza prelievo né scarico di acqua marina. Il primo terminale italiano, Panigaglia a La Spezia, opera in questo modo dagli anni Settanta. «Dal punto di vista dell’ambiente marino, tutto si gioca su quello 0,87%», osserva Carlo Franzosini, biologo marino dell’Area Marina Protetta di Miramare a Trieste. «Su milioni di metri cubi l’anno, quella quota vale cifre importanti. È il denaro che le aziende difendono con il ciclo aperto». La differenza di costo operativo tra le due soluzioni è la ragione economica per cui l’industria preferisce il ciclo aperto.</p>
<h2><strong>Il contesto: una transizione energetica sotto pressione</strong></h2>
<p>È impossibile analizzare questa vicenda senza considerare il quadro in cui si inserisce. Nel febbraio 2022, l’invasione russa dell’Ucraina e le successive sanzioni resero urgente per l’Italia ridurre la dipendenza dal gas di Mosca, che all’epoca copriva circa il 40% del fabbisogno nazionale. Il governo Draghi incaricò il colosso italiano dell&#8217;infrastruttura energetica Snam di acquisire due unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione (FSRU). Il Decreto-Legge 50/2022 le classificò come “interventi strategici di pubblica utilità, urgenti e non differibili” e le esentò, in larga parte, dalle ordinarie procedure di Valutazione di Impatto Ambientale.</p>
<p>Per il sito di Ravenna, dalla domanda di autorizzazione (luglio 2022) al rilascio dell’Autorizzazione Unica passarono quattro mesi. Una tempistica impossibile in condizioni normali, e resa possibile solo dall’assetto emergenziale.</p>
<p>Quella scelta aveva una logica: diversificare rapidamente le fonti di approvvigionamento energetico riduceva la vulnerabilità geopolitica dell’Italia e dell’Europa. Il GNL — proveniente da Qatar, Algeria, Stati Uniti — diventava un’alternativa concreta al gas russo via gasdotto. La velocità era parte dell’obiettivo.</p>
<p>Ma la velocità ha un costo. Le procedure semplificate hanno compresso i tempi di valutazione ambientale, delegando di fatto il monitoraggio a fasi successive. In questo senso, le criticità ambientali sollevate da ricercatori e associazioni non riguardano solo questi impianti specifici: interrogano il modello con cui l’Italia — e più in generale l’Europa — ha gestito la transizione di emergenza del 2022-2023.</p>
<h2><strong>Cosa dicono i dati di monitoraggio e perché non tutti li trovano convincenti</strong></h2>
<p>I monitoraggi ambientali degli impianti esistono. Per il terminale Adriatic LNG di Porto Viro, sono condotti operativamente dall’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) per conto della società, sotto supervisione tecnica ISPRA e con controllo di ARPA Veneto.</p>
<p>I dati pubblicati mostrano, nella quasi totalità dei casi, valori di residui ossidanti sotto i limiti di rilevabilità. Per alcuni ricercatori, questo è rassicurante. Per altri, è il sintomo di un problema metodologico. «Il sistema di monitoraggio imposto da ISPRA non misura ciò che conta davvero», sostiene Franzosini. «Quando l’acqua di mare viene clorata si formano moltissimi composti ossidanti. Il metodo quantifica molecole singole invece di misurare il potere ossidante complessivo dello scarico. Per questo nove volte su dieci i valori sono sotto il limite di rilevabilità». Il risultato è che i valori sono quasi sempre “a posto”, ma non necessariamente perché non ci siano problemi.</p>
<p>I rapporti del 2023 dello stesso impianto mostrano alcune variazioni nelle popolazioni bentoniche vicino ai punti di scarico — indicatori di stress chimico cronico — in contrasto con i dati del 2012 che non avevano rilevato impatti significativi. La questione metodologica rimane aperta.</p>
<p>ISPRA ha precisato che il piano di monitoraggio è stato definito sulla base delle Linee Guida SNPA per gli Studi di Impatto Ambientale e include valutazioni di effetti cumulativi tramite indici ecologici sintetici. La struttura istituzionale, in altre parole, è quella prevista. La domanda che rimane è se sia adeguata alla complessità del problema.</p>
<h2><strong>Una questione di scala: valutazioni singole su un bacino condiviso</strong></h2>
<p>Uno degli aspetti più rilevanti della situazione adriatica è che i tre principali terminali di rigassificazione — Porto Viro, Ravenna, Krk — si trovano tutti nello stesso bacino semi-chiuso, biologicamente tra i più produttivi del Mediterraneo.</p>
<p>Le valutazioni di impatto ambientale vengono ancora condotte progetto per progetto. Nessuna valutazione ha mai analizzato l’impatto cumulativo e sinergico dei tre impianti sul medesimo ecosistema. In un mare aperto, questo approccio potrebbe essere sufficiente. In un bacino con scarso ricambio idrico, correnti che distribuiscono gli scarichi in modo prevedibile e una concentrazione biologica elevata, la questione è più complessa.</p>
<p>Alcune organizzazioni ambientaliste e ricercatori indipendenti chiedono da anni che venga condotta una valutazione a scala di bacino. La risposta istituzionale, fino ad ora, è stata che ogni impianto rispetta le normative vigenti — il che è probabilmente vero, ma non risponde alla domanda.</p>
<h2><strong>Cosa rimane aperto</strong></h2>
<p>A questo punto, è utile distinguere tra ciò che sappiamo, ciò che è plausibile ma non dimostrato, e ciò che non sappiamo.</p>
<p>Sappiamo che:</p>
<ul>
<li>la DTS nell’Adriatico mostra picchi che coincidono temporalmente con l’avvio di impianti di rigassificazione a ciclo aperto. Sappiamo che questi impianti scaricano acqua trattata con cloro in un mare ad alta densità biologica;</li>
<li>le giovani <em>Caretta caretta</em> si nutrono in superficie e sono quindi esposte a ciò che vi galleggia;</li>
<li>il 2009 ha mostrato livelli molto bassi di flora batterica intestinale nelle tartarughe colpite.</li>
</ul>
<p>Non sappiamo ancora se il legame causale esiste e attraverso quale meccanismo preciso. Le analisi sui campioni 2025 sono in corso. Non esiste ancora uno studio sistematico e comparativo condotto su scala sufficiente.</p>
<p>È ragionevole chiedersi se le procedure di valutazione ambientale, progettate in condizioni normali e poi compresse dall’emergenza energetica del 2022, siano adeguate a un bacino con le caratteristiche dell’Adriatico settentrionale. Ed è ragionevole chiedersi se la scelta tecnologica del ciclo aperto — economicamente vantaggiosa per gli operatori — sia stata valutata con sufficiente rigore rispetto alle alternative.</p>
<p>La storia di Romeo — come quella dei 24 esemplari morti insieme a lui nel 2025 — non dimostra nulla da sola. Ma fa parte di un quadro che merita risposte più precise di quelle disponibili oggi. In un anno in cui Ravenna è Capitale italiana del Mare, sarebbe un segnale importante che quelle risposte venissero cercate con più risorse, più indipendenza e più fretta di quanta se ne sia vista finora.</p>
<p><em>Questo articolo è stato realizzato nell&#8217;ambito di MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, una partnership giornalistica finanziata dal programma Creative Europe che sostiene i media indipendenti specializzati nel giornalismo internazionale.</em></p>
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		<title>Non è tutto rosa e fiori: dietro le quinte del mercato florovivaistico globale</title>
		<link>https://www.duegradi.eu/news/mercato-florovivaistico/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Beatrice Ruggieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 08:23:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Il settore florovivaistico globale ha vissuto una crescita esponenziale post-pandemia, spinta dal desiderio dei consumatori di ricreare spazi verdi domestici. Tuttavia, dietro questo successo economico e la rinnovata passione per il verde, si cela un paradosso: una catena del valore opaca e poco analizzata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h1><strong><em>Non è tutto rosa e fiori</em>: dietro le quinte del mercato florovivaistico globale</strong></h1>
<p><span class="news-credits news-teaser"><em>I costi nascosti del mercato globale di fiori e piante</em></span></p>
<p><span class="news-credits">Illustrazioni e grafiche di Martina Spinelli</span></p>
<p>Il mercato globale della floricoltura e delle piante ornamentali vanta un valore economico superiore ai 60 miliardi di euro. Complici i periodi di lockdown vissuti durante la pandemia, dopo un crollo iniziale, la vendita al dettaglio on-line ha registrato un autentico boom dovuto al nuovo bisogno di angoli di verde nelle case. In Italia, con 7 persone su 10 che nel 2021 hanno riscoperto la passione per il verde ornamentale, il mercato florovivaistico è in continua espansione, anche se non mancano difficoltà.</p>
<p>Ma chi, soprattutto nell’acquistare piante non autoctone, si è domandato quali fossero i costi ambientali e sociali dietro quell&#8217;acquisto? In un contesto di crisi eco-climatica sempre più preoccupante, vale la pena analizzare l’impatto di una catena del valore plurimiliardaria che continua a ricevere scarsa attenzione mediatica, politica e accademica nonostante si fondi su processi energivori con un’impronta ecologica non più trascurabile.</p>
<h2><strong>Fiori e piante: un mercato in continua espansione</strong></h2>
<p>Chi non ha mai acquistato un bouquet di fiori per un’occasione speciale – rose, tulipani, gigli – o una pianta, un’orchidea per esempio, per ravvivare un angolo di casa, un terrazzo, un balcone, un davanzale? O chi, sempre che ne avesse la possibilità materiale, non si è dedicato alla coltivazione di un piccolo orto, per lo più urbano, durante il lockdown della pandemia? I numeri parlano chiaro. Dopo un iniziale crollo nel 2020, il mercato florovivaistico globale è esploso e si trova in una fase di espansione destinata ad aumentare. Solo in Unione Europea, secondo le proiezioni Eurostat, nel 2024 questo ha raggiunto <a href="https://myplantgarden.com/wp-content/uploads/I-Rapporto-Florovivaismo-Myplant_sito.pdf">un valore di 24,5 miliardi di euro</a> (+ 1% rispetto al 2023), con l’Italia che contribuisce per poco meno di 3,3 miliardi, posizionandosi al terzo posto dietro Paesi Bassi e Spagna.</p>
<p>Come sostiene <a href="https://www.coldiretti.it/ambiente-e-sviluppo-sostenibile/covid-7-italiani-su-10-a-caccia-di-piante-nei-vivai">Coldiretti</a>, il florovivaismo Made in Italy ha raggiunto nel 2024 il valore massimo di sempre, con 7 persone su 10 che nel 2021 hanno acquistato fiori e piante in occasione di feste e ricorrenze o con finalità decorative. Anche grazie all’aumento di servizi decorativi e cerimoniali, il mercato globale di piante e fiori vanta una valutazione economica di <a href="https://www.gminsights.com/it/industry-analysis/floriculture-market">circa 60 miliardi di euro</a>.</p>
<h2><strong>La mania dell’ecologia “senza lotta di classe” </strong></h2>
<p>Una vera e propria <em>plants-mania</em> che ha contribuito a modificare il mercato immobiliare e il settore del design di interni, con la disponibilità di spazi esterni diventati un fattore di valore essenziale e la creazione di spazi verdi interni ormai un must dell’arredamento e della progettazione indoor.</p>
<p>Da semplice hobby della domenica, spesso associato a generazioni più mature, la cura delle piante è diventato un vero e proprio status symbol per Millennials e Gen Z. Ciò, naturalmente, non è passato inosservato alle maggiori multinazionali, che hanno visto in questa “esplosione verde” una nuova, succulenta opportunità di profitto. Pensiamo ai film delle principali piattaforme streaming che hanno integrato l’uso delle piante come elemento di decorazione in un vero e proprio simbolo radical chic, riflettendo un’estetica borghese-intellettuale che unisce l’amore per la natura con il design d’interni, creando ambienti sofisticati e “clorofilliani” accompagnati da pareti color pastello e luci come elementi estetici di un ricercato <em>Jungle Style</em> che comunica in modo diretto con le generazioni più giovani. Proprio quelle che hanno <a href="https://www.nature.com/articles/s41467-026-71523-8">meno disponibilità e accesso al verde</a> a causa della continua cementificazione di spazi naturali in città. In questo contesto, la camera arredata con pothos e monstere assume ancor più le sembianze di un microcosmo, un rifugio intimo, sicuro, vivo e di cui prendersi cura. E che si trasforma nello sfondo ideale per una storia instagram o un video tiktok, piattaforme social che hanno visto una rapida moltiplicazione di profili di giovani <em>plants-influencers</em> che ci invitano nelle loro case stracolme di piante — spesso umanizzate nei loro bisogni e comportamenti con i proprietari che diventano <em>plants-parents</em> — in ottima salute perché impiegano prodotti quasi miracolosi che possiamo acquistare scontati con un semplice click.</p>
<p>In un certo senso, le piante non sono più solo prodotti ma si trasformano in strumenti di storytelling, simboli che rappresentano e veicolano messaggi legati alla cura di sé, alla sostenibilità, al rifugio dal caos digitale, alla solitudine legata alle giungle urbane sempre meno ospitali. Queste, in particolare, diventano setting privilegiati per nuove strategie di marketing che fanno leva sul “bisogno di natura” che diventa una categoria merceologica ad alto rendimento, tramite la quale le grandi aziende appaiono non solo <em>green</em> ma anche indispensabili al tanto agognato <em>green</em> domestico.</p>
<p>L’illusione di combattere la nostalgia di casa, la solitudine e la depressione che ci attanaglia nel cemento di qualche megalopoli, venduta a suon di carrelli virtuali pieni di piante e prodotti per curarle che, magicamente, curano anche noi e il nostro vuoto (si veda lo spot Amazon “Concrete Jungle”) è servita. Il tutto avviene rigorosamente tra le mura di appartamenti sempre più piccoli e precari, in cui l’insoddisfazione esistenziale è affrontata attraverso uno schermo, senza alcun contatto umano. L’ecologia senza lotta di classe si riduce a una semplice attività di giardinaggio (che, intendiamoci, <a href="https://ilmanifesto.it/il-giardinaggio-e-come-una-sana-cultura-popolare">è più che salutare</a>), frase comunemente attribuita al sindacalista e ambientalista brasiliano Chico Mendes, è la chiave della nuova economia del verde.</p>
<h2><strong>I costi ambientali e sociali del commercio mondiale di fiori e piante</strong></h2>
<p>L’ecologia apolitica, però, è un lusso che non possiamo permetterci ai tempi della crisi eco-climatica. Le strategie per convincerci del contrario sono infinite ed è proprio per questo che occorre resistere come individui e, soprattutto, come collettività. Questo passa anche dall’interrogarsi sulle dinamiche e sulle implicazioni locali e globali di ciò che si nasconde dietro le rose che acquistiamo in Europa per San Valentino. Il mercato florovivaistico globale è contraddistinto da tinte fosche e spesso sfuggenti.</p>
<p>Trattandosi di un settore commerciale influenzato da logiche variabili e spesso imprevedibili di tipo economico, logistico e geopolitico, i dati sono pochi e frammentati e solo pochi studi li hanno analizzati. Tra questi, spicca un articolo pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica <a href="https://academic.oup.com/bioscience/article/75/3/222/7954447"><em>BioScience</em></a> che ha valutato l’impatto ambientale, sociale e sulla biodiversità del commercio internazionale di piante ornamentali, evidenziando, ad esempio, i rischi per la biodiversità dovuti al prelievo eccessivo di piante in natura che in alcuni casi ha portato all’estinzione di alcune specie vegetali o a quelli legati alla biosicurezza con l’introduzione involontaria di specie animali in habitat non autoctoni.</p>
<p>Da dove provengono le piante che acquistiamo on-line, nei grandi magazzini, nei vivai e nei piccoli negozi di quartiere? Come vengono coltivate e trasportate? Chi troviamo alla base di questa catena del valore? Quali sono i costi ambientali e sociali e quali i vantaggi e i benefici per il paese che esporta la propria varietà genetica vegetale? Che tipo di proposte e sperimentazioni esistono per ridurne l’impatto socio-ambientale? Quali possibilità abbiamo per resistere a nuovi trend consumistici che fanno leva sulla biofilia, mercificandola? Per provare a rispondere a queste domande possiamo cominciare a rivolgere il nostro sguardo ai principali distretti produttivi di fiori e piante ornamentali mondiali, localizzati prevalentemente in due regioni: Sud America e Africa Orientale.</p>
<h2><strong>Le geografie della floricoltura</strong></h2>
<p>La domanda di fiori del Nord America e dell’Europa è quasi interamente soddisfatta da paesi della fascia equatoriale, favoriti da condizioni climatiche ottimali per la floricoltura: Colombia, Ecuador, Kenya, Etiopia, Uganda e Tanzania. L’Ecuador, per esempio, è famoso per fornire la quasi totalità delle rose in circolazione, specializzato nella coltivazione della rosa andina, famosa per l’alta qualità. <a href="https://ultimora.zanichelli.it/geografia/ultimora-geografia-economia/il-commercio-dei-fiori-recisi/">Si stima che un terzo della produzione annuale venga consumato nel solo giorno di San Valentino</a>. La Colombia, in particolare la regione floricola più importante, Cundinamarca a nord di Bogotà, rifornisce gli scaffali dei grandi magazzini e vivai di USA e Canada.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" width="2048" height="1050" class="wp-image-6741" src="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/05/word-image-6739-2.png" srcset="https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/05/word-image-6739-2.png 2048w, https://www.duegradi.eu/wp-content/uploads/2026/05/word-image-6739-2-1536x788.png 1536w" sizes="(max-width: 2048px) 100vw, 2048px" /></p>
<p>Le multinazionali dei fiori belghe e olandesi, invece, possono contare sulla produzione monocolturale keniota, localizzata nella regione Naivasha, ormai invasa da centinaia di serre situate attorno alle sponde dell’omonimo lago. Qui, diverse centinaia di ettari di terra del popolo Masai sono state sottratte e accaparrate più o meno legalmente da grandi aziende leader nella produzione di fiori. Una pratica che nel tempo ha incrementato i rischi di insicurezza alimentare per i Masai e piccoli coltivatori della regione, privati dell’accesso a terra e acqua – l’industria della floricoltura in Kenya è responsabile del 98% del prelievo idrico dai maggiori laghi del paese. Inoltre, l’eccessiva dipendenza del Kenya da un unico mercato, quello dei fiori appunto, lo rende particolarmente vulnerabile in caso di ridimensionamento, o peggio, di fallimento di questa industria. Senza considerare l’elevato costo in termini ambientali per produrre l’energia necessaria alla produzione, alla ventilazione, al riscaldamento e al raffreddamento delle serre, l’uso di grandi quantità d’acqua per l’irrigazione e l’impiego di fertilizzanti e pesticidi o il carburante utilizzato durante il trasporto degli aerei-cargo (senza contare l’energia per la refrigerazione dei carichi di fiori: alcuni necessitano fino a 120 ore di refrigerazione per arrivare intatti sugli scaffali dei paesi importatori).</p>
<p>Pur trattandosi di regioni diverse, le problematiche affrontate si somigliano, con le maggiori criticità che riguardano il prelievo eccessivo di acqua dolce, l’uso sregolato di pesticidi e altri componenti chimici, l’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere, il costo eccessivamente basso (e il conseguente sfruttamento) della manodopera nei luoghi di produzione, ma anche nei mercati d’arrivo e smistamento, con lavoratori senza documenti né diritti sottoposti a ricatti e condizioni di vita e lavoro al limite della schiavitù.</p>
<p>Inoltre, secondo <a href="https://myplantgarden.com/wp-content/uploads/I-Rapporto-Florovivaismo-Myplant_sito.pdf">il primo rapporto sul florovivaismo in UE</a>, in particolare in Italia, nonostante la crescita del valore economico spinto dal rialzo dei prezzi di vendita, cresce anche l’insoddisfazione degli operatori del settore per quanto riguarda <a href="https://www.coldiretti.it/economia/myplant-2026-record-export-piante-e-fiori-made-in-italy">barriere burocratiche</a> e redditi, sempre meno adeguati a coprire le spese, tra cui quelle energetiche. Insomma, non è tutto rose e fiori neanche nei paesi importatori.</p>
<h2><strong>L’opacità del commercio di piante ornamentali</strong></h2>
<p><a href="https://ilbolive.unipd.it/it/news/scienza-ricerca/limpatto-ambientale-nascosto-commercio-piante">Tutte le fasi del commercio di piante ornamentali</a> – la produzione, la raccolta, il trasporto, la conservazione, e infine lo smaltimento – hanno dei costi evidenti e dei costi nascosti, sia per i paesi esportatori sia per gli importatori. Nonostante l’introduzione di certificazioni atte a garantire dignitosi standard sociali e ambientali, monitorarne la veridicità risulta un’impresa piuttosto ardua.</p>
<p>Il settore della floricoltura, infatti, è contraddistinto da una diffusa informalità che rende complesso il corretto <a href="https://floriculture.ggn.org/Home">tracciamento della filiera</a>. Con l’apertura di nuovi mercati, ad esempio dall’Asia sud-orientale, i rischi per la biosicurezza – trasmissione di agenti patogeni e trasporto di residui chimici – aumentano anche a causa delle diverse legislazioni in materia ambientale e commerciale: se in UE alcuni prodotti chimici usati altrove sono vietati, questi arrivano comunque sotto forma di residui sulla superficie delle piante importate. Le dimensioni e le forme del commercio illegale di piante ornamentali, inoltre, risultano ancora particolarmente difficili da interpretare data la bassa priorità accordata a questo ambito da parte delle forze preposte al controllo, maggiormente coinvolte in operazioni anti bracconaggio, ma anche dai decisori politici, dall’opinione pubblica e dal mondo della ricerca.</p>
<h2><strong>Sperimentazioni, innovazioni e pratiche di resistenza dal basso </strong></h2>
<p>Come si legge su un post facebook del 2025 della pagina <a href="https://www.facebook.com/vitaneicampi/posts/il-futuro-del-florovivaismo-come-cambieranno-piante-serre-e-mercatodi-alessandro/1170034545239800/">Vita nei Campi</a>, “il florovivaismo del futuro sarà una combinazione di tecnologia, selezione genetica, sostenibilità e capacità di leggere i nuovi bisogni dei consumatori”. Buona parte di questa combinazione tecnologica e genetica, seppur non sufficiente, sarà fondamentale per rispondere alle crescenti sfide poste dal cambiamento climatico, tra cui l’aumento di temperature e la scarsità di riserve d’acqua dolce.</p>
<p>Le <a href="https://news.un.org/en/story/2026/01/1166800">Nazioni Unite</a> hanno recentemente affermato che il mondo si avvia verso una condizione di bancarotta idrica, una crisi strutturale globale in cui i prelievi di acqua dolce superano la capacità di rigenerazione del ciclo idrologico, segnalando un sovrasfruttamento irreversibile delle risorse. Quattro miliardi di persone potrebbero ritrovarsi a dover fronteggiare una condizione cronica di scarsità idrica. Proprio per questo è cruciale che la ricerca accademica e le aziende collaborino al fine di identificare e implementare tecniche di coltivazione meno invasive e predatorie e più attente alla riduzione di consumi e sprechi, anche in ambito florovivaistico.</p>
<p>L’innovazione sta timidamente ridisegnando anche il mercato globale dei fiori e delle piante ornamentali: tecniche fuori suolo, agricoltura di precisione, energie rinnovabili, principi agroecologici e materiali organici iniziano finalmente a farsi strada. <a href="https://rivistaorticoltura.edagricole.it/floricoltura/florovivaismo-urge-innovazione-tecnologica-e-di-filiera/">Qui</a>, un esempio di come il mercato italiano sta tentando di riconfigurarsi per rispondere a diversi obiettivi, innovazione e sostenibilità in primis. Tuttavia, tale transizione su ampia scala è tuttora rallentata da sfide tecniche complesse, mancanza di competenze specifiche ed elevati costi di investimento.</p>
<p>Nel frattempo, si fanno strada modi paralleli di coltivare, curare e impiegare piante senza passare per vivai commerciali o e-commerce attraverso pratiche informali basate su un’economia della condivisione, sullo scambio di semi, talee e conoscenze, su attività di guerrilla gardening e <em>foraging</em> – la pratica di raccogliere specie vegetali adatte al nutrimento umano negli ambienti incontaminati, con piante e fiori edibili che trainano un settore economico in espansione – su <a href="https://www.globalpower.it/plant-crossing-larte-di-scambiare-piante-e-semi-per-un-mondo-piu-verde/"><em>plant swap</em></a> che creano e rafforzano legami sociali ed eventi che prediligono coltivazioni locali rispetto a fiori importati, riducendo contemporaneamente costi e impronta ecologica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.duegradi.eu/news/mercato-florovivaistico/">Non è tutto rosa e fiori: dietro le quinte del mercato florovivaistico globale</a> proviene da <a href="https://www.duegradi.eu">Duegradi</a>.</p>
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