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Alla ricerca dei bilioni mancanti: come finanziare il cambiamento?

Ridurre le emissioni di CO2 sufficientemente in fretta per limitare gli impatti del riscaldamento globale è solo in parte la soluzione alla crisi climatica che si sta affacciando. Ne abbiamo già parlato: la crisi climatica è, di fatto, una crisi di sistema. E, in quanto tale, per affrontarla è necessario rivisitare vecchi schemi e modelli, a partire da quelli che governano il cuore del sistema economico: la finanza.

Da almeno un decennio, l’insieme di investimenti, prestiti, elargizioni e, in generale, flussi finanziari destinati a opere o tecnologie di mitigazione (riduzione delle emissioni) o di adattamento al cambiamento climatico, ha preso il nome di finanza climatica. Ed è proprio la finanza climatica ad essere oggi uno degli argomenti più politicamente controversi della lotta al cambiamento climatico, ma anche uno degli anelli fondamentali che legano l’oggi ad un futuro non troppo caldo.

Un mondo che cambia

Finanziare la transizione verso un’economia a basse emissioni, che sia compatibile con i nostri obiettivi climatici, richiederà una mobilitazione senza precedenti di risorse economiche.  L’ultimo rapporto dell’IPCC stima che ci serviranno circa 2,4 bilioni (oltre duemila miliardi) di dollari all’anno, da qui al 2035, per limitare l’innalzamento della temperatura a soli 1,5°C. Gli investimenti dovrebbero soprattutto concentrarsi sul rendere il nostro utilizzo di energia più efficiente e più pulito. Energie rinnovabili, efficienza energetica e  trasporto sono i settori chiave identificati dal rapporto.

La buona notizia è che la comunità internazionale è conscia delle necessità finanziarie, e sta cercando di intensificare i propri sforzi per riuscire a mobilitare un maggior numero di risorse, più velocemente. Nell’ultimo decennio, i flussi di finanza climatica sono risultati in (quasi) costante aumento, e sempre più industrie investono in tecnologie più pulite ed energie rinnovabili, o adottano modelli di business più sostenibile. Dichiarazioni “verdi” da parte di grandi pionieri del mondo finanziario, pubblico e privato, non sono più un’eccezione, e in molti riconoscono che investire in un futuro a basse emissioni risulti essere, nel lungo periodo, più profittevole.

La cattiva notizia è che, nonostante il tema della finanza climatica si stia ricucendo un proprio spazio all’interno delle discussioni economiche, gli sforzi fatti finora non sono ancora sufficienti per colmare i bisogni identificati dall’IPCC. Un recente rapporto dell’UNFCCC stima che nel 2016 i flussi di finanza climatica sono ammontati, in totale, a 681 miliardi di dollari, lasciando un vuoto di quasi 1.8 bilioni rispetto alle risorse necessarie stimate dal rapporto IPCC. Si tratta di cifre a quattordici zeri, ma non del tutto irreperibili. Nel 2017, 1,8 bilioni avrebbero rappresentato solo poco più delle spese militari a livello globale (1,7 bilioni). Le risorse quindi ci sarebbero, ma la crescente spinta della finanza climatica non è ancora sufficientemente importante per riuscire a rimodellare i flussi finanziari.

Sradicare vecchie abitudini

In un illuminante discorso del Settembre 2015, Mark Carney –Governatore della Banca d’Inghilterra– riconosce che ciò che ancora impedisce alla finanza climatica o, più in generale, alla finanza “verde”, di diventare protagonista dell’attuale sistema finanziario e di investimenti, è la cosiddetta “tragedia degli orizzonti”. Se il cambiamento climatico agisce su un orizzonte temporale dilatato (ne vediamo gli effetti a decenni di distanza), l’attuale orizzonte delle politiche e scelte finanziarie è di 2 o 3 anni. Dieci, nel caso di politiche a lungo temine. Il problema di fondo è quindi la cecità dell’attuale mondo politico e finanziario nel prendere in considerazione minacce al di fuori del proprio orizzonte temporale.

La “tragedia degli orizzonti” è così radicata da rendere molto difficoltoso il processo di transizione da vecchi schemi economici e finanziari, in particolare quelli legati a settori “dannosi” per l’ambiente, – come quello dei combustibili fossili – a favore di schemi di finanza “verde”. Come ricorda il think tank Climate Policy Initiative, nel solo 2016 gli investimenti in combustibili fossili hanno sfiorato i 750 miliardi — superando i flussi di finanza climatica. Per molti Paesi, l’industria fossile fa incassare ancora troppi guadagni, da cui è difficile separarsi. Per i Paesi esportatori di petrolio (Paesi OPEC), ad esempio, le entrate dei rispettivi governi dipendono per l’85% dai combustibili fossili.

Disinvestire dai fossili, oltre che a rappresentare una potenziale ed improvvisa diminuzione delle entrate, implica la necessità di ammodernare infrastrutture e reti elettriche presenti sul territorio per renderle più adatte alle energie rinnovabili. All’occhio di molti policymakers  si tratta di uno sforzo che non sembra valere la candela, visto che i benefici di un’economia a basse emissioni verrebbero riscossi molto più in là nel tempo, rispetto ai benefici immediati dell’utilizzo di petrolio e carbone. Il risultato è l’indugiare di molti governi e industrie in vecchi schemi finanziari a rendimento immediato. La dipendenza economica da combustibili fossili è evidente persino a casa nostra: nel 2018, l’Italia è stata annoverata tra i paesi Europei con i più alti sussidi al settore a cui, ogni anno, regaliamo oltre 18,8 miliardi di euro.

I soliti esclusi

Nel contesto della finanza climatica, l’UNFCCC, il protocollo di Kyoto e l’accordo di Parigi riconoscono le esistenti disparità economiche e sociali tra paesi, e le diverse responsabilità a livello globale (il cosiddetto principio di “common but differentiated responsibilities”: responsabilità comuni ma differenziate) e chiedono ai paesi sviluppati, con maggiore disponibilità economica, di assistere finanziariamente i paesi in via di sviluppo, più poveri e anche più vulnerabili. Se è vero che i paesi sviluppati, storicamente, sono stati i principali emettitori e quindi i principali responsabili del riscaldamento globale, è anche vero che dovrebbero essere i primi a prendersene carico.

Una più equa distribuzione delle risorse è però, ancora, il tasto più dolente della finanza climatica odierna, che sembrerebbe piuttosto, almeno in questo ambito, seguire attuali flussi finanziari e dominare soprattutto i mercati più ricchi. Sui circa 681 miliardi di finanza climatica del 2016, il flusso finanziario complessivo da paesi sviluppati a paesi in via di sviluppo ha rappresentato solo il 5,5% del totale. Inoltre, nonostante molti paesi sviluppati si siano impegnati con elargizioni e donazioni, una buona parte dei flussi verso i paesi in via di sviluppo è rappresentata da prestiti, che verranno poi ripagati con tassi di interesse seppur, in alcuni casi, a condizioni agevolate.

I paesi in via di sviluppo sono doppiamente svantaggiati se si prende in considerazione il fatto che la finanza climatica è oggi prevalentemente destinata a opere o progetti di mitigazione (riduzione delle emissioni), e solo marginalmente investe in opere di adattamento al cambiamento climatico. In zone del mondo in cui tifoni, innalzamento del livello del mare e siccità improvvise mettono a serio rischio la vita di milioni di persone, investire sull’adattamento al cambiamento climatico (ad esempio finanziando progetti che sponsorizzano tecniche agricole capaci di sopravvivere ad un clima che cambia) sarebbe una priorità. Anche qui, la finanza climatica pecca di avidità. Investire in opere di mitigazione, come le energie rinnovabili, risulta in guadagni immediati e diretti, rendendo quest’ultime più appetibili.

Ripensare le politiche

Laddove l’economia e la finanza falliscono, le politiche pubbliche possono correggere. Re-indirizzare gli attuali flussi finanziari è innanzitutto una questione di volontà politica. Disinvestire in combustibili fossili e re-investire in progetti “verdi” sarebbe più appetibile agli occhi del settore privato se i governi implementassero più incentivi e adottassero politiche finanziarie di lungo termine, capaci di tenere in conto gli impatti che il cambiamento climatico avrà tra dieci anni. Le stesse politiche di lungo termine renderebbero più profittevole investire sin da subito in una più equa distribuzione delle risorse finanziarie, aiutando i paesi in via di sviluppo a diminuire le loro crescenti emissioni, ma anche a sviluppare difese adeguate alla miseria che il cambiamento climatico potrebbe portare.

Per riuscire a finanziare il cambiamento climatico, quindi, è innanzitutto necessario rivedere le nostre priorità in fatto di investimenti, e abiutarci all’idea che gli effetti del riscaldamento globale inizieranno a manifestarsi durante l’arco della nostra vita. Così come cominciamo ad investire nella nostra pensione nel momento in cui cominciamo a lavorare, per poterci godere una vecchiaia serena, perché non iniziamo ad investire in un mondo a prova di riscaldamento climatico, per noi e per i nostri figli?

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**Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione di altre organizzazioni ad essa collegate**

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