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L’Amazzonia è a un punto di non ritorno?

L’Amazzonia è a un punto di non ritorno?

Diversi studi dimostrano che la foresta amazzonica è prossima a un cambiamento irreversibile. Come è potuto accadere? E cosa si può ancora fare?

 

Immaginate due foreste: la prima si estende per migliaia di chilometri quadrati, creando un ambiente umido, ricco di acqua dolce e biodiversità, contribuendo al ciclo dell’acqua e assorbendo enormi quantità di anidride carbonica dall’atmosfera; la seconda emette CO2, i suoi alberi stanno lasciando spazio alla savana dopo anni di taglio, incendi e degrado, il suolo si secca e si impoverisce, e la biodiversità diminuisce drasticamente.

 

Dove si trovano queste due foreste? Nello stesso luogo, l’Amazzonia, a pochi anni l’una dall’altra; la distanza che le separa non è fisica, ma temporale. Ne avevamo già parlato qualche tempo fa, trattando degli incendi che tiranneggiano nella regione: tra deforestazione e incendi, la foresta amazzonica si sta avvicinando a un punto di non ritorno. Una volta raggiunto, la regione non sarà più in grado di rappresentare uno scrigno di biodiversità mondiale né un serbatoio di carbonio grazie ai gas serra intrappolati nel suolo. Come è potuto accadere? 

 

Le cause: come è potuto accadere?

Il punto fondamentale da considerare prima di andare a vedere cause e conseguenze della situazione attuale è che deforestazione e incendi non sono eventi nuovi in Amazzonia. I dati ufficiali rispetto all’estensione degli incendi e della deforestazione mostrano come i ritmi attuali di questi ultimi  siano, a volte, anche inferiori a quelli osservati anche vent’anni fa, quando l’attenzione alla tutela dell’ambiente naturale regionale era minima. Quella che l’Amazzonia sta affrontando oggi, dunque, non è un’imprevedibile emergenza, quanto il frutto di uno sfruttamento sistematico delle risorse forestali che è infine arrivato a intaccare il nucleo dell’ecosistema

 

 

Le cause di lungo termine del degrado amazzonico sono da ricercarsi in tre fattori fondamentali:

 

L’aumento continuo e stabile della richiesta di terra da dedicare all’agricoltura. Con il consumo mondiale di prodotti agricoli come caffè, carne e soia da usare come nutrimento per gli animali in continuo aumento, la regione Amazzonica è diventata un riferimento commerciale importante (per esempio, la carne usata per le nostre bresaole!). La soddisfazione della richiesta, però, avviene a un enorme prezzo ambientale: le aziende agricole nazionali e internazionali, viste le possibilità di profitto, usano mezzi leciti e illeciti per disboscare e incendiare porzioni di foresta e convertirle ad uso agricolo. Dal canto loro, gli agricoltori locali si trovano schiacciati tra un sistema di sfruttamento intensivo da una parte e la povertà dall’altra, per cui spesso diventano parte del problema loro malgrado, contribuendo anch’essi al taglio della foresta con la tecnica del debbio (o “taglia e brucia”);

 

La frammentazione della foresta e il disturbo dei corsi d’acqua dovuti alla costruzione di infrastrutture (come strade e centrali idroelettriche). Dividere un ambiente naturale o alterarne gli equilibri può avere conseguenze importanti sulla stabilità dell’intero ecosistema, come ci insegna il concetto delle cascate trofiche: specie animali e vegetali, con spazi minori in cui sopravvivere e competere, rischiano di scomparire, mentre un ciclo dell’acqua modificato ha chiari impatti sulla capacità di una zona di resistere agli stress esterni (come annate particolarmente secche o precipitazioni irregolari); 

 

Le emissioni di gas serra, che contribuiscono indirettamente a modificare il clima della regione introducendo ulteriore incertezza in un ecosistema già sotto forte pressione e molto delicato, come si può intuire anche dai report sul tema dell’IPCC e WWF.

 

 

Le conseguenze: l’Amazzonia è al punto di non ritorno?

Deforestazione, frammentazione, cambiamento climatico: con ingredienti così è facile pensare che la ricetta sia fatale per la foresta Amazzonica. Ma è proprio vero che ci si avvicina a un punto di non ritorno? Sì… e no.

 

Le ultime ricerche evidenziano come il raggiungimento di un punto di non ritorno sia molto vicino: c’è chi crede possa corrispondere alla perdita del 20% della totale estensione della foresta, e chi si avvicina più al 40%. Per dare un riferimento, i dati sulla copertura forestale ci dicono che ad oggi abbiamo già perso il 18% della foresta tropicale. 

 

Il rischio, in ogni caso, è il deperimento (dieback, in inglese) della foresta Amazzonica, cioè un momento in cui la foresta continuerà a degradarsi indipendentemente dall’opera dell’uomo perché ha perso la propria capacità rigenerativa

 

 

Da quel momento la foresta diventerebbe una sorgente di carbonio, e non più un serbatoio: il terreno arido, spaccandosi, libererebbe anidride carbonica, e gli alberi, non venendo più rimpiazzati da nuovi esemplari, farebbero lo stesso. Attualmente, la foresta Amazzonica contiene circa il doppio della quantità di anidride carbonica che emettiamo ogni anno a livello mondiale. Se dovesse cominciare a emetterla, sarebbe come avere un doppione degli Stati Uniti d’America che inasprisce la crisi climatica con le proprie emissioni.

 

Il rischio, dunque, è altissimo. L’azione internazionale, tuttavia, rimane limitata, e questo anche perché l’IPCC ha sottolineato che sappiamo troppo poco per trarre chiare conclusioni a lungo termine. Per fare un esempio, l’aumento dell’anidride carbonica potrebbe aiutare la crescita delle piante nel breve e medio periodo. D’altra parte, in passato la foresta amazzonica ha mostrato cambiamenti imprevedibili, e lo stesso potrebbe accadere una volta superato un certo livello di degrado: i ricercatori sono d’accordo nel riportare il rischio che la foresta attualmente perenne possa diventare stagionale, o trasformarsi in una savana, entro i prossimi 50 anni

 

Che fare?

La gravità e l’incertezza della situazione ci fanno capire che è il momento giusto per agire: nella pratica, le organizzazioni che operano nella regione hanno elaborato un piano preciso per ridurre incendi e deforestazione, che passa dal rafforzamento istituzionale all’inasprimento delle multe per chi viola le regole e al riconoscimento del ruolo fondamentale delle popolazioni indigene.

 

In generale, avendo chiari i rischi di un tipping point, applicare il principio di precauzione può salvarci dal dire che “non sapevamo” cosa sarebbe potuto accadere; questo soprattutto se e quando la foresta Amazzonica dovesse cominciare a trasformarsi in un’arida steppa.

 

Per evitare il peggio è allora necessario preservare gli ecosistemi, diminuire la deforestazione e le emissioni a livello globale, garantendo la stabilità del serbatoio di carbonio amazzonico e minimizzando le altre conseguenze del cambiamento climatico, che sappiamo per certo colpiranno sempre più violentemente. Insomma, anche se non sappiamo tutto sulla foresta e sul suo possibile punto di non ritorno, sappiamo abbastanza sulla crisi climatica per poter intuire che difendere l’Amazzonia debba essere un pilastro dell’azione politica futura in ambito ambientale.

 

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