LPSI 4-5

Un’arancia oggi, nessuna arancia domani

Le parole sono importanti è una rubrica mensile sugli ecosistemi del linguaggio che abitiamo e dentro i quali parliamo del nostro presente. Nasce dalla constatazione di un’ambiguità: oggigiorno chiunque voglia agire o trovare soluzioni ai cambiamenti climatici ha a disposizione una quantità enorme di materiale – tra informazioni, ricerche in corso ed evidenze scientifiche – eppure si ha sempre la sensazione di attraversare mari agitati e ostili, dove tutto e il contrario di tutto si mescola in continuazione. Questa rubrica cerca di offrire una bussola per orientarsi tra le più comuni mistificazioni, fallacie logiche e distorsioni utilizzate da chi ha interesse a inquinare la comprensione del nostro presente. Perché l’epoca in cui viviamo è un’epoca di cambiamenti del clima, ma anche le parole che usiamo per raccontarli stanno cambiando.

 

In questo quarto numero di Le parole sono importanti parleremo della falsa contrapposizione tra transizione energetica e lavoro. Parleremo di attivisti che si sdraiano in mezzo alla strada bloccando le macchine in orario di punta. Parleremo di arance e di inflazione e di quanto ciascuno di noi sia troppo occupato a morire.

 

Un’arancia oggi, nessuna arancia domani. La falsa contrapposizione tra transizione energetica e prosperità economica.

Quando un gruppo di attivisti climatici blocca una strada, gli automobilisti coinvolti reagiscono con gradi diversi di violenza verbale e fisica, ma generalmente tutte le reazioni hanno un minimo comun denominatore che si potrebbe sintetizzare nel ‘levatevi, devo andare a lavorare’. E hanno ragione. Non hanno ragione se alzano le mani, ovviamente, ma è più che plausibile che un cliente o un capo li stia aspettando, che i colleghi di reparto siano già sul posto, insomma, che la giornata debba cominciare. Loro al lavoro ci devono arrivare, perchè alla fine del mese il mutuo va pagato. Non dev’essere piacevole essere bloccati in strada da una manciata di persone che manifestano per un problema decisamente meno imminente del lavoro che quegli automobilisti stanno andando a svolgere. Hanno quindi ragione ad essere arrabbiati in quel momento. E al contempo hanno le loro ragioni gli attivisti a sedersi davanti a loro. È possibile? Sì, è possibile, perché quella tra lavoro e ambientalismo è una falsa contrapposizione.  

 

Durante l’ultima COP28, la conferenza sul clima che lo scorso novembre si è tenuta a Dubai, il presidente (e petroliere) Al Jaber disse che rinunciare ai combustibili fossili “ci riporterebbe alle caverne”. Come dire, ok, ammettiamo pure che i combustibili fossili creino qualche problema, ma non vorrete rinunciare al progresso? Non vorrete rinunciare alla vostra fetta di benessere, al vostro piccolo seggiolino sulla giostra del mercato globale che vi garantisce un lavoro, e quindi un tetto sopra la testa, delle vacanze, il ristorante nel weekend? Insomma, spostateli quei quattro giovani dalla strada, perchè avete ragione, dovete andare a lavorare oggi cosí come domani e dopodomani e cosí via, non vorrete mica che il vostro paese torni alle caverne?

 

Se da un lato simili discorsi continuano a trovare supporto politico e terreno fertile pressoché ovunque, dall’altro lato, a ben vedere ,non è molto difficile mostrare quanto lo scricchiolio di questa narrazione traballante si faccia sempre più forte. Il racconto di una transizione energetica desiderabile ma impraticabile a meno di non voler regredire economicamente comincia a sfaldarsi di fronte al semplice fatto che il cambiamento climatico è qui per restare, e presenta il suo conto. E non è solo un conto che si misura in valuta morale. Assicurazioni, governi, banche centrali da anni stanno quantificando il costo dell’inazione. Ogni mese che perdiamo procrastinando, voltandoci dall’altra parte, accettando un compremesso al ribasso, ha un costo. Un esempio molto concreto, è quello del cibo, mercato che per ovvie ragioni è direttamente influenzato dal clima. La Banca Centrale Europea ha stimato che la fortissima ondata di calore dell’estate 2022 ha causato un’inflazione del mercato alimentare europeo dello 0,7%. In questo momento, alcune regioni spagnole stanno fronteggiando una delle più gravi siccità mai affrontate, con danni enormi per l’agricoltura. La Spagna è il maggior produttore di arance nell’Unione Europea, con un export del valore di 3.300 milioni di euro annui. La campagna del 2023 ha segnato un -31% rispetto a quella del 2022, nella sola Andalusia. Sono colpiti gli agricoltori, ma non solo: un enorme indotto dipende da queste arance. Persone con mutui e posti di lavoro a cui arrivare in orario la mattina, e guai a fare ritardi per alcuni ragazzi sdraiati sulla strada. Un corto circuito, ovviamente. Un piccolo antipasto del menù che ci attende nei prossimi decenni. E certo, ci si può adattare, si possono trovare sementi più resistenti alla siccitá. Ma per quanto? Fino a che punto si potrà far finta che troveremo una soluzione a tutto senza cambiare nulla di come stiamo su questo pianeta?

 

Mi è capitato di recente di leggere un articolo che raccontava come i maggiori giornali europei stanno rispondendo alla crescita dell’intelligenza artificiale. Mi ha colpito il virgolettato di un direttore di giornale che si diceva preoccupato del fatto che per la sua redazione è troppo complicato pensare di sfruttare queste tecnologie e quindi non se ne fa nulla e si continua come se niente fosse, un po’ come se fossero “troppo occupati a morire”. Ecco, siamo tutti troppo occupati a morire. Abbiamo tutti giustamente qualcosa di molto importante da fare, di più importante del clima. Bisogna salvare quel poco che rimane di una disastrosa stagione delle arance, non c’è tempo da perdere con quattro scansafatiche in mezzo alla strada in orario di punta. Va portato a casa lo stipendio, the show must go on. 

  • Giordano Zambelli

    Giordano è un ricercatore presso l'università fiamminga di Bruxelles (VUB), dove si occupa di innovazione nel giornalismo, sia dal punto di vista delle sfide tecnologiche che dei modelli editoriali.

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