Guida alle negoziazioni sull’Articolo 6 dell'Accordo di Parigi

Breve guida alle negoziazioni sull’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi

Breve guida alle negoziazioni sull’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi

Ovvero le regole per i mercati internazionali del carbonio.

 

di Luca Lo Re

Dal 2 al 13 dicembre 2019, dopo la rinuncia del Governo cileno a causa delle proteste delle ultime settimane, il Governo Spagnolo ospiterà a Madrid la COP25, la venticinquesima conferenza sul clima. In questa edizione, i riflettori saranno puntati sul tassello mancante della guida all’implementazione dell’Accordo di Parigi: le linee guida per mettere in pratica l’Articolo 6 dell’Accordo, ovvero le “regole” per i mercati internazionali del carbonio. Si tratta di uno dei temi più ostici dell’Accordo di Parigi, tant’è vero che dopo quasi quattro anni di negoziazioni i delegati non sono ancora riusciti a raggiungere un compromesso. 

 

In questa breve guida cercheremo di spiegare, in meno di tre minuti, di cosa tratta l’Articolo 6 e quali sono i principali punti di disaccordo che saranno discussi e negoziati dai Paesi alla COP25.

 

Cos’è l’Articolo 6?

L’Articolo 6 è stato incluso nell’Accordo di Parigi per aiutare i Paesi a rafforzare le ambizioni delle loro strategie di riduzione delle emissioni di gas serra, comunicate alle Nazioni Unite ogni 5 anni attraverso un piano chiamato NDC (dall’inglese “Nationally Determined Contribution”). 

 

Semplificando, se un paese si è prefissato nel suo NDC l’obiettivo di ridurre le proprie emissioni di una certa quantità entro un certo anno, ma non è in grado per un qualsiasi motivo di ridurle tutte attraverso delle azioni di mitigazione sul territorio nazionale, l’Articolo 6 permette al Paese di “acquistare” la differenza mancante delle riduzioni di emissioni attraverso l’uso di “risultati di mitigazione” (una sorta di crediti di carbonio) internazionali generati altrove. Questi risultati corrispondono a delle emissioni che sono state ridotte in un altro Paese, e in gergo sono chiamati ITMO (da “Internationally Transferred Mitigation Outcomes”, ovvero “risultati di mitigazione trasferiti a livello internazionale”). Gli ITMO acquistati potranno poi essere detratti dal bilancio delle emissioni che il Paese deve comunicare alle Nazioni Unite (la frequenza di queste comunicazioni è ancora in fase di negoziazione) per dimostrare di aver raggiunto il suo obiettivo. 

 

 Da un punto di vista economico, questa situazione conviene al Paese che acquista gli ITMO solamente se il valore monetario degli ITMO è inferiore al costo di riduzione della stessa quantità di emissioni sul proprio territorio nazionale. La possibilità di accedere ai mercati internazionali del carbonio, delineata dall’Articolo 6, aiuta in pratica i paesi ad abbassare il costo della riduzione delle emissioni di gas a effetto serra per il raggiungimento degli obiettivi di mitigazione prefissati nel proprio NDC. 

 

Questo concetto non è totalmente nuovo nell’ambito delle negoziazioni sul clima. Ancora prima dell’Accordo di Parigi, il Protocollo di Kyoto permetteva ai Paesi industrializzati, che erano soggetti a degli obiettivi di mitigazione delle emissioni, di “compensare” le proprie emissioni comprando dei crediti di carbonio dai Paesi in via di sviluppo, che non erano soggetti a tali obiettivi. Questo significa che il Paese industrializzato era autorizzato ad emettere le x tonnellate di gas ad effetto serra in più, vendutegli dal Paese in via di sviluppo che le ha ridotte: quindi l’effetto finale di questa transazione sull’atmosfera è nullo, in pareggio. Il Paese in via di sviluppo però, non essendo soggetto a un obiettivo di mitigazione, non ha alcun incentivo a ridurre ulteriormente le sue emissioni oltre a quelle già vendute al Paese industrializzato. Pertanto, un meccanismo di questo tipo non porta alla riduzione delle emissioni globali in termini assoluti, ma semplicemente trasferisce le riduzioni di emissioni da un Paese a un altro sotto forma di crediti di carbonio.

 

Tuttavia, l’urgenza del cambiamento climatico richiede a tutti i paesi, a prescindere se industrializzati o no, di contribuire ad arrivare a zero emissioni il prima possibile. Un meccanismo di semplice “compensazione” dei crediti di carbonio, come quello del Protocollo di Kyoto, non aiuterebbe a ridurre le emissioni globali, come invece prefissato dall’Accordo di Parigi. 

 

Come sta prendendo forma l’Articolo 6 nelle negoziazioni attuali?

 Per aiutare i Paesi a ridurre le emissioni globali e a raggiungere gli obiettivi di mitigazione dei loro NDC, l’Articolo 6 ha impostato due percorsi volontari di cooperazione internazionale basati sui mercati del carbonio. (Per completezza, esiste anche un terzo percorso di cooperazione, descritto nel paragrafo 8 dell’Articolo 6, che però in quanto non si basa sui meccanismi di mercato del carbonio non è trattato in questa sede).

 

Il primo percorso, descritto nel paragrafo 2 dell’Articolo 6, autorizza scambi bilaterali di riduzioni di emissioni tra Paesi. In sostanza, un Paese è autorizzato dalle Nazioni Unite a trasferire le sue riduzioni (sotto forma di ITMO) ad un altro Paese dietro un pagamento. Il Paese che acquista gli ITMO potrà quindi utilizzarli per detrarli dal suo conteggio delle emissioni per raggiungere il proprio obiettivo, più o meno come avveniva nel Protocollo di Kyoto. Un’importante differenza rispetto al Protocollo di Kyoto, che prevedeva già questa possibilità, è che la transazione non deve sottostare alla supervisione delle Nazioni Unite: l’unico obbligo dei due paesi è di riportare la transazione nel proprio bilancio di emissioni, senza nessun altro controllo (che sarebbe in realtà molto importante per assicurare che la riduzione delle emissioni sia davvero avvenuta). 

 

La grande novità rispetto al Protocollo di Kyoto, e punto ostico nelle negoziazioni attuali, è l’introduzione dei cosiddetti corresponding adjustments” (in traduzione letterale aggiustamenti corrispondenti): il Paese venditore dovrà adesso aggiungere al suo conteggio le emissioni corrispondenti agli ITMO venduti. Questo dettaglio, apparentemente di scarso rilievo, nasconde in realtà un elegante disegno che permetterà di ridurre le emissioni globali. Ciò significa che, per raggiungere il livello di riduzione di emissioni prefissato nel proprio NDC, il Paese dovrà ora mettere in pratica delle azioni di riduzione delle emissioni addizionali che permettano di ridurre le tonnellate di gas a effetto serra vendute oltre a quelle previste originariamente nel piano nazionale.

 

Purtroppo, nonostante la linearità apparente di queste operazioni, i dettagli in corso di negoziazione sono molto più complessi e i Paesi faticano a trovare un compromesso. Infatti, esistono diverse interpretazioni su come applicare i “corresponding adjustments” ai trasferimenti di ITMO, e non tutte garantiscono lo stesso livello di integrità ambientale, soprattutto in mancanza della supervisione delle Nazioni Unite. Difatti, alcune di queste interpretazioni, se messe in pratica, potrebbero portare ad un doppio conteggio di uno stesso ITMO. Questo rappresenterebbe un grave problema, in quanto per certe transazioni di ITMO i Paesi riporterebbero alle Nazioni Unite il doppio delle emissioni effettivamente ridotte — questo perché le riduzioni sarebbero riportate sia dal Paese che le ha acquistate che, allo stesso tempo, dal Paese che le ha vendute. Quindi, uno dei punti salienti dei negoziati sul paragrafo 2 sta nel trovare delle regole per applicare i “corresponding adjustments” che siano trasparenti e che garantiscano l’integrità ambientale, evitando problemi di doppio conteggio nei bilanci di emissioni dei Paesi interessati.

 

Il secondo percorso è descritto nel paragrafo 4 dell’Articolo 6, il quale istituisce un meccanismo di mercato del carbonio che opererà sotto la supervisione delle Nazioni Unite. A questo meccanismo potranno partecipare non soltanto i Paesi (come per il paragrafo 2), ma anche le aziende private. Inoltre, le riduzioni di emissioni generate grazie a questo meccanismo potranno essere usate non soltanto dai Paesi per il raggiungimento degli obiettivi del loro NDC, ma anche per esempio, dalle aziende private per i loro obiettivi di neutralità carbonica. Considerando questi altri possibili utilizzi dei crediti, occorre a maggior ragione evitare il doppio conteggio delle riduzioni di emissioni; ma i dettagli sul come farlo sono ancora in negoziazione. Inoltre, per assicurare che il meccanismo riduca le emissioni globali e non si limiti a “compensare” le emissioni, i delegati hanno imposto un concetto chiamato “riduzione globale delle emissioni globali”. Ci sono varie proposte su come rendere operativo questo concetto, tra cui un sistema di cancellazione automatica di una parte dei crediti creati (cioè, una parte dei crediti generati non può essere utilizzata), o l’applicazione di metodologie di calcolo più rigide, che permetterebbero di generare meno crediti delle emissioni effettivamente ridotte. 

 

Il futuro delle negoziazioni sull’Articolo 6: cosa aspettarsi dalla COP25 

 Quelli descritti in questa guida sono solamente una piccola parte degli aspetti tecnici delle complesse negoziazioni sull’Articolo 6. Sebbene i Paesi abbiano avuto disamine costruttive e compiuto progressi sostanziali nelle ultime sessioni di negoziazione, il tempo per trovare un compromesso alla COP25 su tutti questi aspetti è molto limitato, specialmente considerando le divergenze che permangono su diverse questioni. Nonostante ciò, c’è una forte volontà politica di trovare un accordo sull’Articolo 6 alla COP25. Visto che le Nazioni Unite procedono all’unanimità, ciò potrebbe significare che per convincere i paesi a firmare si arrivi ad un accordo molto permissivo. E questo non sarebbe certamente una vittoria per il clima. 

 

 

**Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione di altre organizzazioni ad esso collegate**

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