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Bollettino 04/19: In bilico tra l’Africa e l’Oceano

Questo mese risaliamo sulla giostra dei disastri climatici dal punto in cui l’avevamo lasciata, nel Mozambico devastato dal ciclone Idai. Non abbiamo fatto in tempo a tirare un sospiro di sollievo per aver scampato un’epidemia di colera – solo cinque i casi registrati – che sul Paese si è abbattuta un’altra tempesta: il ciclone Kenneth (che poi, perché questi cicloni hanno sempre dei nomi così affabili?) ha colpito le province del nord con piogge torrenziali e venti oltre i 220 kilometri orari.

Il ciclone Kenneth è il più intenso ad aver mai colpito il Mozambico, ed uno dei più violenti nella storia del continente africano. Al momento in cui scriviamo si contano centoventimila persone colpite e 38 morti, ed il bilancio è destinato a crescere a causa degli allagamenti che seguiranno la tempesta. Non era mai accaduto che due cicloni di questa intensità colpissero il Mozambico in così breve tempo. Tuttavia, gli scienziati rimangono cauti nell’attribuire questa rapida successione al cambiamento climatico. E allora, direte voi, di cosa stiamo parlando? Stiamo dando sfogo alle nostre fantasie catastrofiste?

Purtroppo no. Il fatto è che qualche decennio fa questi cicloni sarebbero stati meno intensi e le inondazioni meno violente. Invece oggi, a causa del riscaldamento globale, l’Oceano Indiano (che bagna il Mozambico) è più caldo di prima. Con due conseguenze: evapora più acqua, e quindi i cicloni sono più carichi di pioggia; e si alza il livello del mare, quindi la terraferma è più facilmente soggetta ad inondazioni. In sostanza, un gatto che si morde la coda – che sarebbe pure divertente a vedersi, se non fosse che quel gatto siamo noi.

Mentre il Mozambico è vessato dai cicloni, l’ironia della sorte vuole che nello stesso continente ci siano vaste aree in piena crisi di siccità. L’esempio più beffardo è quello dello Zimbabwe, dove a inizio mese sono morte quasi 270 persone a causa del ciclone Idai mentre in altre parti del Paese non usciva un filo d’acqua dai rubinetti.

A dire il vero, però, quest’anno la siccità sta colpendo ancora più duramente il Corno d’Africa ed in particolare il Kenya, dove è in corso una carestia che sta colpendo più di un milione di persone. Anche in questa crisi il cambiamento climatico gioca la sua parte: la stagione delle piogge, che in Kenya va da marzo a maggio, a fine aprile non è ancora iniziata. In un Paese in cui l’agricoltura dipende per il 98% dalla pioggia, questo ritardo determina inevitabilmente ad una grave crisi alimentare.

Carestie non ne abbiamo, invece, nell’emisfero nord. Tuttavia, qualche problemino col cambiamento climatico cominciano ad averlo anche le nazioni più ricche, tipo il Canada – avete presente quel Paese identico agli USA dove non succede mai nulla di rilevante? Persino questa vasta, placida nazione è stata colpita da diverse inondazioni tra Montreal e Ottawa, che hanno costretto 10.000 persone a lasciare le proprie case.

Una situazione simile si è verificata qualche settimana prima negli Stati Uniti. Da Yale ci spiegano che quest’anno il suolo, congelato per il troppo freddo invernale (sì, il cambiamento climatico è corresponsabile anche di questo), non è riuscito ad assorbire lo scioglimento delle prime nevi e l’irruenza delle piogge primaverili. Saranno i morti, saranno i danni stimati attorno ai 3 miliardi di dollari, ma in America ne hanno parlato un po’ tutti, perfino riviste come Rolling Stone, che di norma si occuperebbero di chitarristi e cantanti.

E come se non bastasse c’è l’Oceano a destare altre preoccupazioni: l’innalzamento del livello del mare è una realtà con cui in molti si troveranno presto a fare i conti. Un Paese che ne conosce bene le conseguenze è il Bangladesh, dal quale periodicamente arrivano bollettini ben più disastrosi di quello che state leggendo. Questo mese, ad esempio, abbiamo saputo che in Bangladesh il cambiamento climatico è un fattore di rischio per la vita di un bambino su tre: alcuni annegano durante le alluvioni, altri si ammalano a causa delle acque contaminate e, altri ancora, costretti a emigrare da villaggi divorati dal mare, finiscono a lavorare nelle grandi città in condizioni disumane.

Per un territorio sommerso, ce n’è uno che emerge il Canale di Panama ha dovuto bloccare il passaggio delle navi pesanti a causa di un abbassamento del livello dell’acqua. Tutta colpa delle alterazioni che il cambiamento climatico sta causando al fenomeno di El Niño, una corrente d’aria proveniente dall’oceano Pacifico che quest’anno è stata più asciutta del solito ed ha causato una pesante siccità. Le autorità parlano della “stagione asciutta più asciutta della storia del Canale”.

Chiudiamo con una parentesi sulla biodiversità marina, sulla quale recentemente leggiamo notizie sempre più inquietanti. Nell’ultimo mese sono usciti diversi studi che vi citiamo in ordine sparso: 1) le ondate di calore oceaniche sono la causa del declino del 12% della popolazione di delfini tursiopi; 2) le stesse ondate di calore sono alla base di una diminuzione del 90% nella nascita di coralli in Australia 3) in Antartide è completamente scomparsa una colonia di pinguini imperatori, dopo che nel 2016 lo scioglimento precoce del ghiaccio causò la morte di 10mila cuccioli ancora incapaci di nuotare; 4) in Scozia i salmoni stanno sparendo ad una velocità allarmante, e gli uomini in kilt non sanno letteralmente più che pesci pigliare.

Forse non è un caso, allora, che la prossima conferenza sul clima, la COP25 in Cile, ruoterà attorno al tema della salute degli oceani. E noi, con la marea montante negli occhi, ci aggrappiamo a questa ennesima occasione da non mancare.

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