Uragano Dorian

Bollettino 09/19: il ritratto di Dorian

Magari vi sarà capitato, in un momento di frustrazione, di pensare di mollare tutto e trasferirvi ai Caraibi, a vivere di noci di cocco su una spiaggia di sabbia bianca, i piedi a mollo in acque cristalline. Ed è strano pensare che un luogo che l’immaginario collettivo vede come paradiso terrestre possa repentinamente diventare un inferno. 

Eppure è successo, a cavallo tra Agosto e Settembre, quando diverse zone delle Bahamas sono state ridotte in macerie dall’uragano Dorian, il secondo più potente uragano Atlantico ad aver toccato terra. Sull’isola di Grande Abaco, tra quelle ad aver subito i danni maggiori, palazzi polverizzati, quartieri allagati e barche rivoltate a decine di metri dal mare sono diventati la normalità per tre lunghissimi giorni. A Marsh Harbour, la principale città dell’isola, è stato distrutto il 60% degli edifici; il presidente delle Bahamas parla di “tragedia storica.” Sono morte almeno 50 persone, e secondo l’ONU in 76mila (circa un quinto della popolazione totale) sono rimaste senza casa.

Nel bel mezzo dell’emergenza, mentre si cominciavano a contare le morti e a mettere in sicurezza i civili, si è manifestato un altro cataclisma, a cui però siamo già fin troppo abituati: le dichiarazioni sconnesse di Trump, che ha rifiutato ai Bahamiani in fuga dall’uragano lo status di protezione temporanea, che gli Stati Uniti solitamente garantiscono in situazioni emergenziali. D’altronde, aveva una serie di giustificazioni inappuntabili, tra cui “anche noi siamo stati colpiti” (Sì, Donald, ma a voi è saltata la luce, quelli hanno perso tutto) e  “dobbiamo stare molto attenti, tutti devono avere i documenti giusti” (sì, Donald, ma quelli che gli si è inzuppato il passaporto?). Con una lucidità strabiliante per un bambino di quell’età, ha concluso

“le Bahamas hanno avuto enormi problemi con persone che andavano alle Bahamas e non avrebbero dovuto esserci. Non voglio autorizzare persone che non avrebbero dovuto essere alle Bahamas ad entrare negli Stati Uniti, comprese delle persone molto cattive e dei membri di gang molto cattivi, e degli spacciatori molto molto cattivi.” 

Non ce la sentiamo di ironizzare ulteriormente. Ci teniamo però a precisare, nel caso pensaste che stiamo andando fuori tema, che il cambiamento climatico ha un impatto chiaro non solo sull’intensità degli uragani, ma anche sul loro potenziale distruttivo. Da un lato, come abbiamo già avuto modo di accennare, l’innalzamento della temperatura superficiale degli oceani e l’aria più calda trattengono più vapore acqueo, e di conseguenza la portata d’acqua dell’uragano sarà maggiore; dall’altro, l’innalzamento del livello del mare rende più distruttive le inondazioni dovute allo spostamento di masse d’acqua da parte dei venti (che nel caso di Dorian hanno raggiunto anche i 300km/h). 

Il fatto che temperatura superficiale e livello del mare stiano aumentando a causa del cambiamento climatico ce lo ha confermato (per l’ennesima volta, a dire la verità) l’ultimo report dell’IPCC, l’organismo ONU che si occupa di valutare la scienza del clima. Ebbene sì, i professoroni dell’IPCC ci fanno boriosamente notare che è “virtualmente certo che gli oceani si sono riscaldati senza sosta dal 1970”, e che “il surriscaldamento globale ha portato ad una diffusa contrazione della criosfera” (un termine che indica sostanzialmente l’insieme delle terre coperte dai ghiacci sul nostro pianeta). 

Ma alla fine sono chiacchiere da intellettualoidi nella loro torre d’avorio, con lo sguardo fisso sui libri e lontano dalla vita vera della gente. Certo la gente di Groenlandia, che vive in mezzo a ghiacciai sui quali secondo gli scienziati c’è già “una pena di morte”, soffre per questo di depressione. Ma quelli, così come gli Islandesi che hanno celebrato il funerale ad uno dei loro ghiacciai, vivono nel profondo nord e francamente ci sono sempre sembrati un po’ strambi.

Solo che stavolta pare che se ne sia  accorta pure altra gente, e che questa moda di fare il funerale ai ghiacciai abbia girato mezza Europa per arrivare in Svizzera ed infine, qualche giorno fa, persino in Italia, dando una botta di notorietà improvvisa al Molise del Nord. è accaduto sul Monte Rosa, in Valle d’Aosta, dove il ghiacciaio di Lys è arretrato di oltre 500 metri negli ultimi 30 anni. D’altronde, l’ondata di caldo registrata a metà settembre, dopo un’estate che definire torrida è un cauto eufemismo, ha fatto a pezzi i ghiacciai – letteralmente. Nel ghiacciaio del Belvedere, sul versante piemontese del Monte Rosa, diversi blocchi di ghiaccio sono collassati. Qualche giorno dopo, ha deciso di unirsi alla festa anche il Monte Bianco, ed in particolare l’impronunciabile ghiacciaio Planpincieux, coi suoi 250mila metri cubi di ghiaccio che rischiano di precipitare su villeggianti e cittadini di Courmayeur. Per il momento, la massa di ghiaccio è scivolata di circa dieci metri, il sindaco ha bloccato le strade che vanno alla montagna, il monitoraggio continua. E noi restiamo, impotenti, ad assistere ad un’agonia per la quale abbiamo già cominciato a comporre i primi requiem.

Anche di requiem per le foreste faremmo volentieri a meno, eppure siamo costretti a tornarci, perché qualche giorno fa in Indonesia sembrava di stare su Marte. Nella provincia di Jambi, in Sumatra, lo scenario è post-apocalittico: il fumo e polveri sottili sprigionate dagli incendi hanno ammantato il cielo di rosso, la gente esce di casa solamente con le mascherine, strade ed aeroporti sono deserti, c’è un’esplosione di patologie respiratorie, specialmente tra i bambini – secondo l’Unicef, sono a rischio 10 milioni. I fumi degli incendi, che continuano da mesi, sono arrivati a Singapore ed in Malesia – dove per questioni sanitarie sono state chiuse oltre duemila scuole. I vicini malesiani, proprio come quei vicini di casa che ti fanno presente che tre settimane di rave in un quartiere residenziale forse possono bastare, hanno fatto notare al governo indonesiano come Kuala Lumpur fosse diventata all’improvviso una gigantesca sala fumatori (di quelle proprio tossiche che trovi in aeroporto).

Come nel caso degli incendi in Amazzonia, non si tratta di un fatto straordinario: gli incendi in Indonesia si susseguono di continuo, e la ragione va ricercata ancora una volta nel voler creare nuova terra coltivabile, (ad esempio, per le piantagioni di olio di palma). Straordinario è stato piuttosto il numero degli incendi, frutto sicuramente di azioni criminali (non a caso, la polizia ha arrestato oltre 200 persone) ma probabilmente “aiutato” anche da un’estate piuttosto secca. Oltre ad aver inferto un altro colpo mortale ai fragili ecosistemi della foresta del Borneo – tigri, ed orango guardano l’estinzione negli occhi – questi incendi non fanno altro che accelerare il cambiamento climatico. Un albero che brucia, infatti, significa CO2 emessa, ed in generale una diminuzione della capacità della Terra di assorbire CO2 dall’atmosfera – come direbbero i professoroni, le foreste sono dei formidabili “serbatoi di carbonio”. 

Se l’Indonesia era la new entry del nostro Bollettino, sembra invece che l’Australia sia la nostra ospite più affezionata. Mancando dalle nostre pagine da qualche mese, immaginiamo la voglia di mettersi in mostra. E quindi pronti, via! Ai primi, timidi segnali di primavera, ha preso fuoco la foresta pluviale in Queensland (stavolta senza dolo). è davvero ancora troppo presto per la stagione degli incendi – ne sono già scoppiati più di 50 – ma la siccità è estrema ed i venti intensi non aiutano. E non è un caso eccezionale; o meglio, lo sarebbe stato fino a qualche anno fa, ma non lo è più. Persino i pompieri, che di fuochi dovrebbero capirci qualcosa, hanno ammesso che per l’Australia una primavera ed un’estate infuocate (letteralmente) sono già la nuova normalità.

Se vi sembra che stia arrivando tutto troppo presto, sappiate che le cose non stanno esattamente così. Per molto tempo abbiamo preferito non vedere cosa stessimo combinando, ed abbiamo potuto farlo perché non ne subivamo le conseguenze. Abbiamo vissuto, impuniti, al di sopra delle nostre possibilità, mentre sconvolgevamo (a volte anche irrimediabilmente) l’equilibrio dei sistemi naturali. Come se avessimo un ritratto che invecchia, si ammala, si incattivisce al posto nostro. E adesso sembra di essere alla fine del libro, quando Dorian Gray finalmente toglie il drappo rosso, pugnala il quadro, e si rende conto che la lama sta affondando nella sua carne. 

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