CLIMA DA COPERTINE-19

Capitalismo selvaggio: incontro con Lorenzo Tecleme

Capitalismo selvaggio: incontro con Lorenzo Tecleme

Come il capitalismo ha trasformato la crisi climatica in un’opportunità di profitto, intervista a Lorenzo Tecleme l’autore di Capitalismo selvaggio.

Grafiche di Isabel Rasotto

Esistono dinamiche globali che sembrano tratte da una narrazione distopica, eppure descrivono accuratamente la nostra realtà. L’idea che il mercato rappresenti l’intelligenza collettiva suprema, l’unico strumento idoneo ad allocare le risorse e a guidare i processi decisionali in ogni ambito, non costituisce lo stato di natura del pianeta. Si tratta, al contrario, di una precisa scelta politica ed economica affermatasi tra gli anni ’80 e ’90, le cui profonde crepe emergono oggi con drammatica evidenza di fronte alla crisi climatica.

In questo nuovo appuntamento con la rubrica Clima da copertine, analizziamo la genesi e le implicazioni di questo modello insieme a Lorenzo Tecleme, giornalista ambientale che ha tracciato l’evoluzione di questa deriva nel suo ultimo saggio, Capitalismo Selvaggio, edito quest’anno da Newton Compton e strettamente legato al filone di inchiesta sviluppato nell’omonimo podcast per Valori. Dalla paradossale gestione energetica di Dubai fino alle startup che monetizzano il ritiro dei ghiacciai, abbiamo discusso di come l’illusione del profitto illimitato si scontri inevitabilmente con i limiti biofisici della Terra.

Come è nata l’esigenza di scrivere questo libro?

La genesi del progetto si colloca alla COP28 di Dubai, un contesto che considero emblematico. Mentre all’interno delle sale negoziali si discuteva il futuro delle politiche climatiche globali, l’ambiente circostante offriva una rappresentazione plastica del capitalismo deregolamentato. L’idea di occuparsi di queste storie – che prima ha preso la forma del podcast per Valori e poi quella del libro – è nata proprio lì. Dubai è una realtà definita da profonde asimmetrie: da un lato la straordinaria opulenza e la luminosità dei quartieri centrali, dall’altro le vaste periferie popolate dalla forza lavoro straniera, che costituisce la vera spina dorsale economica del Paese.

Per chi si occupa di informazione ambientale, lo spreco energetico di quel territorio rappresenta un elemento di analisi ineludibile. Visitare la pista da sci artificiale realizzata nel deserto – un’infrastruttura mantenuta costantemente sotto lo zero termico, con fauna polare introdotta artificialmente in un contesto in cui la temperatura esterna sfiora i 50 gradi – offre l’esatta misura di una gestione inefficiente delle risorse energetiche. Si tratta, tuttavia, di una dinamica coerente con la storia di un hub fondato sulla speculazione finanziaria e sull’economia fossile.

L’episodio che ha trasformato questa osservazione nell’esigenza di una trattativa più ampia è avvenuto durante un confronto in un ostello locale con un cittadino russo attratto dalle opportunità finanziarie della regione. Il concetto espresso dal mio interlocutore riassumeva il nuovo “sogno emiratino”: massimizzare il profitto attraverso la speculazione finanziaria per poi trasferire ed esercitare quel potere economico altrove. Da quella riflessione sulla disillusione globale è scaturito l’intero impianto del libro.

Il saggio si articola attraverso otto racconti. Qual è il criterio che ha guidato questa selezione?

L’obiettivo era tracciare un percorso storico rigoroso. A differenza del formato podcast, strutturalmente più ancorato alla cronaca e all’attualità, il saggio permette di edificare un itinerario cronologico. Il volume si apre con un evento storico singolare: l’acquisizione di una flotta navale militare sovietica da parte della multinazionale Pepsi-Cola durante la fase di dissoluzione dell’URSS. Questo episodio offre l’opportunità di esaminare la transizione globale verso il capitalismo deregolamentato. Parliamo di un modello economico basato sull’assunto che il mercato debba governare ogni contesto, una dottrina che non rappresenta affatto l’assetto naturale delle società ma che si è imposta in Occidente negli ultimi decenni del Novecento.

La traiettoria del libro prosegue analizzando la dottrina del “capitalismo dei disastri”, esaminando come le catastrofi climatiche vengano sistematicamente convertite in opportunità di privatizzazione, come dimostrato dalla gestione della ricostruzione a New Orleans dopo l’uragano Katrina. Gli ultimi capitoli affrontano l’evoluzione della “tecnoligarchia” della Silicon Valley, analizzando i modelli industriali di figure come Elon Musk e Peter Thiel, l’impatto ambientale dei data center dedicati all’intelligenza artificiale e alle criptovalute, fino alle attuali proiezioni verso la colonizzazione dello spazio.

In considerazione di questo percorso temporale, quale scenario o capitolo futuro preferirebbe non dover mai documentare?

In realtà, l’ultimo capitolo del volume descrive già uno scenario che avrei preferito non riscontrare. Analizza l’ideologia dei grandi investitori e dei miliardari della tecnologia, una sezione che inizialmente intendevo intitolare con ironia “Tutto finisce su Marte”, in riferimento alle promesse di Elon Musk e Jeff Bezos. La dottrina della deregolamentazione globale aveva promesso stabilità, benessere e progresso tecnologico illimitato in cambio della riduzione dello Stato sociale e delle regole di mercato.

I fatti dimostrano che tale promessa è stata disattesa. Gli esiti attuali si concretizzano nell’emergenza climatica (che il sistema non possiede gli strumenti strutturali per risolvere), nell’impoverimento sociale, nella crisi delle istituzioni democratiche e, nei contesti più drammatici, in crisi geopolitiche e umanitarie come quella di Gaza, dove tecnologie avanzate e capitali internazionali vengono impiegati in dinamiche di conflitto e distruzione. Lo scenario che vorrei invece poter documentare in futuro riguarda l’elaborazione di un modello alternativo post-capitalista.

L’analisi dei limiti del sistema attuale è evidente. Quali sono, sulla base delle sue osservazioni, le prospettive per un cambio di rotta?

L’individuazione di una soluzione strutturale richiede necessariamente un’elaborazione collettiva. Storicamente, il capitalismo deregolamentato si è imposto sia attraverso regimi autoritari, sia mediante la capacità di generare consenso e attrazione. Oggi quella capacità di attrazione è esaurita. Prevale una diffusa percezione di declino, alimentata dall’incremento degli eventi meteorologici estremi, dalla povertà e dalla contrazione del welfare.

Questa diffusa disillusione può tradursi in cinismo, nichilismo o nell’individuazione di capri espiatori sociali. Tuttavia, esiste la possibilità di canalizzare questa condizione verso l’azione politica e la ricerca di alternative. Durante la stesura di alcune parti del volume a New York, ho osservato l’affermazione di una nuova classe di candidati progressisti e socialisti. Al di là della polarizzazione sui singoli individui, è significativo il bisogno strutturale che essi interpretano: nel cuore finanziario globale, l’elettorato ha premiato programmi focalizzati sulla sussidiarietà sociale, sulla gratuità dei servizi per l’infanzia, sull’efficienza dei trasporti pubblici e sulla sostenibilità dei canoni di locazione. La prospettiva risiede nella capacità di politicizzare la delusione, trasformandola in una progettualità razionale e ottimista.

Nel dibattito pubblico sui cambiamenti climatici si evidenzia spesso il ruolo dei movimenti giovanili. Ritiene che rappresentino un elemento chiave per la transizione?

È opportuno evitare di considerare la popolazione giovanile come un blocco sociologico omogeneo. Durante l’espansione dei Fridays for Future si tendeva a descrivere l’intera gioventù come intrinsecamente ecologista; specularmente, l’attuale attenzione verso determinati fenomeni digitali e la “manosfera” alimenta la narrazione di una generazione prevalentemente conservatrice. Entrambe le generalizzazioni sono parziali.

La specificità delle nuove generazioni risiede nel fatto che esse sono cresciute in un contesto già privo delle promesse di crescita illimitata dei decenni precedenti. Chi appartiene alla mia generazione o alle successive ha vissuto la crisi economica del 2008, non come una parentesi temporale, ma come la condizione ordinaria della realtà. Questa assenza di illusioni pregresse può costituire un fattore di mobilitazione rilevante, stimolando la formulazione di paradigmi economici e sociali inediti.

Quali sono i principali elementi di riflessione che emergono durante le presentazioni del volume?

Le interazioni con i lettori evidenziano tre costanti tematiche. La prima riguarda l’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale, una questione particolarmente sentita in territori come la Lombardia, dove l’insediamento di grandi data center impone riflessioni concrete sul consumo idrico ed energetico a livello locale.

Il secondo tema concerne il ruolo della Cina nel panorama internazionale. Il volume adotta una prospettiva prevalentemente occidentale, mantenendo il contesto cinese come elemento di comparazione. Se da un lato il modello di Pechino presenta criticità evidenti in termini di diritti e dipendenza dal carbone, dall’altro si distingue per la capacità di pianificazione statale – che supera l’influenza dei grandi monopoli privati – e per un primato assoluto nell’installazione di impianti a fonti rinnovabili. Spesso il pubblico interroga la stabilità di questo modello come possibile alternativa geopolitica.

Infine, emerge costantemente la domanda sulle modalità di azione collettiva. Considero questo segnale estremamente positivo: indica che, nonostante la durezza dei dati e delle storie documentate, la lettura genera una volontà di mobilitazione e organizzazione, respingendo la rassegnazione.

C’è un ulteriore elemento del saggio che ritiene di particolare interesse per il pubblico di Duegradi?

Un capitolo centrale del libro analizza criticamente le soluzioni tecnocratiche proposte da una parte del mondo industriale, che spaziano dalla geo-ingegneria alla retorica della colonizzazione spaziale come alternativa alla mitigazione climatica.

Il fenomeno è esemplificato dalla vicenda di una startup olandese che ha avviato l’estrazione di blocchi di ghiaccio dai ghiacciai della Groenlandia per esportarli a Dubai, destinandoli al mercato della ristorazione di lusso. Questo episodio racchiude le contraddizioni della nostra epoca: la mercificazione e la monetizzazione degli effetti del collasso ecosistemico al fine di alimentare i medesimi standard di consumo che lo hanno generato. Una dinamica che evidenzia l’urgenza improrogabile di un mutamento di rotta.

 

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  • Giornalista freelance e fisica dell’ambientale con focus sui diritti: umani, climatici e digitali. Realizzo reportage internazionali soprattutto investigativi, combinando passione e rigore scientifico

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