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Che clima per il clima al Parlamento Europeo?

Che clima per il clima al Parlamento Europeo?

Duegradi va all’European Youth Event (EYE) per raccontare di cosa si parla quando si parla di clima e affini dentro e fuori al Parlamento Europeo, fra voci politiche, della società civile, dell’attivismo, e, certamente, della gioventù. Nel terzo articolo, parliamo dell’ambizione climatica del Parlamento Europeo.

Illustrazioni di Martina Spinelli

Di cosa si discute quando si parla di clima dentro e fuori il Parlamento Europeo?

In questi giorni a Strasburgo ha fatto davvero caldo, tanto che le persone volontarie dell’EYE si aggiravano fra la folla di giovani per vaporizzare aria fresca. Sappiamo che meteo non è clima, eppure la frase “eh, il cambiamento climatico” è stata mormorata parecchio volte durante i due giorni dell’evento.

L’aver toccato i 35° non risponde però alla domanda che ci ha portato all’EYE 2025. E cioè: di cosa si parla quando si parla di clima dentro e fuori il Parlamento Europeo?

Con la nuova Commissione Europea, le priorità sembrano essersi spostate dal Patto Verde Europeo alla competitività e la difesa. Di recente, il commissario al clima Wopke Hoekstra ha proposto flessibilità nel raggiungere l’obiettivo di -90% di emissioni entro il 2040 rispetto ai livelli del 1990.

La flessibilità propone un percorso non lineare di riduzione delle emissioni (e.g., tagli meno intensi oggi e un aumento degli sforzi negli anni 2030), la possibilità di comprare crediti di carbonio internazionali, l’uso di emissioni negative, come riforestazione o tecnologie di cattura della CO₂, e i crediti tra settori, compensando ritardi di un settore con avanzamenti di un altro.

Questo piano sembra essere pensato per attenuare le resistenze politiche e rendere i target più accettabili a livello nazionale e nel settore privato, nonostante le preoccupazioni del Comitato Scientifico Consultivo Europeo sui Cambiamenti Climatici. Quest’ultimo avverte che affidarsi ai crediti esteri o alle emissioni negative rischia di indebolire l’efficacia dei target 2040, ribadendo che le riduzioni devono essere raggiunte principalmente sul territorio UE e secondo il modello lineare (riduzione del 90–95% entro il 2040).

Dunque, qual è l’ambizione climatica del Parlamento Europeo? Per scoprirlo, abbiamo intervistato Thomas Bajada, del Gruppo dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici, e Lena Schilling, attivista climatica, parte del Gruppo dei Verdi/Alleanza Libera Europea, e la più giovane eurodeputata della decima legislatura. Entrambe fanno parte della Commissione per l’ambiente, il clima e la sicurezza alimentare al Parlamento Europeo.

Le interviste

Come si traduce l’ambizione climatica in politiche concrete al Parlamento Europeo?

Thomas Bajada:

Oggi siamo qui per celebrare la gioventù e la sua importanza per il futuro dell’Europa. Dall’ultimo Eurobarometro dedicato ai giovani è emerso chiaramente che una delle aree in cui le persone giovani vogliono vedere un’azione più concreta e tangibile da parte dell’UE è proprio la crisi climatica.

Come possiamo vivere in un mondo in cui il clima sta cambiando? È necessario puntare sia sulla mitigazione che sull’adattamento.

Per quanto riguarda l’adattamento, credo che il Parlamento voglia vedere azioni concrete, perché gli impatti si stanno già sentendo oggi. Siamo qui con trentadue gradi: non è normale. È evidente che dobbiamo adattarci subito.

Ma quando si parla di ridurre gli impatti futuri – come con i target al 2040 – tutto sembra più distante. Si sente dire: “Dobbiamo pensare alla nostra competitività, alle aziende, all’industria”, ed è vero. Ma dobbiamo anche chiederci cosa possiamo fare oggi per prepararci a ciò che già sappiamo accadrà. La scienza è chiara: non solo non stiamo riducendo l’impatto, ma lo stiamo accelerando.

Lena schilling:

A Bruxelles si sentono molte parole altisonanti. Ursula von der Leyen si è presentata davanti al Parlamento dicendo: “Lo dobbiamo ai nostri figli”. Ha ragione — glielo dobbiamo.
Ma i discorsi e le promesse vuote non spengono gli incendi né salvano le case dalle alluvioni.

Quello che stiamo vedendo oggi è questo: gli obiettivi climatici vengono rimandati, il Patto Verde Europeo svuotato, e i lobbisti dei combustibili fossili sono tornati al tavolo delle decisioni.

Lo dobbiamo a questa generazione e a quelle future — eppure, le forze conservatrici e di estrema destra stanno giocando con il loro futuro per ottenere vantaggi politici a breve termine.

Quindi, sebbene l’ambizione esista sulla carta, quando si tratta di azione concreta — leggi solide, bilanci coraggiosi e una transizione giusta — ci blocchiamo troppo spesso in compromessi deboli.
Non servono altri discorsi. Serve agire.

E quali azioni concrete e iniziative iniziative sono state proposte ?

Thomas Bajada:

In questo momento si sta discutendo la definizione degli obiettivi climatici per il 2040, ma stiamo ancora aspettando la proposta ufficiale della Commissione, che nel frattempo sta ascoltando le pressioni dei grandi partiti, i quali spingono per abbassare l’ambizione dei target. Nonostante la scienza sia inequivocabilmente chiara, si continua a discutere. Mentre noi vogliamo un’azione basata sui dati scientifici adesso, non in futuro.

Qual è il livello attuale di impegno del Parlamento per la sostenibilità e l’azione climatica?

Lena Schilling:

La maggioranza degli europei vuole una vera azione per il clima — ma il Parlamento non sempre lo riflette.

Quando vedo eurodeputati del PPE o dei gruppi di estrema destra votare contro ogni nuovo obiettivo climatico, o addirittura smontare quelli fissati nei precedenti mandati, mi chiedo: Per chi stiamo facendo politica? Per le multinazionali del fossile o per la prossima generazione?

Detto questo, c’è speranza. I gruppi progressisti — Verdi/ALE, parte dei Socialisti, Renew e La Sinistra — stanno spingendo con forza per la giustizia climatica. E continueremo a farlo, millimetro dopo millimetro, perché ogni ritardo ci costa il futuro.

E secondo te, quali sono gli ostacoli maggiori, oltre alla mancanza di iniziativa politica?

Thomas Bajada:

La composizione del Parlamento è cambiata: oggi è più orientato a destra. E lì sentiamo fortemente le priorità legate all’importazione e alla competitività, alla necessità di proteggere le industrie europee rispetto a paesi che non hanno la nostra stessa ambizione climatica. Ma non dobbiamo abbassare noi le nostre ambizioni per adeguarci agli altri: sono gli altri che devono raggiungere i nostri standard.

C’è poi la questione delle spese per la difesa. È chiaro che ci siano problemi che richiedono risorse ai confini ma queste spese non dovrebbero intaccare i fondi destinati all’ambiente e al sociale. Le risorse per l’ambiente non solo devono restare, ma devono aumentare: perché i problemi ambientali stanno peggiorando, non migliorando.

Per questo dobbiamo assicurarci che nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (luglio) venga mantenuta – e rafforzata – l’ambizione climatica, con investimenti per soluzioni basate sulla natura, ad esempio per migliorare la gestione e il recupero dell’acqua. Sono stato relatore sulla Strategia europea per la resilienza idrica e lì il Parlamento è stato più ambizioso della Commissione. Una situazione, secondo me, inaccettabile: perché quella dell’acqua è una crisi reale, e oggi mancano ancora soluzioni concrete.

Cosa sta funzionando e cosa deve migliorare?

Lena Schilling:

Nel precedente mandato abbiamo ottenuto risultati importanti. Il Patto Verde Europeo ci ha fornito un quadro di riferimento: la promessa che clima, giustizia sociale e trasformazione economica possano andare di pari passo.

La Direttiva sulla Due Diligence di Sostenibilità Aziendale (CSDDD) impone finalmente il rispetto dei diritti umani e della responsabilità ambientale lungo le catene di approvvigionamento.

Queste e molte altre conquiste sono state frutto di dure battaglie contro lobby potenti e chi non ha mai voluto una politica climatica.

Dobbiamo però smettere di fare passi indietro come sta accadendo ora con la legislazione “Omnibus”, che prova a cancellare leggi climatiche fondamentali. È inaccettabile approvare leggi forti e poi svuotarle l’anno seguente.

Questa dinamica del rollback è pericolosa: crea incertezza, alimenta frustrazione e mina la fiducia nella politica democratica. Se continuiamo a riscrivere i progressi di ieri, non raggiungeremo mai gli obiettivi di domani.

Ma c’è speranza. Lo abbiamo fatto una volta, possiamo farlo di nuovo. Il cambiamento è possibile quando la società civile, le persone giovani, la scienza e la politica tirano dalla stessa parte. E noi continueremo a lottare.

La dimensione sociale e ambientale vanno di pari passo. Tuttavia, spesso nel dibattito politico sono contrapposte. Che cos’è davvero una “transizione giusta” nelle politiche e nella pratica — una che unisca sostenibilità ambientale e giustizia sociale?

Thomas Bajada:

La domanda che dobbiamo farci è: perché vogliamo fare questa transizione? Perché vogliamo lasciare un mondo più sicuro alle generazioni future. Vogliamo lasciare un mondo, idealmente, migliore di quello che abbiamo oggi. Per questo la transizione deve essere sia ambientalmente che socialmente equa.

Se guardiamo solo all’impatto economico immediato, all’anno in corso o al PIL, allora tutto sembra negativo: perché si tratta di investimenti, che portano meno profitto nel breve periodo. Ma se consideriamo il costo dell’inazione, e misuriamo non solo il PIL ma anche il benessere, l’ambiente, l’inclusione sociale, allora il bilancio cambia. Dipende tutto da come definiamo le nostre priorità. Per me, la priorità non è il PIL, ma il progresso.

Lena Schilling:

Una transizione giusta significa non lasciare indietro nessuno. È una promessa per un futuro più giusto, vivibile e democratico. In pratica, vuol dire collegare l’azione climatica alla giustizia sociale: chi ha meno non deve pagare di più.

È inaccettabile che i grandi inquinatori continuino a fare profitti distruggendo il pianeta, mentre le persone comuni subiscono l’aumento dei prezzi dell’energia e gli impatti climatici.

La giustizia climatica significa tagliare i sussidi ai combustibili fossili e reindirizzare i fondi verso chi ha più bisogno, invece di scaricare il peso sulle comunità vulnerabili.

Deve essere chiaro: la crisi climatica è anche una crisi sociale. E chi parla seriamente di giustizia deve lottare per il clima — non annacquare le politiche.

Se potessi scegliere una sola azione climatica da fare oggi, quale sarebbe?

Thomas Bajada:

Cambiare il nostro modo di pensare.

Fratture

L’ambizione climatica del Parlamento Europeo oggi vive una tensione tra obiettivi dichiarati e compromessi politici, nuove e “vecchie” priorità, lo sguardo all’oggi e al domani.

Lena Schilling e Thomas Bajada evidenziano come, da un lato, ci sia una forte spinta della società civile e di alcuni gruppi parlamentari verso una transizione giusta e una vera azione climatica; dall’altro, una crescente influenza di partiti conservatori e interessi industriali rischia di rallentare o svuotare i progressi ottenuti.

La sfida consiste nel tradurre le promesse in azioni concrete, continuando a proteggere ambiente, clima e diritti sociali senza cedere alle visioni a breve termine.

Articolo finanziato dall’Unione Europea. I punti di vista e le opinioni espressi sono tuttavia quelli dell’autrice e non riflettono necessariamente quelli dell’Unione Europea o del Parlamento Europeo. Né l’Unione Europea né il Parlamento Europeo possono esserne ritenuti responsabili.

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  • Verdiana è attualmente in Perù per un servizio civile presso la FAO, dove segue progetti di sviluppo rurale e azione climatica. In passato si è occupata di politiche europee e sistemi alimentari.

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