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Chi dovrebbe educare i comunicatori del clima?

Chi dovrebbe educare i comunicatori del clima?

ENI, azienda fossile al 95%, ha selezionato sei creator per raccontare la transizione energetica. E lo ha fatto nel silenzio mediatico quasi totale.

Di Stefano Cisternino e Nina Zibetti

Tra il 15 e il 19 settembre 2025, quindici giovani italiani si sono ritrovati a Milano per cinque giorni di formazione intensiva. Non un corso universitario, né un master tradizionale. L’organizzatore era Plenitude, la controllata di ENI che raggruppa vendita di energia, rinnovabili e colonnine elettriche. L’obiettivo dichiarato: formare “comunicatori in grado di raccontare l’energia in modo autorevole e innovativo” per i social media.

La stessa settimana, a migliaia di chilometri di distanza, i ricercatori del Global Tipping Points Report 2025 hanno confermato che il 73% della Grande Barriera Corallina ha subito sbiancamento nel 2024. A luglio, il 53% delle colonie esaminate è morto. Le barriere coralline sono diventate il primo ecosistema planetario a oltrepassare un punto di non ritorno nella storia umana. Il rapporto, firmato da 160 scienziati di 23 paesi, ha stimato che per evitare la perdita permanente le temperature globali dovrebbero tornare “sotto 1,5°C, verso 1°C”. Ma il 2024 ha già registrato 1,6°C sopra i livelli preindustriali, il primo anno solare a superare la soglia critica.

Al termine dei cinque giorni, sei partecipanti sono stati selezionati come ambasciatori Plenitude per un anno. Formeranno quello che l’azienda definisce un “team editoriale” dedicato ai temi energetici, producendo contenuti per TikTok e Instagram. A guidare il Bootcamp c’era Ginevra Panci, creator con oltre 470.000 follower su Instagram.

Il Plenitude Creator Bootcamp ha aperto un casting online fino al 15 luglio 2025. I requisiti: età tra 20 e 40 anni, profilo attivo su Instagram o TikTok. Le cinque giornate milanesi hanno combinato workshop tecnici su impianti fotovoltaici, eolico e mobilità elettrica con sessioni pratiche di creazione contenuti, montaggio video e strategie social. I mentor hanno incluso ingegneri di Plenitude, giornalisti scientifici e professionisti della comunicazione. Il programma è stato sviluppato in collaborazione con le agenzie EY+M&C Saatchi e GenZelo. Secondo i materiali aziendali, i partecipanti hanno imparato a tradurre argomenti complessi in contenuti “precisi e coinvolgenti” adatti al formato TikTok: brevi, accessibili, con tocchi di umorismo leggero. I sei creator selezionati hanno ricevuto l’incarico di sviluppare temi verticali specifici (efficienza energetica, mobilità sostenibile, e altri) e produrre rubriche regolari per i canali Plenitude.

L’azienda ha presentato l’iniziativa come formazione della prossima generazione di educatori energetici, capaci di avvicinare questioni tecniche “alla quotidianità di tutti”. Il Bootcamp non rappresenta la prima incursione di ENI nell’influencer marketing. Nel 2024 l’azienda ha lanciato il progetto Plenitude House su TikTok, con cinque creator: Christian Paparini, Gaia Maggio, Chiara Galletti, Beatrice Macconi e Step Piccolo. ENI ha collaborato anche con il conduttore televisivo Paolo Ruffini, la travel blogger Manuela Vitulli, il gamer Jody Cecchetto e i creator digitali Andrea Perticaroli e Christian Cardamone. Parallelamente, l’azienda ha sponsorizzato il Festival di Sanremo, la Serie A e le Olimpiadi.

Ma questo Bootcamp rappresenta qualcosa di diverso per dimensione. Dove le campagne precedenti hanno coinvolto collaborazioni spot o post sponsorizzati, qui si tratta di formazione sistematica. Un programma strutturato per cinque giorni che fornisce competenze tecniche e comunicative di base. Come costruire le fondamenta di una casa: non si comprano mattoni già pronti, si prepara il terreno e si insegna a posare ogni singolo strato.

Andrea Degl’Innocenti, analista intervistato dal podcast Italia che Cambia, ha osservato: “Forse ENI vuole creare una schiera di content creator, in buona fede, per renderli nuovi megafoni del greenwashing fossile.” La distinzione è che ENI non sta più semplicemente pagando influencer per promuovere il proprio marchio: sta costruendo le fondamenta educative di comunicatori futuri che parleranno di transizione energetica.

Questo approccio rispecchia tattiche documentate altrove. Un’indagine di DeSmog nel luglio 2023 ha identificato oltre 100 influencer globali pagati per promuovere combustibili fossili dal 2017; Shell ha collaborato con Colin Furze, youtuber con 12,5 milioni di follower, generando 127 milioni di visualizzazioni e quasi un miliardo di impression; BP ha usato almeno 17 influencer per promuovere la propria app BPme, ottenendo 675.000 like e 5 milioni di visualizzazioni.Un documento interno BP del 2020, poi trapelato, ha rivelato la strategia aziendale: “raggiungere influencer” per diventare “più riconoscibili” e “guadagnare la fiducia della generazione più giovane”, pur ammettendo che BP era “vista come uno dei cattivi”. Il Bootcamp Plenitude porta questa logica un passo oltre: non acquistare influenza, ma costruirla dal principio.

I numeri dietro la narrazione verde

Il messaggio che Plenitude diffonde attraverso i propri canali enfatizza l’energia rinnovabile. I dati finanziari di ENI, però, vanno in direzione opposta. Secondo l’analisi di Reclaim Finance dell’aprile 2025, ENI ha investito 7,7 euro in petrolio e gas per ogni euro in rinnovabili. Tra i piani industriali 2024-2027 e 2025-2028, gli investimenti annuali nelle rinnovabili sono calati da 1,8 miliardi a 1,4 miliardi di euro, una riduzione del 22%. La produzione di idrocarburi è prevista crescere del 3-4% annuo. Il gas dovrebbe raggiungere il 60% del mix energetico ENI entro il 2030 e superare il 90% entro il 2050. Nel 2024 l’azienda ha prodotto 1,707 milioni di barili equivalenti di petrolio al giorno, con un aumento del 3% rispetto al 2023.

ENI sottolinea riduzioni nelle proprie emissioni dirette. Le emissioni Scope 1 (quelle generate direttamente dalle operazioni aziendali) e Scope 2 (quelle derivate dall’energia acquistata) sono scese del 37% dal 2018. Tuttavia, gran parte di questo calo deriva dalla vendita di asset in Nigeria e Repubblica Democratica del Congo, non da riduzioni nell’intensità carbonica della produzione. Le emissioni Scope 3, cioè quelle generate dall’uso finale dei prodotti ENI da parte dei consumatori, sono cresciute in modo consistente: da 164,3 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente nel 2022, a 173,7 milioni nel 2023, fino a 181 milioni nel 2024. Sì, è vero, Plenitude, la controllata “verde”, possiede una capacità installata di 4,1 gigawatt di rinnovabili, cresciuta del 37% nel 2024, ma il business complessivo di ENI rimane fossile al 95%.

L’analisi di Reclaim Finance conclude che gli obiettivi di produzione di petrolio e gas di ENI per il 2030 superano del 55% il livello necessario per allinearsi allo scenario Net Zero dell’Agenzia Internazionale per l’Energia. L’organizzazione colloca ENI al quindicesimo posto tra i più grandi sviluppatori a monte di petrolio e gas a livello mondiale.

ENI ha aumentato il proprio budget per il lobbying nell’Unione Europea del 56% tra il 2023 e il 2024, da 800.000 a 1,25 milioni di euro. Un rapporto di Transparency International del settembre 2024 rileva che le “Big Seven” del settore fossile (Shell, TotalEnergies, ENI, Equinor, ExxonMobil, BP e Chevron) mantengono un budget combinato di lobbying UE di quasi 64 milioni di euro. Quando si includono le reti industriali, il numero di incontri con funzionari UE sale da 203 contatti diretti a 1.033, una moltiplicazione per cinque.

Un concetto che ENI promuove intensamente è la “neutralità tecnologica”. Il sito web aziendale la definisce come un approccio flessibile che non limita la transizione energetica a una singola soluzione, ma impiega “un mix di tecnologie a seconda della loro maturità ed efficacia”. Questo mix include rinnovabili, elettrificazione, biocarburanti, idrogeno, cattura del carbonio e combustibili fossili. Il gas viene descritto come “combustibile di transizione” che genera “circa il 50% in meno di CO₂ rispetto al carbone”. La dottrina della neutralità tecnologica ha guadagnato terreno tra i partiti conservatori e di estrema destra nel Parlamento Europeo. Viene frequentemente invocata per giustificare investimenti continuati nelle infrastrutture del gas, ed è incorporata nella politica governativa italiana.

Parlando alla conferenza Gastech nel settembre 2025, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin ha dichiarato che “il gas, o meglio ‘i gas’, resteranno parte importante dell’offerta energetica globale per lungo tempo.” L’Italia sta espandendo la propria capacità di rigassificazione del gas naturale liquefatto a 28 miliardi di metri cubi annui. Due nuove unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione sono diventate operative: una a Piombino nel giugno 2023, un’altra a Ravenna nel 2025. L’eliminazione graduale del carbone è stata posticipata dal 2025 al 2028, con centrali a carbone mantenute in standby “per precauzione”. In inversione rispetto a restrizioni precedenti, il governo italiano ha rilasciato anche molteplici nuovi permessi per l’esplorazione di gas offshore nell’Alto Adriatico, estendendosi oltre il limite delle nove miglia.

ENI è controllata al 31,8% dallo Stato: il 30% tramite Cassa Depositi e Prestiti, il 2% detenuto direttamente dal Ministero dell’Economia. Questa partecipazione pubblica di maggioranza solleva domande sulla responsabilità di campagne come il Creator Bootcamp, specialmente quando si allineano così strettamente con la politica energetica governativa.

Dove sono tutti gli altri?

Due mesi dopo il Bootcamp, il 10 novembre 2025, si è aperta COP30 a Belém. La conferenza ha rivelato un divario netto tra impegni climatici e scienza. I Contributi Determinati a livello Nazionale (NDC, Nationally Determined Contributions) presentati collettivamente dagli stati membri ONU produrrebbero una riduzione delle emissioni del 10% entro il 2035. La riduzione necessaria per limitare il riscaldamento a 1,5°C è del 60%.

L’Italia, che controlla il 31,8% di ENI, ha promesso 100 milioni di euro al Loss and Damage Fund durante COP28, a dicembre 2023. A novembre 2025 non ha trasferito ancora nulla, il divario più ampio tra promessa e pagamento tra tutti i paesi donatori.

La reazione pubblica al Plenitude Creator Bootcamp è rimasta limitata. Come un sasso gettato in uno stagno che genera appena un’increspatura prima che l’acqua torni liscia. La rivista italiana Valori.it ha pubblicato un’inchiesta a ottobre, firmata da Lorenzo Tecleme. L’articolo descrive l’iniziativa come un’estensione della “strategia fossile” di ENI, progettata per “plasmare una nuova generazione di influencer” usando il linguaggio di un’azienda petrolifera. Italia che Cambia ha prodotto un podcast che analizza la campagna. Greenpeace Italia ha rilasciato una dichiarazione tramite il portavoce Federico Spadini: “Di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo.”

Poi, silenzio. Nessun media mainstream italiano ha coperto la storia.

La quasi totalità di chi si occupa di giornalismo climatico in Italia non ha commentato. Nessuno dei quindici partecipanti al Bootcamp ha parlato pubblicamente del programma. I sei creator selezionati come ambasciatori sono rimasti in silenzio. Non è stato presentato alcun reclamo all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, l’autorità italiana per la concorrenza. Nessun reclamo è stato sottoposto all’Istituto dell’Autodisciplina Pubblicitaria, l’organo di autoregolamentazione pubblicitaria.

L’assenza di copertura è notevole, anche se le cause rimangono poco chiare. Potrebbe riflettere stanchezza verso narrazioni sul greenwashing ENI, o l’efficacia delle relazioni mediatiche dell’azienda. Potrebbe anche indicare che le risorse delle organizzazioni sono concentrate altrove. Greenpeace Italia e ReCommon hanno intentato una causa climatica contro ENI nel maggio 2023. Il 21 luglio 2025, la Corte Suprema italiana ha stabilito che i tribunali civili hanno giurisdizione sui casi climatici contro aziende private, la prima sentenza di questo tipo nella storia legale italiana. Il caso è destinato a riprendere a Roma.

Un esempio è emerso nel reportage di Valori.it. L’account Instagram Data Pizza, che possiede un seguito consistente, ha pubblicato un post carosello celebrando le installazioni record di capacità eolica e fotovoltaica nel 2024. Il post sembra una semplice visualizzazione di dati climatici. Ma l’ultima slide cambia la prospettiva: “Sole e vento non bastano per la transizione energetica. Gas e alcuni combustibili fossili rimangono indispensabili.” L’immagine conclusiva rivela lo sponsor: ENI, che promuove un programma di master chiamato MINDS, gestito con il Politecnico di Torino. Il post usa dati accurati per arrivare a una conclusione allineata con l’interesse commerciale di ENI. Questa è la struttura che i critici identificano come greenwashing efficace: informazioni reali, inquadrate selettivamente, che conducono a una narrazione predeterminata sulla necessità di continuare l’estrazione di combustibili fossili. Andrea Degl’Innocenti, l’analista intervistato da Italia che Cambia, ha posto la domanda direttamente: “Di cosa parleranno questi influencer? Forse ENI vuole creare una schiera di content creator, in buona fede, per renderli nuovi megafoni del greenwashing fossile.”

La questione centrale non è se ENI abbia il diritto legale di formare influencer. La questione è chi dovrebbe educare i comunicatori della transizione energetica in un momento in cui gli scienziati confermano che stiamo attraversando soglie irreversibili. Un’azienda controllata dallo Stato che, dal solo uso dei suoi prodotti, produce 181 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente all’anno sta formando i narratori di quella transizione. E lo sta facendo in un silenzio quasi totale.

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