A tavola con il cambiamento climatico: di cibo, clima e altri argomenti da (non) evitare a cena
Pur confrontandosi da tempo con la complessità del sistema, ci si può sentire sopraffatti dalla molteplicità di cause, conseguenze e cicli viziosi. Fino al paradosso di ritrovarsi a pensare – e a chi scrive è successo: “forse l’unica soluzione è smettere di mangiare?”.
Non credo sia questa la strada che vogliamo percorrere. E allora quale può essere? Parliamone! Parlarne è quello che fa questo articolo, che adotta uno stile diverso rispetto al solito: non si parte da un cibo, ma dal dialogo. In questo caso, con Silvia Lazzaris, autrice e reporter italiana che si occupa, fra le altre cose, di ciò che mangiamo e come lo produciamo.
Con Silvia abbiamo cercato di comprimere le interazioni tra cibo e clima in un’ora. Ne è uscita una conversazione sulle difficoltà di comunicare questi temi – che ricorda un po’ quando, a tavola, si toccavano argomenti complessi che era meglio evitare per “quieto vivere”. Anche il cibo polarizza: è custode di valori, identità e credenze.
Abbiamo discusso di cultura e tradizione, diete plant-based, consumo di carne, sussidi e politiche pubbliche. E sì, persino di mode. Alimentari, ovviamente
Silvia, grazie per essere qui. Iniziamo subito con un vaso di pandora: quello della comunicazione climatica e alimentare. Parlare in modo efficace di cambiamento climatico e cibo può risultare difficile e richiede di fare ordine nella complessità di queste due tematiche. Occupandoti anche di questo nel tuo lavoro di giornalismo, come navighi questa complessità?
Parlare di cibo e cambiamento climatico è difficile perché con il cibo tutti e tutte abbiamo un rapporto profondo: la conoscenza aneddotica e i pregiudizi valoriali sono uno scudo molto difficile da scalfire. Per questo è sempre complicato dire a qualcuno che dovrebbe cambiare qualcosa nelle sue abitudini alimentari, specialmente se per chi vive dall’altra parte del mondo o per chi non è ancora nato o nata.
Anche orientarsi nella gerarchia delle prove non è semplice. Non tutti gli studi scientifici hanno lo stesso peso. Uno studio che conclude che tre tazzine di caffè al giorno hanno effetti positivi sulla salute cardiovascolare è metodologicamente povero: lega un unico fattore a un unico risultato, ignorando tutto il resto. Non dimostra un rapporto di causa-effetto, al massimo una correlazione. È anche a causa di studi con metodologie deboli (che poi fanno il giro dei media di tutto il mondo) che sembra che in ambito nutrizionale valga tutto e il contrario di tutto, che si cambi idea un giorno sì e un giorno no. Poi, certo, è nella natura della scienza provare sempre a smentirsi, ma ci sono capisaldi che continuano a essere dimostrati e su cui a volte la confusione è creata intenzionalmente.
Il lobbismo si muove attraverso la produzione di rapporti, white paper e anche studi accademici: da decenni l’industria – dello zucchero, delle bibite gassate, della carne – finanzia studi che cercano di sminuire il legame tra alcuni prodotti e il loro impatto su ambiente, clima e salute pubblica. Bisogna sempre prestare attenzione: capire gli interessi di ogni parte in gioco, di ogni interlocutore, controllare la sezione dei conflitti d’interesse di ogni studio, capire fino a che punto il finanziamento ne ha influenzato i risultati.
Riassumendo, le tre sfide principali sembrano essere il rapporto delle persone con il cibo; la gerarchia delle prove scientifiche e la difficoltà a interpretarla; il lobbismo che cerca di influenzare il dibattito pubblico. Rispetto a questi tre fattori, quale ha la maggior influenza in ambito comunicativo?
Mettiamola così: puoi fare tutta la ricerca che vuoi, ma se poi il modo in cui la racconti è respingente hai vanificato il tuo lavoro. Quindi direi il rapporto delle persone con il cibo. Le persone sono affaticate dagli ammonimenti continui. Sono affaticate perché sentono l’ipocrisia che si nasconde dietro quegli ammonimenti. È chiaro che i problemi che stiamo affrontando sono anche sistemici, legati a politiche che creano uno spazio di gioco in cui il menù da cui scegliamo è già deciso da altri. Ma proprio per questo si può dire, abbandonando gli ammonimenti: “Pare che le cose stiano così. Cosa facciamo?”
Come mai il cibo è così polarizzante dal punto di vista culturale e identitario?
Il cibo è polarizzante perché è memoria collettiva e identità. Le tradizioni culinarie trasmettono le storie, i valori, i ricordi di un popolo, di una famiglia o di un gruppo. Difendere queste tradizioni spesso significa difendere un’intera visione di mondo. Quello che mangiamo definisce chi siamo, da dove veniamo, a quali gruppi apparteniamo. Le guerre culturali sul cibo sono battaglie per l’identità in cui spesso le tensioni tra cambiamento e resistenza al cambiamento generano conflitto.
Alla luce di quanto discusso finora, è realistico che la maggioranza della popolazione mondiale arrivi a seguire una dieta plant-based?
Non è realistico e credo nemmeno auspicabile. Per millenni l’umanità ha sviluppato diete diverse, perfettamente adattate ai diversi ecosistemi, molte delle quali includono la carne ma hanno un profondo rispetto per gli animali e gli ecosistemi: chi sono io per dire che le persone esquimesi, masai, hadzabe o anche solo chi vive in un paese che esce dalla povertà, non possono mangiare la carne? Andare da loro a chiedere di cambiare sarebbe frutto di una supponenza morale e di un paternalismo insopportabili.
Mi chiederei, più che altro: è realistico allontanarci dagli allevamenti intensivi? È realistico che l’Occidente smetta di consumare e sprecare compulsivamente carne e prodotti di derivazione animale? È realistico costruire un sistema economico che non sia basato sullo sfruttamento intensivo di ogni risorsa? Credo che l’attenzione si debba concentrare sugli allevamenti intensivi perché sono un insulto alla vita democratica – forse alla vita e basta? Corridoi infiniti di sofferenza atroce, animali che non possono nemmeno girarsi nella propria gabbia, che non vedranno mai un filo d’erba, un raggio di sole, il cielo. Forse diventerà realistico quando avremo il coraggio civile di chiamarli una barbarie, e certo sarà difficile. Ci sono interessi economici colossali dietro questo sistema.
Il discorso sulla carne è molto complesso. Osservo una duplice problematicità: da una parte la narrazione di una carne “sostenibile”, da pascoli estensivi, di per sé un paradosso — per esempio, a livello di suolo consumato. Dall’altra il rischio che la carne diventi un bene solo per persone ricche. Cosa ne pensi?
Gli allevamenti intensivi consumano meno suolo, sì, ma rimangono altri problemi, per esempio l’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Venendo alla “carne per persone ricche”, è dimostrato che all’aumentare del reddito di un Paese aumenta anche il consumo di carne, proprio perché appena una persona, una famiglia, un popolo se l’è potuta permettere, l’ha comprata.
Ma l’attuale democratizzazione della carne conserva, comunque, un sistema di classe: la divisione non è tra chi può permettersi la carne e chi no, ma tra chi può permettersi una bistecca e chi al massimo sottoprodotti industriali ultra-processati. Non credo che la democrazia alimentare si misuri dalla quantità di ultra-processati a basso costo che si possono mettere nel carrello. Si misura dalla possibilità di tutti e tutte di accedere a cibo prodotto con rispetto – per gli animali, per la terra, per chi lavora, e per chi compra. Da questo punto di vista, credo che il nostro sistema sia già profondamente antidemocratico.
Il costo artificialmente basso della carne si lega anche ai sussidi. Che ruolo giocano nel nostro sistema alimentare?
I sussidi agricoli sono il nervo scoperto del sistema. La Politica Agricola Comune (PAC) dell’Unione Europea è stata accusata di essere un colossale meccanismo di redistribuzione di ricchezza al contrario, che prende i soldi dai contribuenti – anche i più poveri! – e li dà ai latifondisti, alle corporations, ai giganti dell’agribusiness. Questo perché il meccanismo di distribuzione prevede che più ettari hai, più soldi ricevi.
Cosa succede quindi? Negli ultimi decenni la superficie agricola in Italia è rimasta più o meno la stessa ma il numero di aziende agricole si è dimezzato, perché i terreni si sono concentrati nelle mani di poche persone – anche grandi società per azioni – che fanno dell’agricoltura un’economia finanziaria.
Le proteste ci sono state, ma quante cittadine e cittadini sono davvero consapevoli che un terzo del budget dell’Unione Europea va a finanziare un sistema alimentare profondamente rotto? I sussidi non dovrebbero essere legati a strategie, o addirittura prove di una riduzione dell’impatto? Eppure, abbiamo visto quanto velocemente sono state annacquate tutte le proposte di legare l’erogazione di sussidi a un impegno ambientale e sociale concreto. Questo perché servirebbe coraggio politico, e quello è merce più rara della carne allevata al pascolo!
Che ruolo dovrebbe avere, quindi, la politica pubblica?
Sono decenni che il consumatore e la consumatrice comuni vengono additati come i grandi colpevoli mentre lo Stato, il più grande consumatore di tutti, è a malapena menzionato.
Lo Stato, con i suoi appalti mastodontici per portare cibo in scuole, ospedali e carceri, potrebbe influire molto sul mercato. Certo non possiamo aspettarci che lo Stato, molto spesso catturato dagli interessi che dovrebbe regolamentare, si riformi da solo. Il nostro ruolo di cittadini e cittadine, in questo caso, è anzitutto esigere più trasparenza riguardo i criteri di assegnazione degli appalti pubblici.
Un’ultimissima domanda, Silvia, rispetto alle foodfads, le mode alimentari o le soluzioni legate al clima che ciclicamente vengono portate alla cronaca, come i super alimenti, o il biologico, fra i tanti. Qual è la tua foodfad “preferita”?
Le diete più pericolose sono quelle del “introduci praticamente solo questo nel tuo corpo”: le più gettonate mettono sul piedistallo solo le proteine o solo i grassi, demonizzando intere categorie di macronutrienti e generando spesso disturbi alimentari.
Le foodfads legate al clima invece sono quelle che trasformano profondi problemi politici e sistemici in un altro bene di consumo da vendere. Ma non esistono scorciatoie. Non esiste il prodotto geniale che risolve tutto, né per la linea, né per la salute, né per l’ecosistema. Esistono buone abitudini vecchie come il mondo – mangiare con moderazione, rispettare la stagionalità, dare grande valore al cibo che ha previsto un sacrificio animale, onorare il cibo invece di temerlo o sprecarlo – che però noi per qualche ragione abbiamo dimenticato in meno di un secolo.
Cibo e clima: parlarne, farlo con buona informazione e consapevolezza del sistema che si muove dietro la scelta di ogni singolo. Farlo mostrando azioni concrete. Colgo quindi la palla al balzo per cominciare la buona pratica di condividere un’azione che cerca, nel suo grande piccolo, di dare concretezza a un sistema alimentare più sostenibile e inclusivo.
Questo mese parto in casa, con Edera, Emporio di Comunità, realtà Trentina che coniuga l’attività di supermercato etico autogestito con quella di un’officina culturale e sociale – anche attraverso il riappropriarsi della produzione del cibo. Di recente ho seguito un laboratorio di formaggi vegani: semplici da realizzare, economici, fatti in comunità, senza sofferenza, e buoni! Che è un po’ quello che desidero per il nostro sistema alimentare.



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