Capitolo Zero. Incontro con Renato Galeotti
C’è una trappola sottile nel modo in cui oggi parliamo di ecologia. Compriamo la borraccia di design, scegliamo il cibo a chilometro zero, facciamo la spesa nei negozi biologici e ci sentiamo a posto con la coscienza, convinti di fare la nostra parte. Ma se tutto questo, anziché scardinare il sistema che sta distruggendo il pianeta, fosse diventato solo una nuova moda? Una tendenza di mercato per chi può permettersela?
È questa la provocazione da cui parte Renato Galeotti nel suo libro Capitolo Zero (Hermatena, 2020), protagonista del nono numero di questa rubrica. Attivista dagli anni ’90 e poi pescatore per scelta, Galeotti analizza con lucidità e un pizzico di amarezza l’evoluzione del movimento ambientalista in Italia: da spinta rivoluzionaria che voleva cambiare la società dal basso, a “punta di diamante” di un capitalismo che ha saputo assorbire anche la critica ecologica, trasformandola in un trend per consumatori attenti.
Lo abbiamo intervistato su Duegradi per capire come uscire da questa bolla in cui sembra di parlare sempre tra di noi, per cercare di ritrovare un’ecologia autentica, comprensibile e aperta a tutti.
In Italia si scrive tantissimo e si legge pochissimo. Cosa ti ha spinto ad aggiungere un altro libro a questa montagna di pubblicazioni e qual è il messaggio principale che volevi trasmettere a chi lo prende in mano?
La spinta è nata da un profondo senso di frustrazione. Dopo trent’anni di attivismo, mi è sembrato di trovarmi su un tapis roulant: camminavo, facevo sforzi, ma andavo all’indietro. Più azioni mettevamo in campo, meno riuscivamo a incidere sulla realtà.
Io appartengo alla generazione degli anni ’90. In quel periodo c’era un grande entusiasmo: stavamo scoprendo un modo nuovo di fare politica che non passava dai partiti o dalla conquista del potere, ma dai gesti di tutti i giorni. Abbiamo inventato i mercati equosolidali, i gruppi di acquisto solidale (GAS), le pratiche di riciclo e la riduzione degli imballaggi quando ancora nessuno ne parlava. Eravamo convinti che “un altro mondo fosse possibile” semplicemente cambiando le nostre abitudini di vita.
Il problema è che, mentre noi facevamo riunioni nelle parrocchie e nelle scuole, il mondo intorno a noi cambiava in un’altra direzione. Le grandi aziende e le multinazionali, che un tempo ci vedevano come nemici, hanno capito che le nostre “buone pratiche” potevano diventare un business. Ci siamo resi conto, con amarezza, di essere partiti per rivoluzionare il mondo e di essere finiti dentro una nicchia di mercato. Il messaggio che è passato alla fine è stato: “Se il mondo non ti piace, basta che cambi i prodotti che compri”. Il consumo è diventato il centro di tutto, mentre all’inizio per noi comprare in un certo modo era solo una scusa per creare comunità e relazioni diverse.
Oggi un ragazzo di venti o trent’anni si trova immerso in mille stimoli ecologici, ma spesso non ha una memoria storica di come siamo arrivati fin qui. Come può un giovane sviluppare uno spirito critico e non farsi ingannare dai messaggi commerciali della sostenibilità di facciata?
Il libro l’ho scritto pensando esattamente a loro. Spesso, nei gruppi d’acquisto di cui faccio parte, vedo gli attivisti più vecchi accogliere i ragazzi rimasticando gli stessi identici discorsi del 1995, magari solo aggiornati con qualche grafico sul riscaldamento globale. Ma dobbiamo essere onesti: se quelle formule non hanno funzionato allora, non cominceranno a funzionare oggi. Non siamo diventati un pensiero di massa, siamo diventati una minoranza che se la canta e se la suona da sola.
Oggi, inoltre, chi si avvicina al mondo “eco” lo fa con uno spirito molto più individualista e legato alla salute personale rispetto al passato. Molti vengono a comprare nei GAS dicendo: “Voglio questa pasta perché è biologica e fa bene alla mia salute”. Il salutismo ha preso il posto dell’impegno sociale o ambientale.
Il grande inganno moderno è questo: ogni volta che limitiamo l’ecologia a una scelta di acquisto “etica”, non stiamo indebolendo il sistema economico che distrugge il pianeta; lo stiamo solo rendendo più ricco, moderno e tollerante, perché gli offriamo un nuovo tipo di cliente da soddisfare. Risolvere un singolo problema con un prodotto non basta, se quel prodotto alimenta lo stesso meccanismo globale.
Se comprare meglio non basta e le soluzioni tecniche non sono sufficienti, qual è l’obiettivo del tuo libro? Dove dobbiamo andare a parare?
Nel libro ho cercato di dividere la realtà in vari pezzi – l’ambiente, il sociale, l’immigrazione, la sicurezza – per costruire una specie di mappa geografica che aiuti a orientarsi. Non pretendo di dare la soluzione pronta in tasca, ma voglio dimostrare che la strada che stiamo seguendo è un vicolo cieco perché curiamo i sintomi e non la malattia.
Prendiamo la crisi climatica: la risposta attuale è quasi sempre tecnica. Parliamo di auto elettriche, energie rinnovabili, tecnologie per catturare l’anidride carbonica. Sono strumenti utili, certo, ma non mettono in discussione lo stile di vita occidentale, anzi, ci spingono a consumare ancora di più per sostituire il vecchio con il nuovo.
La verità è che il disastro ecologico è il risultato di un cambiamento profondo dentro di noi: l’essere umano è mutato. Un tempo l’uomo era “abitante” di un luogo, viveva a stretto contatto con la terra e con la sua comunità, sviluppando un rapporto di rispetto e reciprocità. Oggi siamo diventati “non-abitanti”, cioè puri consumatori. Il consumatore pensa solo al proprio benessere isolato, dimenticando di essere un piccolo ingranaggio di una macchina enorme che non controlla. Dobbiamo ricostruire l’essere umano nella sua totalità. I gesti quotidiani come fare la spesa locale o riciclare hanno valore solo se servono a ricostruire legami tra le persone. Sono le relazioni umane che cambiano le persone, e le persone cambiano il mondo.
Che tipo di reazioni stai raccogliendo? Questo messaggio così fuori dal coro sta provocando qualche discussione o resta confinato tra chi la pensa già come te?
Le reazioni sono alterne. Il libro si intitola Capitolo Zero perché il Capitolo Uno non volevo scriverlo da solo, ma vorrei che venisse costruito insieme, come un lavoro di gruppo, una volta accettata questa analisi.
La maggior parte degli ambientalisti storici reagisce difendendo il proprio territorio: “Ok, forse è vero che non stiamo salvando il pianeta, ma almeno noi non lo peggioriamo. Visto che non c’è un’alternativa pronta, noi continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto e restiamo nel nostro gruppo”. C’è una forte tendenza a chiudersi a riccio.
La sorpresa più bella, però, è che il libro ha attirato l’attenzione di persone che non avevano mai fatto parte dei movimenti ecologisti. Spesso il mondo degli attivisti di lungo corso è respingente, usa un linguaggio complicato, quasi settario, che fa sentire gli altri giudicati o inadeguati. Questo libro invece parla a chi vuole vivere il proprio territorio in modo normale, senza doversi mettere addosso un’etichetta o considerarsi un “salvatore del mondo”. Ed era esattamente quello a cui miravo.
Il libro è stato scritto qualche anno fa, ma i temi sono caldissimi. Se oggi ti proponessero di aggiungere un capitolo inedito, su cosa lo scriveresti?
Non cambierei la rotta del libro, ma oggi sento il bisogno di affrontare un problema cresciuto tantissimo negli ultimi tempi: l’ossessione per i dati e i numeri. Anche noi ambientalisti siamo stati contagiati dalla mentalità economica e burocratica. Non riusciamo più a parlare di ecologia se non tiriamo fuori tabelle, statistiche, quote di emissioni o percentuali. Abbiamo trasformato la difesa della terra in un’equazione matematica, perdendo di vista il lato umano ed emotivo.
Mi piacerebbe sviluppare un capitolo sul concetto di “tornare ad abitare un territorio”. Sono convinto che sia il singolo pezzo di terra in cui viviamo a contenere il mondo intero, e non il contrario. Il pianeta non si salva con una strategia astratta decisa dall’alto a livello globale, ma ricostruendo comunità locali stabili. Solo quando torni a essere un abitante consapevole del posto in cui vivi smetti di essere un consumatore passivo e ritrovi la tua autonomia. È da qui che dobbiamo ripartire per scrivere il futuro.



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