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Una dieta amica del clima. Incontro con Giuliano Rancilio

Una dieta amica del clima. Incontro con Giuliano Rancilio

Quattro chiacchiere a Duegradi con chi scrive di crisi climatica

Clima da copertine, quelle dei libri che ci proteggono da folate e spifferi di disinformazione sulla crisi climatica. In questa rubrica mensile incontriamo chi li scrive, per conoscere meglio perché ha deciso di farlo e come. Collezioniamo titoli e persone, narrazioni e punti di vista diversi, ma tutti con in comune la voglia di salvare il pianeta dai danni causati dagli umani, e salvare gli umani dai danni causati dalla cattiva informazione.

Grafiche di Isabel Rasotto

In questo quinto numero, incontriamo Giuliano Rancilio, autore assieme a Davide Gibin di “La dieta amica del clima” (Altreconomia). Il primo è un ricercatore del Dipartimento di Energia, il secondo lavora attualmente presso l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), assieme ci regalano finalmente concetti e informazioni nuove e utili su un tema su cui, di inutile, si è già detto anche troppo. Cataloghi di editori e siti web grondano di consigli per mangiare in modo sostenibile, infatti, ma il settore continua ad essere il responsabile di oltre un terzo delle emissioni antropogeniche di gas serra. Il report annuale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) lo conferma puntuale, quindi serve un approccio diverso, per spingere le persone a cambiare abitudini. Forse non serve convincerle, ma semplicemente mostrare loro i fatti, i dati, le dinamiche, le prospettive. Sembra semplice, ma pochi se non nessuno finora l’aveva fatto, per lo meno non in modo così accessibile e comprensibile a tutti come accade nel libro.

Da cosa è nata l’idea del libro e cosa c’entra con la crisi climatica?

I dati legati alla crisi climatica ci raccontano la necessità di una transizione che deve toccare anche il settore alimentare. Ci obbligano a farci delle domande e a trovare delle risposte che abbiano senso e possano portare a un reale cambiamento. Siamo partiti da questa esigenza e abbiamo portato avanti uno studio per capire cosa si mangia nel mondo e come questo impatta realmente sul clima, per poi esplorare quali possono essere i reali cambiamenti che portano a dei risultati. Senza partire da stereotipi o da teorie ma solo da dati di fatto e conoscenze di campo, con un approccio scientifico.

Quali risultati avete ottenuto e che messaggi avete affidato a questo libro?

Sono emerse molte informazioni interessanti e non ovvie che ci permettono di mandare un messaggio potente a persone con diverse caratteristiche e abitudini. Quello che cerchiamo di spiegare e dimostrare è che tutti possono iniziare a mangiare in modo più sostenibile, e senza stravolgere le proprie abitudini, senza spendere il doppio, senza dover rinunciare a qualcosa che amano. E la dieta amica del clima non coincide per forza con quella vegetariana o vegana. Ma il primo messaggio importante è che non è vero che nessuno da solo può fare nulla. Ciascuno può impegnarsi in piccoli cambiamenti nel proprio regime alimentare, senza sconvolgerlo ma contribuendo comunque alla lotta contro la crisi climatica.

Quali tipi di suggerimenti o informazioni fornite nel libro?

Al posto di imporre cambi drastici, creiamo delle liste di priorità, tenendo conto del fatto che non per tutti può essere facile seguire una dieta amica del clima. Dipende da molti fattori sociali, ambientali e culturali e anche personali. Da dove si abita, dal tipo di vita che si fa, dalle risorse economiche… noi quindi forniamo una serie di strumenti che tutti possono sfruttare per migliorare la propria alimentazione in chiave di lotta alla crisi climatica. E mostriamo, scontrino alla mano, che cambiare non vuol dire per forza spendere di più. Spesso un’alimentazione più sostenibile a livello ambientale lo è anche a livello economico.

Tante responsabilità sono di chi consuma, di chi compra, mangia e sceglie cosa mangiare. Ma anche chi regola e guida il mercato a monte, ha le sue, no?

Sì, e una parte del libro è proprio dedicata alla filiera alimentare. La transizione ecologica ci impone di non continuare a fare ciò che facciamo da sempre, chiede a tutti di cambiare, di impattare meno. Nelle pagine finali, elenchiamo alcune azioni che potrebbero essere prese in considerazione dagli operatori. Per esempio cercare di regolare i prezzi dei prodotti alternativi alla carne e fornire alternative maggiori: non esiste solo l’hamburger di soia. E anche creare serate e occasioni per far assaggiare alternative “amiche del clima”, mostrando che non sono per forza meno buone o più costose o più tristi. O vegane. Esistono tante opportunità.

Per noi italiani, basta la nostra “dieta mediterranea”? O è una foglia di fico dietro a cui ci nascondiamo per evitare altri sforzi?

La nostra dieta mediterranea, quella davvero sostenibile, è ormai un ricordo. Ce ne siamo allontanati da tempo. Anche nel nostro Paese è quindi necessario proporre una dieta amica del clima che permette di ridurre significativamente l’impronta carbonica dell’alimentazione, mantenendo gli apporti di energia e nutrienti per un nutrimento sano e rimanendo fedele ad alcune regole che rendono la dieta culturalmente accettabile. Noi possiamo puntare su una prevalenza di grano e derivati, pesce di basso livello trofico da pesca sostenibile con il mantenimento di latte e pollame. Da queste basi ci si può costruire una dieta sana, realisticamente applicabile e compatibile con ingredienti e costi accessibili a ciascuno. Altrimenti, il fallimento è una certezza.

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  • Giornalista freelance e fisica dell’ambientale con focus sui diritti: umani, climatici e digitali. Realizzo reportage internazionali soprattutto investigativi, combinando passione e rigore scientifico

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