economia e cambiamento climatico

Clima variabile o variabile Clima? Il legame tra cambiamento climatico e crescita economica

Si continua a parlare di economia

Dove eravamo rimasti? Ah sì! Nell’articolo precedente avevamo introdotto il concetto di PIL, ne avevamo descritto le lacune nel misurare l’andamento economico di un Paese, e avevamo percorso insieme i diversi approcci alla crescita economica emersi nella recente storia economica. Con questo articolo introduciamo due nuovi temi necessari alla comprensione del rapporto tra economia e cambiamento climatico. In effetti, sembra non esserci via d’uscita: parlare di economia è necessario per avere un atteggiamento costruttivo verso il problema.

 

Come per il nostro ultimo articolo, anche in questo ci accompagnerà una carrellata di grafici. Iniziamo dunque col presentarvi la Curva di Kuznets, sviluppata dall’economista Simon Kuznets tra gli anni 50 e 60 del secolo scorso. Si tratta di un grafico che mostra come in generale, con l’avanzamento dell’economia di un Paese, la disuguaglianza economica inizialmente aumenta, per poi diminuire. In pratica, in una prima fase lo sviluppo economico favorisce i più fortunati, per poi portare a una situazione in cui anche i meno abbienti hanno l’opportunità di arricchirsi. 

 

Rappresentazione grafica della Curva di Kuznets

 

 

Centriamo il tiro sul cambiamento climatico

Il ragionamento di Kutznets ci interessa perché fu in seguito applicato al rapporto tra economia ed ambiente. All’inizio degli anni ‘90, gli economisti Grossman e Krueger elaborarono la Curva Ambientale di Kuznets per spiegare la relazione tra sviluppo economico e degrado ambientale. Introdotta in occasione dell’accordo NAFTA (Accordo Nordamericano per il Libero Scambio) del 1991, la Curva Ambientale di Kuznets di fatto supportava l’idea che l’aumento del PIL in Messico avrebbe portato, in seguito ad una fase di inquinamento più intensivo dovuto all’aumento della produzione, ad un miglioramento generale e ad una riduzione dell’impatto ambientale.

 

Nella Curva Ambientale di Kutznets, dunque, le due variabili crescono insieme per poi prendere due strade diverse: PIL in aumento, degrado ambientale in diminuzione. In sostanza, raggiunto un certo livello di sviluppo economico, il degrado ambientale di un Paese, dopo essere aumentato, tende a diminuire. Questo pare suggerire, in un’interpretazione semplicistica, che la crescita economica faccia bene all’ambiente. In realtà, si noti bene, gli stessi Grossman e Krueger non parlano di un miglioramento assoluto, ma relativo ai danni ambientali causati nella prima fase di sviluppo: non è previsto, insomma, che il livello di degrado ambientale diventi migliore di quello che il Paese aveva in origine.

 

Rappresentazione Grafica della Curva Ambientale di Kuznets

 

 

La teoria della Curva Ambientale di Kuznets ricevette molte critiche, basate innanzitutto sull’assenza di prove empiriche: molti economisti fecero notare come tale relazione fosse applicabile solo in alcuni casi. Addirittura, la Banca Mondiale pubblicò un rapporto in cui esortava a prendere provvedimenti a protezione dell’ambiente e ad essere cauti nell’individuare la crescita economica come soluzione alle problematiche ambientali. Non siamo lontanissimi da una bocciatura.

 

Le problematiche ambientali di cui si discuteva negli anni ‘90, tuttavia, erano legate all’inquinamento più che al cambiamento climatico. Sarebbe invece possibile applicare il modello della Curva Ambientale alle emissioni di gas serra?

 

Si può immaginare che un Paese, sviluppandosi, possa effettivamente adottare misure tecnologiche che permettono di produrre di più emettendo meno gas serra: è ciò che avviene (o dovrebbe avvenire) in molti Paesi che passano da un sistema produttivo basato su combustibili fossili all’utilizzo di risorse rinnovabili. Molti paesi europei, inclusa l’Italia, rispetto agli anni ‘90 pur crescendo (poco e con risultati quantomeno altalenanti) sono riusciti a diminuire le proprie emissioni. Si tratta, tuttavia, di una diminuzione relativa al momento di picco delle emissioni europee, non certo di un miglioramento assoluto: emettiamo infinitamente di più di quanto facessimo anche durante la Rivoluzione Industriale. Di certo, non è abbastanza per illudersi che la sola crescita economica possa alimentare dei meccanismi sostenibili senza un’adeguata regolamentazione ed un piano di politiche pubbliche internazionale. 

 

Questo senza tener conto di due caratteristiche fondamentali del cambiamento climatico. Innanzitutto, si tratta di un problema globale e quindi, anche se l’Europa emette meno gas serra rispetto al passato, quello che conta è che nell’ultimo anno le emissioni a livello globale sono aumentate. Il secondo problema è la mancanza di tempo per agire: il clima non aspetta che tutti i Paesi arrivino a destinazione nella Curva Ambientale di Kuznets, e già ci dá prova della sua impazienza.

 

Decoupling che cosa?

In questi ultimi anni, al tema del rapporto tra emissioni di gas serra e crescita economica si è affiancata spesso l’idea del decoupling, che in italiano si traduce con “disaccoppiamento” (dando al termine un connotato sicuramente figurativo, ma poco poetico). Si dice, in gergo economico, che quando due variabili vanno di pari passo ed evolvono in proporzione, esse siano “accoppiate”: se aumenta l’una, aumenta anche l’altra, e viceversa. PIL ed emissioni di gas serra sono un tipico esempio di variabili accoppiate, ed il tema del decoupling tra le due variabili è oggi un tema molto importante nel dibattito sul clima: in altre parole, è possibile “disaccoppiarle”, in modo da ottenere contemporaneamente crescita economia e riduzione delle emissioni? 

 

Fin dai primi anni 90, le Nazioni Unite sono concordi nel dire che sono i Paesi più ricchi del mondo a doversi fare carico di ridurre le emissioni, così da alleviare gli sforzi delle regioni che ancora combattono per soddisfare i bisogni primari – il criterio delle cosiddette “responsabilità condivise ma differenziate”. In pratica, dunque, spetta soprattutto ai paesi ricchi avere un decoupling abbastanza elevato per mitigare le emissioni di gas serra e combattere i cambiamenti climatici.

 

Di rilievo è anche il periodo di tempo in cui il decoupling viene messo in pratica: per ridurre la pressione sul clima di un Paese in crescita, non solo è necessario raggiungere un decoupling, ma anche continuare a mantenerlo nel tempo. Si prenda come esempio il tentativo cinese di passare dalla produzione a carbone all’utilizzo di gas naturale in Cina: il cambiamento era stato registrato nei report dell’Agenzia Internazionale dell’Energia come decoupling assoluto. Ma una volta che il passaggio fu completato, ci volle poco perché le emissioni ricominciarono ad essere “accoppiate” con la crescita del PIL cinese. Per questo c’è bisogno di disaccoppiare a tempo indeterminato le variabili cattive. 

 

Secondo un report recentemente pubblicato dallo European Environmental Bureau, semplicemente non ci sono evidenze empiriche del fatto che il decoupling abbia avuto luogo negli ultimi anni. E, come abbiamo accennato nel paragrafo precedente, quando si parla di fermare l’aumento della temperatura anche un singolo buon risultato talvolta non è abbastanza. Idealmente, per raggiungere un livello nullo di emissioni carboniche di origine antropica per il 2040, necessarie a limitare il riscaldamento globale a 1.5°, sarebbe richiesta una riduzione annuale delle emissioni di almeno il 5%. 

È bene non dimenticare, infatti, che è proprio il tempo la variabile attorno alla quale tutto ruota. Il tempo a disposizione per prevenire il disastro potrebbe non essere abbastanza da permettere a tutti i Paesi di raggiungere il picco di quella curva che sembra suggerire “per ora pensiamo a crescere, puliremo dopo”. Siamo diventati grandi in tanti, quando ci assumeremo la responsabilità di fare il lavoro sporco?

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