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Dietro le quinte del climate tech

Dietro le quinte del climate tech

Tra innovazione, ostacoli e capitali miliardari: ecco perché il climate tech è una scommessa ad alto rischio (ma necessaria)

Grafiche di Viola Madau

Il cambiamento climatico è una vera e propria rivoluzione che richiede un grande sforzo collettivo per cambiare il nostro modo di vivere, produrre e consumare. Bisogna rimboccarsi le maniche e contribuire a questa trasformazione epocale, a livello politico, economico e sociale. Ogni settore gioca la sua parte.

Quando rifletto su questa grande collaborazione interdisciplinare, mi piace pensare a un carro su cui l’umanità dovrà viaggiare per raggiungere il traguardo. Le policy indicheranno la direzione e le strade migliori da percorrere, l’economia metterà i cavalli, fornendo la forza trainante che farà avanzare il carro. Il progresso tecnologico, non meno importante, fornirà le ruote più adatte al tipo di terreno che dovremmo affrontare.

E chi si occupa di queste ruote? Gli innovatori, gli scienziati, le startup, gli imprenditori visionari—coloro che trasformano idee rivoluzionarie in soluzioni concrete per la transizione climatica. In altre parole, sono i protagonisti del climate tech.

E, diciamolo, bisogna essere un po’ matti (in senso buono!) per far parte di questo mondo. Il climate tech è un settore particolarmente ricco di ostacoli, sfide complesse e incertezze.

Venite con me, vi faccio fare un giro dietro le quinte.

Climate tech: di cosa stiamo parlando esattamente?

Per comprendere appieno il contesto del climate tech, è utile inserirlo in uno scenario più ampio e distinguerlo da altri termini spesso utilizzati in modo intercambiabile: greentech, e cleantech. Questi tre ambiti, pur complementari, hanno obiettivi e applicazioni differenti.

Il greentech è il termine più ampio, e include tutte le tecnologie che riducono l’impatto ambientale migliorando l’efficienza e ottimizzando l’uso delle risorse naturali, dalla produzione di energia rinnovabile alla mobilità sostenibile e alla gestione dei rifiuti.

Il cleantech, più specifico, si concentra sulla produzione di energia pulita e sulla riduzione dell’inquinamento. Comprende fonti rinnovabili come solare, eolico e idroelettrico, nonché tecnologie per l’efficienza energetica e l’utilizzo di materiali sostenibili, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Il climate tech, invece, è interamente focalizzato sulla lotta al cambiamento climatico e ai suoi effetti. L’obiettivo è sviluppare soluzioni per mitigare l’aumento delle temperature, gli eventi estremi e l’innalzamento del livello del mare. Tra le innovazioni di questo settore rientrano i sistemi di cattura del carbonio, il monitoraggio climatico, infrastrutture resilienti e lo stoccaggio avanzato di energia rinnovabile. In altre parole, si tratta di tecnologie progettate per avere un impatto diretto sul clima.

Il cleantech e il climate tech possono talvolta “condividere” delle tecnologie, come per esempio lo stoccaggio di energia, in quanto queste tecnologie hanno effetti sul clima e allo stesso tempo sono una fonte di energia pulita.

Sono invece quattro i settori che appartengono esclusivamente al climate tech:

Una corsa ad ostacoli

Ora che il contesto è chiaro, vediamo nel dettaglio come, oltre alle sfide specifiche di ciascuna tecnologia, esistano problematiche condivise che interessano l’intero settore.

Problema #1: tecnologia da creare… ieri

Siamo partiti già in ritardo. Lo sviluppo di nuove tecnologie nel settore del climate tech non è guidato dal desiderio di esplorazione o ricerca fine a sé stessa, ma dalla necessità di affrontare un problema concreto e ormai avanzato. Sappiamo che per mantenere il riscaldamento globale entro un determinato livello (+1.5°C), non basterà soltanto ridurre le emissioni, ma bisognerà rimuovere attivamente gas effetto serra dall’atmosfera per raggiungere le cosiddette emissioni “negative”. Tuttavia, l’innovazione tecnologica richiede tempo, test rigorosi e ingenti investimenti, elementi che si scontrano con l’urgenza della crisi climatica. La pressione è alle stelle.

Problema #2: mercati e regolamenti in continua evoluzione

Una delle principali sfide è l’incertezza legata allo sviluppo di tecnologie per il clima in un contesto in cui le politiche e le regolamentazioni ambientali sono ancora in fase di definizione. Come si evolverà il mercato per queste soluzioni? Quali saranno le normative che ne guideranno l’adozione?

Un esempio emblematico è il mercato dei crediti di carbonio, ovvero un sistema in cui si possono acquistare e vendere “crediti” che rappresentano tonnellate di CO₂ risparmiate o rimosse dall’atmosfera, con l’obiettivo di ridurre le emissioni globali di gas serra. Tutti gli indicatori suggeriscono che crescerà significativamente, ma al momento si basa principalmente sul voluntary market, ovvero un sistema in cui aziende e istituzioni acquistano crediti su base volontaria per compensare le proprie emissioni, senza un obbligo normativo imposto dallo Stato. Non sappiamo ancora con certezza come questo mercato si trasformerà in futuro. Al momento, la domanda supera l’offerta, ma cosa accadrà nei prossimi anni?

Non solo: la maggior parte delle tecnologie nel climate tech ha clienti difficili da convincere ad acquistare. Le tecnologie per il clima non si limitano a sconvolgere i mercati, ma stanno reinventando e ristrutturando l’economia a un livello fondamentale. Questo processo può avvenire solo attraverso partnership e transazioni con enormi aziende pubbliche e private, che operano con una mentalità lenta e metodica e che, spesso, hanno poca o nessuna motivazione a cambiare.

Problema #3: se tutto va bene, vendi tra 5-10 anni

La maggior parte di queste tecnologie sono nuove e, nella fase iniziale, richiedono ancora molta ricerca e sviluppo. Anche quando si ottengono risultati promettenti, resta la sfida di portare la tecnologia fuori dal laboratorio; in altre parole, compiere il grande salto dall’innovazione alla commercializzazione.

A differenza di molti altri settori, in cui un prodotto può essere messo sul mercato e generare ricavi relativamente in tempi brevi, nel climate tech il processo è molto più lungo. Se tutto va bene, le prime entrate arrivano dopo anni, rendendo cruciale la capacità di attrarre investimenti e finanziamenti per la ricerca. Per sopravvivere in questo settore, è necessario giocare con una strategia a lungo termine, assicurandosi risorse sufficienti e sperando che, quando la tecnologia sarà pronta per il mercato, esista una domanda concreta.

Un esempio chiave è la politica di incentivi adottata dagli Stati Uniti con l’Inflation Reduction Act, che ha destinato ingenti finanziamenti (500 miliardi di dollari) allo sviluppo delle tecnologie per il clima. Questo tipo di iniziativa è un’opportunità fondamentale per il climate tech, ma dimostra anche quanto il settore dipenda dalle decisioni politiche e dagli investimenti pubblici e privati. Se domani questi fondi venissero ridotti o azzerati, la maggior parte delle aziende climate tech—che oggi non generano ancora ricavi significativi—non riuscirebbe a sopravvivere. Le poche che resisterebbero si potrebbero probabilmente contare sulle dita di una mano.

Problema #4: serve un mare di soldi

Il settore del climate tech ha bisogno di moltissimo capitale per due motivi principali. Il primo, già accennato in precedenza, riguarda l’enorme necessità di risorse per fare il salto dall’innovazione alla commercializzazione. Ma il secondo aspetto, che spesso non viene pienamente considerato, è che queste soluzioni non devono solo essere sviluppate, ma devono anche essere costruite su scala sufficientemente grande da avere un impatto significativo sul clima di un intero pianeta.

Non stiamo parlando di soluzioni tecnologiche semplici, che non richiedono componenti fisiche, come un’applicazione sullo smartphone, ma di infrastrutture complesse: impianti industriali, sistemi energetici, catene di approvvigionamento globali. La portata di queste operazioni è titanica, e spesso risulta difficile comprenderne appieno la complessità. E, come facilmente intuibile, l’investimento richiesto per costruire queste infrastrutture è astronomico.

Per fare un esempio concreto, affinché le tecnologie per la cattura diretta della CO2 dall’atmosfera abbiano un impatto significativo, devono essere scalate a livelli in grado di catturare gigatonnellate di CO2. Una gigatonnellata equivale a circa il doppio della massa di tutta la popolazione umana globale.

Il climate tech è morto? Non proprio…ma si sta selezionando

Concludiamo con un pò di attualità, che cade proprio a pennello. Con tutti gli ostacoli che il settore deve affrontare, non è difficile immaginare che il climate tech non abbia vita facile ed effettivamente, negli ultimi mesi, si è sentito parlare con insistenza che “il climate tech è morto“. É evidente che si tratta di un’esagerazione—il climate tech non è morto, ma è vero che, soprattutto nel 2025, il settore vedrà una fase di assestamento.

Questo è un processo naturale che avviene in tutti i settori emergenti: inizialmente c’è un grande entusiasmo, con un afflusso massiccio di attori che entrano nel campo. Tuttavia, dopo un periodo di forte crescita e un picco di interesse (che per il climate tech è avvenuto nel 2021), il mercato si stabilizza e si assesta. Le previsioni? I prossimi cinque anni saranno decisivi. Molte tecnologie per il clima non passeranno dal laboratorio alla commercializzazione. Solo quelle veramente promettenti riusciranno a raccogliere risorse e consensi necessari per fare “il salto” e arrivare al 2030, anno in cui il mercato dovrebbe veramente crescere e maturare. Dovrebbero essere quelle le tecnologie che veramente riusciranno a passare alla storia e avere un impatto duraturo.

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  • Silvia ha un dottorato in chimica nell'ambito della conversione della CO2. Ha co-fondato una startup per la conversione del metano e oggi lavora per fondarne un'altra sulla cattura della CO2.

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