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Perché non ci sentiamo coinvolti nella crisi climatica?

Perché non ci sentiamo coinvolti nella crisi climatica?

Negli ultimi decenni, la comunicazione del cambiamento climatico ha avuto un enorme successo. Tuttavia le conoscenze rimangono spesso superficiali e il coinvolgimento del pubblico è ancora scarso. Dunque: tutto fumo e niente arrosto?

di Virginia Mattioda

Illustrazioni di Martina Spinelli

 

Obiettivi ambiziosi, come quelli stabiliti dall’Accordo di Parigi e dal vertice mondiale sull’azione per il clima durante la COP28 di Dubai, richiedono azioni significative che i leader politici mondiali sembrano spesso riluttanti ad intraprendere. Al di là degli innegabili interessi economici che si “nascondono” dietro il perpetuo utilizzo dei combustibili fossili, bisogna ammettere che parte del pubblico, ancora oggi, non crede che il cambiamento climatico si stia verificando, che sia dovuto alle attività umane o che rappresenti una seria minaccia. Quindi quanto impegno ci si può aspettare su questo tema da parte della classe politica? 

 

La risposta non sta semplicemente nel disinteresse del pubblico, ma vede coinvolti una serie di aspetti sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano fra loro rendendo la crisi climatica un argomento estremamente delicato e complesso che, anziché unire, divide. Per questo motivo, andrebbe considerato un altro aspetto essenziale, spesso tralasciato ovvero, il modo in cui è stata finora comunicata e percepita la crisi climatica globale che, alla luce dei fatti, non fa che peggiorare di anno in anno. 

 

Il divario tra scienza e azione

La comunità scientifica ha fatto la sua parte stabilendo chiaramente che la crisi climatica è in atto e che è stata in gran parte causata dall’uomo e, da decenni, ci esorta ad agire ora per limitare gli effetti negativi. Ma a questo punto è evidente che da sola non basta. Il problema è che, per le capacità percettive umane, il cambiamento climatico si sta verificando troppo lentamente e, spesso, troppo lontano dalla nostra visuale; di conseguenza, la mancanza di un’esperienza diretta fa sì che la crisi climatica debba essere riportata, illustrata e spiegata, ricorrendo ad un mezzo essenziale che unisca scienza, politica e opinione pubblica: la comunicazione

 

Ma in che modo la comunicazione arriverebbe a colmare il divario tra scienza e azione? Per trovare una risposta, bisogna riflettere su come il cambiamento climatico sia stato comunicato finora, e su come questa comunicazione sia stata percepita da parte del pubblico, tenendo conto dei principali fattori socio politici e demografici che lo caratterizzano. 

 

Il potere della comunicazione

Se comunicare un messaggio comporta una dimensione cognitiva (recepire e comprendere l’informazione), affettiva (sviluppare una risposta emotiva come interesse, rabbia, paura etc.) e comportamentale (rispondere o agire) nell’ascoltatore, è fondamentale avere bene in mente chi è in ascolto e cosa può influenzare la sua percezione (età, genere, educazione, orientamento politico). In questo modo, il comunicatore capirà come esprimere il proprio messaggio. In secondo luogo, come riportato dal The Oxford Handbook of Climate change e Society, occorre rivalutare un insieme di aspetti consolidati nel tempo che hanno reso la comunicazione della crisi climatica particolarmente complessa, limitando in parte il coinvolgimento attivo del pubblico. 

 

Inspiration with information: “La mancanza di informazioni spiegherebbe la mancanza di impegno da parte del pubblico”. 

Quest’affermazione è in parte vera nel momento in cui si considera il livello d’istruzione di chi ascolta; in Europa, le persone con un livello di educazione più elevato hanno espresso maggiore preoccupazione per l’ambiente e per i cambiamenti climatici. Allo stesso tempo però la conoscenza del cambiamento climatico in sé non necessariamente comporta un maggior coinvolgimento del pubblico. Spesso in questo caso si parla di Information deficit model, un modello comunicativo a senso unico in cui l’informazione viene trasmessa dagli esperti al pubblico con l’obiettivo di modificare il comportamento e l’opinione di quest’ultimo. Tuttavia, chi è scettico riguardo il cambiamento climatico avrà a disposizione altrettante informazioni a sostegno del suo pensiero. Per cui basarsi esclusivamente su un’informazione unidirezionale, non basta a coinvolgere il pubblico.

 

Motivation by fear: “La paura e le visioni catastrofiche motiverebbero il pubblico all’azione (fear appeals)”. 

Siamo sicuri che mostrare immagini di foreste in fiamme, iceberg che si sciolgono o barriere coralline prive di vita, porterà il pubblico ad intervenire attivamente? Non si discute sul fatto che queste immagini siano essenziali per far capire gli effetti del cambiamento climatico, ma spesso la mente umana tende a rifiutare appelli basati sulla paura o sul senso di colpa.Di fronte a scenari così disastrosi, potremmo sentirci impotenti e incapaci di reagire. La paura, infatti, da un punto di vista fisiologico, stimola chi la prova a reagire, ma allo stesso tempo può anche paralizzare. I comunicatori dovrebbero in parte limitare la persuasione basata sulla paura. Anche perché il cambiamento climatico non è tra le priorità quotidiane delle persone, e forse si otterrebbero maggiori vantaggi facendo leva su questioni più personali, come l’economia, i figli, la salute e la loro sicurezza. 

 

 

One size fits for all: “L’inquadramento scientifico della questione sarebbe il modo più persuasivo per spingere il pubblico all’azione”. 

 

Bisogna conoscere il pubblico per capire quali temi e che tipo di linguaggio utilizzare. Per esempio, se si considerano i fattori demografici in Europa, risulta che le donne abbiano una maggiore tendenza a preoccuparsi degli effetti del cambiamento climatico rispetto agli uomini, e che ci sia una forte correlazione tra l’età e il livello di scetticismo su questo tema. Le persone più anziane risultano infatti meno preoccupate degli effetti del cambiamento climatico e, in parte, non lo ritengono causato dall’uomo; al contrario, in tutti i paesi europei, i giovani esprimono maggiore preoccupazione al riguardo. Ci sono poi gli aspetti socioeconomici e politici. Persone soddisfatte dal punto di vista economico sono più predisposte a pensare al benessere dell’ambiente e a fare scelte che vadano in questa direzione. Così come  persone più vicine a politiche di destra sono meno preoccupate dagli effetti negativi del cambiamento climatico. La varietà del pubblico, quindi, è indice del fatto che un approccio “unico per tutti” è destinato quasi certamente a fallire.

 

Mobilization through mass media: “La comunicazione di massa è il mezzo più efficace per arrivare al pubblico”

Se è vero che la tv, internet e i social media sono in grado di raggiungere un pubblico enorme, è anche vero che le informazioni trasmesse attraverso questi canali sono spesso consumate senza grande attenzione. Fin ora i mass media non stanno raggiungendo l’obiettivo previsto anzi, sembrano piuttosto favorire l’apatia e l’inerzia sociale limitando fortemente il coinvolgimento del pubblico. Una comunicazione più coinvolgente e interattiva, di persona o online, potrebbe migliorare i risultati e influire sul comportamento di chi ascolta in maniera più efficace. 

 

Le cose peggiorano sempre prima di migliorare

Insomma, la crisi climatica peggiora ma la comprensione resta superficiale e la preoccupazione personale è limitata e spesso sopraffatta da questioni più immediate. Arrivati a questo punto, la comunicazione da sola non sarà certo la soluzione ma sicuramente va rivisitata, concentrandosi più che sul messaggio in sé, sul pubblico a cui è indirizzato. In quanto, che si tratti di leader politici mondiali o di comuni cittadini, l’obiettivo dovrebbe essere unico e comune: agire nel presente per creare un futuro.

 

 

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