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Colonialismo energetico

Colonialismo energetico

L’altra faccia della transizione tra estrattivismo e lotte per la giustizia climatica

 

di Beatrice Ruggieri

Illustrazione di Marzia Fino

 

La transizione energetica è per lo più dipinta di verde. Il settore pubblico e quello privato la presentano come un processo necessario per decarbonizzare l’economia e, contestualmente, apportare benefici sociali ad ampia scala senza lasciare indietro nessuno. Se, però, proviamo ad andare oltre le narrative dominanti in circolazione ci rendiamo conto che di verde, la transizione energetica dei paesi più ricchi e delle grandi corporazioni non ha quasi nulla. 

 

Transizione verde: per chi e a scapito di quali territori?

Le contraddizioni della transizione ecologica si manifestano in tutta la loro materialità non appena consideriamo la transcalarità del processo in questione, contraddistinto da una molteplicità di fattori in relazione tra loro che troviamo alla radice del concetto, della categoria e del fenomeno del colonialismo energetico. Aspetti geopolitici, disuguaglianze economiche e finanziarie, esercizio iniquo del potere, violenza, land grabbing e conflitti vari costituiscono i piani su cui il colonialismo energetico delle multinazionali si regge e attraverso cui si rafforza e si perpetua ai danni del Global South e delle periferie del Global North.

 

Riconoscere le strutture, le relazioni, gli immaginari e le pratiche (neo)coloniali che regolano le connessioni tra sistemi energetici, ambienti e attori quindi è importante per fare luce sui numerosi micro cortocircuiti della contemporaneità. L’energia, bene essenziale dall’accesso limitato per più di 700 milioni di persone nel mondo, è sempre stata al centro di politiche espansionistiche e progetti imperialistici nel corso della storia e continua a esserlo anche nell’ambito della transizione verso fonti energetiche più sostenibili. Ma sostenibili per chi e, soprattutto, a scapito di quali comunità e territori? Il paradigma della transizione energetica è impregnato di ingiustizie invisibilizzate che costituiscono il nucleo di una politica predatoria secolare più attiva che mai.

 

Le contraddizioni sono molte, a partire dalla governance del clima: se da un lato, la COP27 di Sharm el-Sheikh ha decretato la creazione di un Fondo per compensare Perdite e Danni derivanti dalla crisi climatica per i paesi più vulnerabili (ufficialmente istituito dalla COP28), dall’altro ha ospitato più di 600 esponenti del settore dell’industria del fossile desiderosi di fare affari con l’energia verde in Africa, in Sud America, nel Sudest asiatico (la COP28 è addirittura presieduta dal CEO di ADNOC, la compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti). 

 

La colonialità della transizione

Come scrive Laurie Parsons nel suo ultimo libro Carbon Colonialism: How Rich Countries Export Climate Breakdown l’idea che beni e pratiche innocue del quotidiano siano connesse alla sofferenza umana e alla distruzione ambientale su ampia scala è agghiacciante. Il riferimento puntuale dell’autrice riguarda l’aberrazione dell’inquinamento e dello sfruttamento dell’industria tessile, ma questa affermazione può essere benissimo applicata al campo dell’energia e, in modo specifico, a quello della transizione energetica ed ecologica, un processo dalle tinte sempre più fosche.

 

Il passaggio all’elettrico, ad esempio, è fondamentale per la svolta green delle politiche europee in campo climatico ma a spese di chi e di cosa avviene la sostituzione delle fonti energetiche fossili?

 

 

Una delle risposte l’ha data Report, il programma d’inchiesta di Rai Tre, che ha discusso sul piccolo schermo la Green Hypocrisy della transizione energetica europea. Per portarla avanti, infatti, occorrono materie prime critiche come nichel, manganese, cobalto, litio che, però, devono essere reperite altrove, spesso in paesi dove il costo della manodopera è minore e le norme sulla tutela ambientale meno restrittive. Ciò significa, ad esempio, che per il nichel bisogna rivolgersi all’Indonesia, ormai primo produttore di questo materiale.

 

La filiera del nichel, però, è tra le più inquinanti. L’estrazione di nichel, infatti, richiede ampie superfici da ricavare tramite deforestazione, ingente utilizzo di acqua e, soprattutto, di carbone. Per produrre le batterie che poi alimenteranno le macchine elettriche in Europa si impiegano tonnellate e tonnellate di carbone necessario al funzionamento dell’industria indonesiana. Un pericoloso controsenso che affonda le radici in un paradigma di sviluppo basato sull’idea dell’industrializzazione come mezzo per generare prosperità che, tuttavia, non calcola le ricadute sociali e ambientali – in termini di salute, sfruttamento del lavoro umano e non-umano, diritti umani, perdita di biodiversità.   

 

Lo schema egemonico della transizione non discute né smantella il modello economico estrattivo fondato su megaprogetti ed extra profitti. E non occorre arrivare in Indonesia per trovare le prove tangibili di una transizione energetica che si muove colonizzando i territori e i corpi di chi li abita e li cura. 

 

 

 

 

In Italia, ad esempio, la Sardegna è al centro di un vivo dibattito che ne svela e ne critica il ruolo di piattaforma di produzione energetica per il resto del paese. L’energia “pulita” sarda sarà esportata nel resto del paese tramite il Tyrrhenian Link, il doppio cavo sottomarino la cui costruzione sarà terminata nel 2028 ad opera di Terna S.P.A e che collegherà Sardegna, Sicilia e penisola.

 

Per la costruzione dell’elettrodotto, molti dei terreni agricoli intorno a Selargius, un comune di 28mila abitanti della città metropolitana di Cagliari, dovranno essere venduti a Terna o saranno espropriati per la realizzazione di un bene definito come di utilità pubblica e necessario secondo il PNIEC per procedere al phase-out del carbone entro il 2025. Si tratta di un’immagine piuttosto emblematica di come il modello di transizione istituzionale in Italia stia imponendo schemi produttivi già noti dagli scarsi benefici per le comunità locali. Ad oggi, il Sud e le Isole producono più del 50% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili.

 

La transizione ecologica mira a incrementare questo dato senza, tuttavia, modificare un sistema di produzione che rimane a servizio del mercato e a spese dei territori, i quali continuano a essere minacciati, sfruttati e inquinati. Tutto questo mentre i sussidi e investimenti, diretti e indiretti, al settore fossile hanno raggiunto i 7mila miliardi di dollari nel 2022 secondo il Fondo monetario internazionale. Tra i maggiori sovventori figurano Cina, Stati Uniti, Unione Europea e India. 

 

Mobilitare l’alternativa per un’energia davvero libera e pulita 

Il quadro è sconfortante ma bisogna considerare che la mobilitazione anti-coloniale per la giustizia energetica, climatica e sociale è sempre più in fermento. Le lotte per mantenere i combustibili fossili sotto terra – articolate attraverso le iniziative di associazioni, organizzazione e comunità tra Africa e America Latina con il sostegno di reti transnazionali – si intrecciano a quelle contro i grandi progetti infrastrutturali – energetici e non – che prendono forma in tanti territori diversi con un unico obiettivo: smascherare le promesse ingannevoli del modello di sviluppo tradizionale, respingere l’ennesima corsa alle risorse, assemblare visioni e voci alternative per costruire nuovi paradigmi ri-generativi.

 

Dalle rivendicazioni per l’energia di comunità alle climate litigations, le lotte per la giustizia climatica e sociale si moltiplicano un po’ ovunque nel mondo. E mentre sempre più persone si attivano per una progressiva ma rapida sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili, lo fanno pretendendo che questo passaggio avvenga distruggendo le infrastrutture coloniali progettate per mantenere intatto un clima di crisi perpetue e attraverso cui la politica climatica ed economica, si è sempre declinata. Il colonialismo energetico si nutre di discorsi, immaginari, e pratiche che hanno sempre privilegiato l’interesse di pochi a danno della collettività. Pertanto, o la transizione avverrà tramite una rivoluzione atta ad assicurare un’energia davvero libera, accessibile e pulita per chiunque o non sarà possibile attuarla. 

 

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