Il colonialismo non è finito, si è solo vestito di verde
Illustrazione di Martina Spinelli
Il colonialismo ha molte facce. Alcune nascoste, altre più in vista, alcune morte, altre molto vive. Quello che è certo, è che questa pratica è in auge da millenni e sembra non interrompersi mai, nemmeno dopo che le dinamiche sono state riconosciute e condannate. Anzi, proprio per questo, il colonialismo diventa sempre più difficile da riconoscere, sempre più mascherato da pratiche virtuose, proprio come il recente fenomeno del “Colonialismo verde”.
Greenpeace, nel report “Oltre l’estrattivismo: verso una transizione economica femminista e giusta in Marocco ed Egitto” denuncia come i paesi europei stiano estraendo energia rinnovabile dal Marocco e dall’Egitto per “ripulire” le proprie economie, senza però che questo porti adeguati guadagni ai due paesi. Questo è possibile a causa dello scarso potere economico delle due nazioni nordafricane, derivato anche dal passato coloniale, che le pone nella posizione di essere ancora oggi sfruttate. Infatti, le economie di Marocco ed Egitto dopo l’indipendenza hanno dovuto continuare a basarsi sull’estrazione e l’esportazione delle risorse, per non crollare totalmente. Parallelamente, hanno contratto ingenti prestiti per finanziare l’industrializzazione e i programmi di assistenza sociale. Tuttavia, a causa del costante e rapido aumento dei prezzi del petrolio e dei tassi di interesse, il loro debito con i paesi esteri è cresciuto, arrivando al 50% del PIL per il Marocco (2022) e al 42% per l’Egitto (2023). I proventi delle esportazioni si sono rivelati insufficienti per saldarlo, creando un circolo vizioso che perpetua la dipendenza dai finanziamenti esterni e dalle importazioni. Di conseguenza, questi paesi stanno faticando a diversificare l’economia al fine di superare la logica estrattivista e puntare a uno sviluppo realmente sostenibile e non dipendente dalla volontà di altre nazioni.
Il colonialismo verde
Le narrazioni che inquadrano il Sud del mondo come arretrato e bisognoso di modernizzazione capitalista, proprio in quanto non più colonizzato dalle nazioni capitalistiche stesse, gettano benzina sul fuoco. Narrazioni a cui spesso si aggrappano anche le ex-colonie, tanto da accogliere a braccia aperte gli investimenti stranieri sul loro territorio. Un esempio sono proprio le tecnologie verdi, poiché portatrici, inizialmente, di una grande quantità di denaro e posti di lavoro. Nel caso del Marocco, grazie al partenariato verde con l’UE lanciato nel 2022, sono stati investiti 165 milioni di euro solo per i primi due progetti. La Germania da sola ha impegnato altri 300 milioni di euro nel paese per impianti a idrogeno. Si parla di miliardi di euro quando a investire sono compagnie private come TotalEnergies ed ENI. Ma, se a fronte di questi investimenti, il ritorno per i paesi europei sarà ingente, secondo Greenpeace le popolazioni locali guadagneranno ben poco da questa dinamica neocoloniale e pagheranno un caro prezzo sul lungo termine in termini ambientali, sociali ed economici.
Vediamo meglio il caso del Marocco. Per i progetti di produzione di idrogeno verde, destinato per la maggior parte all’esportazione, il paese metterà a disposizione, oltre alla manodopera a basso costo, anche un milione di ettari di terreno. Un report dell’istituto internazionale di ricerca e difesa Transnational Institute (TNI), stima che nel 2050, per coprire tutto il fabbisogno energetico del Marocco e le esportazioni concordate, saranno necessari 95 milioni di metri cubi d’acqua. Non fosse che, secondo il World Resources Institute, il Marocco è ad alto rischio di stress idrico anche a causa dei cambiamenti climatici (nonostante il Paese abbia contribuito alle emissioni di gas serra totali dai combustibili fossili solo per lo 0,2% nel 2022). Questi progetti, quindi, rischiano in effetti di prosciugare le riserve di acqua prima che il paese riesca a beneficiarne. Gli investitori, consapevoli del rischio, hanno promesso che sarà messo in atto un piano di desalinizzazione dell’acqua di mare. Il che, secondo Greenpeace, solleverebbe ulteriori preoccupazioni. Le tecnologie di desalinizzazione dell’acqua, infatti, sono costose e ad alta intensità energetica, poiché alimentate solitamente da combustibili fossili. L’intenzione di rendere energeticamente pulito anche questo processo sembra esserci, anche se bisognerebbe attingere alla stessa energia verde che si vuole produrre con l’acqua desalinizzata. Per ora, però, è solo un’intenzione. Ciò che renderebbe necessario questo passaggio è l’impegno di Rabat di adottare fonti rinnovabili per la produzione del 52% della sua energia entro il 2030 e del 100% dell’energia entro il 2050. L’energia per alimentare i processi di desalinizzazione non è però l’unico problema, poiché essi possono anche causare gravi danni agli ecosistemi marini e costieri, sia per le sostanze tossiche che si riversano nel mare dopo il processo chimico, sia per gli scarichi di sale molto concentrato nelle acque. Infine, la deviazione delle risorse idriche per uso industriale e non civile rischierebbe di esacerbare l’instabilità sociale, in particolare nelle regioni in cui l’accesso all’acqua non è garantito.
Nemmeno il mercato del lavoro, secondo l’analisi di Greenpeace, ne gioverà in grande scala. «Le industrie delle multinazionali – si legge nel report – creano in genere un numero limitato di posti di lavoro per le comunità locali, in particolare quelle estrattive, che sono ad alta intensità di capitale e si affidano in larga misura a tecnologie e competenze straniere: macchinari molto efficienti e lavoratori/lavoratrici altamente qualificati/e». Un esempio menzionato dall’associazione ambientalista è quello dell’impianto solare Noor di Ouarzazate, in Marocco, uno dei più grandi del mondo. Il progetto ha generato 1.000 posti di lavoro per la sua costruzione, ma solo 60 posizioni sono poi rimaste permanenti per la gestione e la manutenzione dell’impianto.
«La forza lavoro locale è solitamente mal retribuita e precaria – continua Greenpeace – soggetta a pessime condizioni e misure di sicurezza inadeguate». Questo avviene, certo, anche per mancanza di ferrei controlli del paese ospitante, ma proprio per questo chi fa impresa non dovrebbe sfruttare a suo favore la precarietà del sistema legislativo o la corruzione locale. Anche perché esiste il diritto internazionale, che avrebbe più voce in capitolo di quello delle singole nazioni. Purtroppo, esistono metodi per sfuggire anche a questo. Per esempio, per le estrazioni di oro nel Burkina Faso le multinazionali che se ne occupavano dichiaravano guadagni inferiori, così da poter nascondere una parte dei loro processi estrattivi per poi vendere il ricavato di questi ultimi al mercato nero e sfuggire alle regole internazionali.
Il report di Greenpeace mette in guardia anche dal possibile sfruttamento di manodopera femminile e, dall’altro lato, dall’aumento degli oneri del ruolo di cura per le donne, il che acuirebbe le disuguaglianze di genere. Vi è poi il pericolo del fallimento troppo repentino dei mercati di sussistenza tradizionali, come la pesca e il turismo, ed esiste la possibilità che molte persone vengano sfollate per fare spazio alle nuove infrastrutture, specialmente le comunità indigene non protette o che vivono su terreni pubblici.
Il tutto per un’energia pulita destinata principalmente all’Europa. Greenpeace denuncia infatti l’irrealistico o comunque lontano obiettivo del supporto al Marocco nella sua transizione energetica grazie a questi impianti. Il report fa riferimento a recenti ricerche che rilevano «il rischio del perpetuarsi della “maledizione delle risorse” – la tendenza delle economie ricche di risorse a sottoperformare in termini di crescita economica e risultati di sviluppo – in Marocco attraverso lo sviluppo di energie rinnovabili destinate all’esportazione».
È successo anche in Repubblica Democratica del Congo (RDC), un paese ricchissimo di minerali come il cobalto, fondamentale per la costruzione di batterie. Le quali, oltre ad alimentare computer e cellulari, sono parte della transizione verde dei paesi occidentali. La RDC è stata presa d’assalto da multinazionali che promettevano di tradurre tale ricchezza mineraria in sviluppo sostenibile, produttività ed equità nella distribuzione dei guadagni. La RDC resta invece uno dei paesi più poveri al mondo. Come ha scritto Ornella Ordituro del Centro studi AMIStaDeS su Africarivista nel 2020 circa l’80% dei bambini e delle bambine congolesi erano coinvolti in gravi forme di sfruttamento per estrarre il cobalto.
Lo sfruttamento dei combustibili fossili
Una dinamica simile avviene anche per i “vecchi” combustibili fossili, ancora estratti dal continente africano e di cui ci si dimentica in questa ondata verde. In Egitto tra il 2022 e il 2023 gli investimenti esteri nel settore petrolifero e del gas, di cui il paese è ricco, sono ammontati a 5,6 miliardi di dollari. Il 60% di IDE (Investimenti Diretti Esteri) in Egitto proviene appunto dal settore oil&gas. Sicuramente l’esigenza è nata anche dalla chiusura dei rubinetti del gas russo in Europa. Il problema, però, risiede nelle false promesse ai Paesi ospitanti, nei danni ambientali e sociali che non vengono considerati e nelle ancora altissime richieste di combustibile dei paesi capitalisti dovute all’iperconsumismo. Comunque, ingolosito dai possibili guadagni, il governo egiziano sta puntando ad aumentare ulteriormente le esportazioni nei prossimi cinque anni per raggiungere i 145 miliardi di dollari all’anno di investimenti entro il 2030. Tra l’altro un paradosso se si pensa che il Paese soffre di carenze di carburante per i consumi interni.
La predominanza degli investimenti è quindi nel settore petrolifero e del gas, tanto che rappresentano circa il 60% dello stock totale di IDE. In più, sono diminuiti i deflussi (uscita di capitali da un paese), che ammontavano a 3 miliardi di dollari tra luglio e dicembre 2023/24 contro i 3,5 miliardi del periodo precedente. Parallelamente, gli investimenti europei nel Paese si concentrano sempre più sulla produzione di idrogeno verde, come il recente accordo da 40 miliardi di dollari su un progetto di idrogeno in Egitto. Questa energia, lo ribadiamo, è per la maggior parte destinata all’esportazione. Inoltre, questa dinamica di investimenti in rinnovabili accostati al crescente interesse per petrolio e gas fa sorgere non pochi interrogativi sul possibile “rebranding verde” di altri investimenti di tipo estrattivista. A pagarne, continuano ad essere le popolazioni locali. Le trivellazioni eccessive in Egitto stanno già contribuendo alla distruzione delle formazioni geologiche e alla contaminazione delle acque, come nell’area di Ras Ghareb. Qui il degrado ambientale ha portato a un incalcolabile aumento dei problemi di salute nella popolazione.
Anche l’associazione ReCommon nel recente report “Fiamme nascoste” denuncia il greenwashing di ENI in Mozambico. In particolare, gli impatti ambientali del Coral South FLNG, la prima piattaforma galleggiante di estrazione e liquefazione di gas in acque ultra-profonde. Si tratta di un processo di estrazione del gas non meno impattante di quello a terra, visto il rischio di gravi danni agli ecosistemi marini, ma sicuramente meno monitorabile. Ovviamente, ENI sul suo sito ha definito il progetto “un mix di tecnologia e sostenibilità. Un impianto galleggiante, innovativo e sostenibile, per la produzione di gas naturale liquefatto. Conveniente, compatibile con l’ambiente ed efficiente: sono molti i vantaggi dell’accesso al gas naturale liquefatto nei fondali marini […]. Questo metodo relativamente nuovo di estrazione del gas naturale comporta una necessità minore di lunghi gasdotti. Inoltre, consente di accedere a giacimenti precedentemente remoti e di velocizzare l’arrivo sul mercato dei prodotti». Afferma così come, in questo modo, il Mozambico contribuirà all’approvvigionamento di gas di tutto il mondo. In merito al progetto, il Presidente stesso del Mozambico Tadesse nutriva buone speranze: “Il Mozambico sarà il nuovo Qatar – ha dichiarato – Questo progetto contribuirà con 8 miliardi di dollari all’anno al Mozambico e aiuterà a raddoppiare il PIL del Paese nel prossimo paio d’anni”.
Le stime di ENI parlavano di 34 milioni di dollari di introiti per il Mozambico per il 2022, ma ReCommon ha svelato una realtà molto diversa. Nel 2023 ENI non ha rilasciato alcun dato sui pagamenti corrisposti al Mozambico, come richiesto dalla normativa UE. Così, a dicembre 2024, grazie alle pressioni dell’organizzazione non governativa mozambicana Centro de Integridade Pública (CIP) ENI ha pubblicato i dati: in due anni sono entrati zero dollari al fisco mozambicano. I costi ambientali, invece, sono stati e saranno altissimi. Infatti, oltre all’inquinamento acustico delle profondità marine e al rischio di contaminazioni, il progetto causerebbe un eccessivo fenomeno di flaring, ovvero la combustione del gas naturale in eccesso che non può essere immediatamente immagazzinato e trasportato. Secondo le stime di ReCommon basate su dati NASA, il giorno 13 gennaio 2024 per ogni ora ENI avrebbe bruciato tanto gas quanto una famiglia media italiana consuma in 8 anni e mezzo. Solo tra giugno e dicembre 2022 le operazioni di flaring di Coral South avrebbero sprecato 435.000 metri cubi di gas, equivalente a circa il 40% del fabbisogno annuo del Mozambico. Il quadro si completa con la sottostima, da parte di ENI, dei dati relativi alle emissioni per ottenere l’approvazione dei progetti. Secondo ReCommon sarebbero anche state modificate delle fotografie satellitari grazie all’Intelligenza Artificiale che avrebbero palesato l’eccessivo flaring degli impianti. Infine, ENI avrebbe dichiarato il falso sul numero di navi cariche di gas partite verso la costa e, quindi, sull’intensità delle estrazioni.
La solita logica colonialista
Insomma, l’estrazione di energia in Africa, verde o fossile che sia, segue ancora le vecchie dinamiche colonialiste dalle quali speravamo di esserci allontanati. Le risorse idriche ed energetiche vengono ancora considerate soltanto materie prime da esportare per alimentare la domanda di energia dell’Europa e dei paesi capitalisti, con scarsa attenzione per i bisogni fondamentali delle popolazioni locali o per la protezione degli ecosistemi fragili. Peraltro con l’aggravante che l’Africa è oggi uno dei continenti più vulnerabili ai cambiamenti climatici, ai quali ha contribuito molto poco. Anche l’esca che porta questi paesi ad agganciarsi inesorabilmente all’amo sembra quella di sempre: il progresso economico, questa volta accompagnato dalla ben più melodiosa locuzione “transizione verde”.
Il parallelismo è evidente, eppure non riusciamo a cambiare strategia. Forse perché, quando qualcosa fa comodo, i mezzi utilizzati per averlo perdono di importanza? Come concludono gli autori del report di Greenpeace, il Nord del mondo dovrebbe invece assumersi la responsabilità di ridurre i propri consumi e costruire il più possibile infrastrutture interne per la produzione di energia rinnovabile, senza continuare a esternalizzare i costi socio-ambientali della sua transizione energetica verso il Sud del mondo.



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