Come si forma una cultura del rischio: l’esempio di Barcellona
Grafiche di Giulia Boiani
Lo scorso anno in Italia, la crisi climatica ha mostrato due volti apparentemente opposti, ma che sappiamo in realtà essere strettamente legati. Al nord, alluvioni e allagamenti hanno causato danni diffusi specialmente in Emilia-Romagna e in Lombardia, mentre il centro-sud è stato colpito da una siccità estrema. La mancanza di piogge ha portato alcune regioni a prendere misure d’emergenza, in primis la Sicilia e la Sardegna. Secondo Legambiente, solo in Sicilia più di due milioni di persone hanno dovuto seguire un piano di razionamento dell’acqua, cosa che è toccata anche a molti abitanti di Sardegna e Calabria. In quest’ultima, nella città di Reggio Calabria è stato emanato il divieto di usare acqua potabile per scopi non essenziali, situazione resa ancor più grave da guasti al sistema idrico che hanno reso l’acqua non potabile in certe zone.
Cosa si cela dietro alla crisi idrica?
Le cause della crisi idrica italiana non riguardano solamente le condizioni climatiche sempre più aride, ma anche un sistema di infrastrutture idriche incapace di adattarsi a un clima che cambia. Infatti, l’Italia perde in media il 42% dell’acqua potabile a causa di falle nel sistema idrico, è il secondo paese europeo per consumo di acqua potabile pro capite, ed è tra i paesi europei con le tariffe dei servizi idrici più basse. In poche parole, non solo la crisi climatica sta compromettendo la disponibilità idrica del paese, ma anche le abitudini e le politiche legate al settore dell’acqua stanno rendendo questa situazione sempre più insostenibile.

Come già abbiamo spiegato in un precedente articolo, il soluzionismo tecnologico non è una reale soluzione al problema. Non saranno soltanto nuove macchine o tecnologie sempre più efficienti a salvarci dalla siccità; serve soprattutto un cambio culturale di come noi cittadine e cittadini ci approcciamo al consumo d’acqua. Questo cambiamento avviene non solo nella vita e nelle azioni quotidiane di ogni individuo, ma anche attraverso il dibattito pubblico e come il tema della crisi idrica viene affrontato.
Nonostante molti eventi climatici estremi prevedano una fase di “recupero”, come ad esempio le alluvioni o le ondate di calore, la situazione di siccità semi-permanente verso la quale ci stiamo dirigendo ci toglierà presto il lusso di un “ritorno alla normalità”. Non possiamo più pensare alla crisi idrica come a qualcosa di passeggero e intermittente, ma dobbiamo imparare ad adattarci e convivere con una scarsità d’acqua che diventerà la nuova normalità.
Come? Alcune città europee stanno già promuovendo abitudini e stili di vita che si rifanno alla “cultura del rischio”, ovvero ad una consapevolezza collettiva dei rischi ambientali a cui si è sottoposti, come la siccità, e delle azioni da adottare sia nella vita quotidiana sia in situazioni di crisi estrema.
Barcellona e la “grande siccità”: un nuovo approccio all’acqua
Barcellona è un caso emblematico di gestione urbana dell’acqua nel Mediterraneo. Da un lato, questa città rappresenta un laboratorio di studio per la siccità nel Sud Europa, dove è possibile osservare e analizzare gli effetti della crisi climatica sulle risorse d’acqua. Dall’altro, questa città è riuscita a promuovere una cultura del rischio idrico grazie a una combinazione di politiche mirate e disastri naturali. Infatti, nonostante Barcellona abbia investito fin dagli anni 80 nella preservazione delle risorse idriche locali e nella mitigazione dei rischi di alluvioni, il vero cambio di rotta è avvenuto dal 2008 in poi a causa della crisi idrica nota anche come la “gran sequìa” (grande siccità).
Il periodo più intenso di questa crisi fu tra il 2007 e il 2008, quando la zona metropolitana di Barcellona visse 650 giorni consecutivi di allerta siccità. Durante questo periodo, le autorità imposero sanzioni per migliaia di euro a chiunque non rispettasse le misure d’emergenza, e iniziarono a pianificare possibili interruzioni dell’erogazione di acqua potabile per uso domestico nel caso in cui le piogge fossero continuate a mancare. Queste misure lasciarono un segno nella memoria collettiva, a cui si aggiunsero le politiche locali introdotte dal comune.
Per prima cosa, il comune introdusse il “semàfor de la sequera” (semaforo della siccità), un sistema chiaro e accessibile che informa le cittadine e i cittadini sul livello delle riserve idriche e sull’eventuale stato di emergenza. Questo sistema prevede fasi che vanno da “0. Normalità” fino a “5. Emergenza” e “6. Ripresa”, ciascuna accompagnata da misure specifiche, consultabili facilmente online. In parallelo, in caso di emergenza il comune affigge manifesti per tutta la città per informare la popolazione sulla situazione di siccità e sull’importanza di un uso consapevole dell’acqua. Oltre a queste misure, l’amministrazione ha promosso iniziative di sensibilizzazione come “el valor del agua” (il valore dell’acqua), un ciclo di attività che mira a coinvolgere la cittadinanza sul tema dell’uso responsabile dell’acqua attraverso mostre, eventi, laboratori di cucina e molto altro.

Inoltre le bollette dell’acqua a Barcellona sono strutturate in base al consumo per incentivare un uso responsabile dell’acqua. Il prezzo finale delle bollette corrisponde infatti alla somma di una quota di servizio fissa, che varia in base all’infrastruttura abitativa, diverse tasse comunali e il consumo effettivo degli utenti. Quest’ultimo è tariffato a quattro fasce secondo una logica del più si consuma, più si paga al metro cubo d’acqua. Questo sistema non solo promuove un uso consapevole dell’acqua potabile, ma offre sconti sulle tasse comunali alle fasce più vulnerabili della popolazione, come i nuclei familiari più fragili, gli anziani e le persone con disabilità.
Cosa ci insegna l’esperienza di Barcellona?
Ad oggi Barcellona è una delle città europee più virtuose per quanto riguarda il consumo di acqua potabile, con una media pro capite di 106 litri al giorno contro la media europea di 144 litri. Queste cifre riflettono un calo di 29 litri al giorno pro capite rispetto al 2000, un risultato che si deve grazie alla popolazione, alle attività commerciali e alle autorità locali, che hanno realizzato i tagli al consumo maggiori. Questi dati sono in forte contrasto con la media italiana. Nel 2022, l’acqua erogata dalle reti comunali è stata in media di 214 litri al giorno pro capite a livello nazionale, mentre a livello urbano Milano è in testa con 358 litri di acqua erogata pro capite al giorno.

L’esempio di come la “grande siccità” abbia spinto il comune di Barcellona a investire, non solo nel miglioramento del sistema idrico, ma anche nella sensibilizzazione della popolazione sul valore dell’acqua e sul rischio di siccità, può offrire spunti ai comuni italiani su come affrontare le attuali e future crisi idriche e trasformarle in opportunità per sviluppare una nuova cultura del rischio.



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