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Comunità energetiche rinnovabili e autoconsumo collettivo per un’energia pulita e sociale 

Comunità energetiche rinnovabili e autoconsumo collettivo: per un’energia pulita e sociale

Le comunità energetiche sono cruciali nel processo di trasformazione dei sistemi energetici verso un’energia pulita, democratica e accessibile. Ma servono politiche, incentivi e una migliore cultura energetica.   

di Beatrice Ruggieri 

 

L’energia come diritto

Una transizione energetica che sia anche giusta e sostenibile richiede necessariamente un ripensamento profondo degli attuali sistemi energetici, bilanciando l’urgenza del cambiamento con la necessità di realizzarne uno equo. Ciò significa che, oltre a una progressiva sostituzione delle infrastrutture energetiche fossili con infrastrutture rinnovabili, occorre riflettere su modalità alternative di distribuzione e consumo di energia pulita, sperimentando forme innovative di produzione e gestione, più accessibili e al tempo stesso più democratiche.

 

Affinché l’obiettivo venga raggiunto, l’energia deve innanzitutto essere considerata un diritto inalienabile, formalmente ed esplicitamente riconosciuto al pari di diritti socio-economici come quello all’acqua o al cibo. La complessità del concetto di energia come diritto, tuttavia, ha dato vita a un acceso dibattito lo ha declinato come diritto all’elettricità o come diritto ai servizi che l’energia rende possibili quali riscaldamento, illuminazione, mobilità ecc. (Walker, 2013). Altra importante distinzione è quella tra il diritto all’accesso e il diritto all’utilizzo dell’energia, con particolare riferimento al bisogno di affrontare e alleviare il problema della povertà energetica attraverso nuove politiche energetiche.  

 

Comunità energetiche rinnovabili e autoconsumo collettivo: due proposte per innovare il mondo dell’energia

Di recente, diversi studi hanno messo in evidenza come, al di là di un riconoscimento formale del diritto all’energia, vi siano già alcune pratiche, più o meno consolidate, che fanno dell’energia un caposaldo intorno al quale costruire sistemi organizzativi, di gestione, trasmissione e uso aperti, orizzontali, democratici e solidali. Tra queste esperienze, quella delle comunità energetiche rinnovabili (CER) è una delle più interessanti

 

Una comunità energetica rinnovabile è definibile come “una coalizione di utenti che, tramite la volontaria adesione ad un contratto, collaborano con l’obiettivo di produrre, consumare e gestire l’energia attraverso uno più impianti energetici locali. Questo è un concetto ampio che identifica una varietà di esperienze comprendenti comunità di interessi e comunità di luogo che condividono lo sviluppo di un progetto per la produzione di energia rinnovabile e i benefici economici e sociali che ne derivano. Con le dovute distinzioni e differenze tra loro, le comunità energetiche sono tutte accomunate da uno stesso obiettivo: fornire energia rinnovabile a prezzi accessibili ai propri membri, piuttosto che dare la priorità al profitto economico come una società energetica tradizionale” (Barroco, Cappellaro, Palumbo, 2020).

 

 

Sebbene storicamente già diffuse in forma di cooperative energetiche in molti paesi dell’UE, dalla Danimarca (wind cooperatives stabilite intorno agli anni ’70) all’Italia (cooperative energetiche in Sud Tirolo), le comunità energetiche rinnovabili sono riconosciute oggi come veri e propri soggetti giuridici in seguito all’introduzione da parte della Commissione Europea della Renewable Energy Directive (RED II) nel 2018 (revisionata nel 2021) e del Clean Energy for all Europeans Package (2019).

 

Con il recepimento delle direttive europee, anche in Italia è stata introdotta nel 2020 la possibilità di costituire comunità energetiche nella forma di comunità many-to-many e gruppi di autoconsumo collettivo, composti solitamente da persone che vivono nello stesso condominio o edificio. A dicembre 2021, tale decreto è stato aggiornato con l’introduzione di alcune novità, tra cui l’ampliamento del perimetro delle comunità energetiche rinnovabili, passando dalla cabina secondaria a quella primaria, l’aumento della potenza massima di un singolo impianto (da 200 a 1000 kWp) e, infine, la diversificazione dei soggetti ammessi a far parte delle CER (non solo famiglie, PMI ed enti locali, ma anche enti religiosi, del terzo settore e di ricerca).

 

In attesa dei decreti di attuazione della normativa,  – in ritardo rispetto ai 180 giorni previsti dalla legge – la ricerca si sta concentrando sull’investigare il potenziale d’innovazione delle CER che, in Italia, si attestano attualmente intorno alle 100 unità – operative (35 unità), in progetto (41), in procinto di muovere i primi passi (24) – secondo la mappatura di Legambiente contenuta nel rapporto Comunità Rinnovabili 2022.

 

Tuttavia, Legambiente sottolinea anche che su queste cento unità solo sedici hanno completato l’iter di attivazione presso il GSE Gestore dei Servizi Energetici). Il numero, inoltre, scende vertiginosamente a tre unità se si considerano solo quelle che hanno ricevuto i primi incentivi. Con una crisi economica e sociale sempre più spaventosa, l’emanazione dei provvedimenti necessari a sbloccare l’iter burocratico che regola la costituzione e l’attivazione delle CER è quanto mai essenziale.

 

Stando ai recenti discorsi del governo appena insediatosi, però, tutto questo non sembra essere una priorità, facendo emergere ulteriori, preoccupanti allarmi per gli effetti economici, sociali ed ambientali avversi che le “nuove” politiche energetiche potranno scatenare. 

 

Comunità energetiche rinnovabili in Italia: una rivoluzione energetica?

Senza dubbio, l’introduzione a livello legislativo delle CER in Italia ha rappresentato un passo avanti notevole nell’accelerazione del processo di trasformazione di sistemi energetici dominati dalle fonti fossili, fortemente centralizzati e orientati al profitto di mega-utilities, verso sistemi rinnovabili, distribuiti, più equi e senza scopo di lucro.

 

Un esempio ben riuscito sul territorio nazionale è quello di Magliano Alpi (CN), un comune di 2000 abitanti che nel 2020 ha istituito la prima CER d’Italia dopo aver aderito al “Manifesto delle Comunità Energetiche per una centralità attiva del Cittadino nel nuovo mercato dell’Energia” promosso dall’Energy Center del Politecnico di Torino per porre attenzione sulla centralità della figura del cittadino-prosumer (produttore e consumatore) e su quella della comunità “come capacità di aggregazione a livello locale, per offrire servizi ai propri membri e portare benefici socio-economici alla comunità locale”, si legge sul loro sito.

 

Alla base della CER di Magliano Alpi vi è la volontà di costruire un nuovo modello di sviluppo territoriale a partire da un’energia di comunità, all’interno della quale la tecnologia riveste un ruolo fondamentale ma non esclusivo data la rilevanza della componente sociale come elemento chiave del successo di questo e altri progetti di CER.

 

Trattandosi di sistemi socio-tecnici, infatti, le CER devono necessariamente poter contare su una solida rete sociale, a sua volta sostenuta dal coinvolgimento di molteplici attori pubblici e privati interessati a una diversa governance dell’energia: la percezione generale è che “la transizione verso una produzione e un impiego sostenibile dell’energia passi anche e forse soprattutto attraverso l’attivazione della società civile, a livello di comunità locali o di gruppi di persone sparse sul territorio ma accomunate da una finalità condivisa” (Pellizzoni, 2018, p.19) spesso associata a “un incremento della coesione sociale, del senso di empowerment e dell’economia locale, e alla promozione dell’innovazione sociale” (Idem, p.22). 

 

Il valore sociale delle comunità energetiche e dei gruppi di autoconsumo collettivo, probabilmente la soluzione a più alto potenziale sul territorio nazionale poiché il 70% della popolazione vive in edifici condominiali (ANACI), è l’elemento che più contraddistingue questo tipo di innovazioni socio-tecniche. Entrambe le tipologie rappresentano sia un modo nuovo di organizzarsi attivamente sia un’opportunità per rendere più equo l’accesso e l’uso dell’energia, con vantaggi e benefici socio-economici per i relativi membri, specialmente per quelli meno abbienti ed esposti agli innumerevoli rischi della povertà energetica.

 

Con l’obiettivo di creare un’alleanza dal basso contro la povertà energetica e favorire così una transizione sociale ed ecologia giusta, Legambiente ha istituito la Rete delle Comunità Energetiche Rinnovabili e Solidali come supporto alla costruzione di un’infrastruttura tecnologia e sociale che dia priorità a comunità e territori contraddistinti da criticità socio-ambientali ed economiche. Una testimonianza del lavoro e dei valori del network è offerta dalla C.E.R.S. di Napoli Est, realizzata proprio come strumento di lotta alla povertà energetica attraverso un percorso condiviso che ha coinvolto circa 40 famiglie del quartiere di San Giovanni a Teduccio, protagoniste di una “rivoluzione energetica dal basso” che pone la solidarietà come nuovo valore fondativo.

 

Energia di comunità: criticità e nuovi orizzonti

La letteratura relativa all’energia di comunità, tuttavia, non è concorde sulla rappresentazione delle CER come panacea delle storture del mondo dell’energia. Se da un lato è bene sottolineare i vantaggi di questo modo alternativo di produzione e utilizzo dell’energia, dall’altro è importante dare spazio alla discussione sulle criticità che ancora permangono nella realizzazione delle CER così come nella loro gestione.

 

Tra queste occorre menzionare “la presenza di disuguaglianze ed esclusioni interne spesso sottaciute, il disinteresse per prospettive e interessi più ampi, il localismo difensivo. […] la presenza di dinamiche di potere, divisione, esclusione e oppressione” (Pellizzoni, 2018, p.24). Come ricordano Cloke, Mohr e Brown (2017), diversi progetti di energia di comunità nelle aree rurali di parte del Sud globale sono stati troppo spesso governati tramite un approccio top-down e tecnocentrico, limitando le possibilità di combattere realmente la povertà energetica e migliorare la qualità della vita.

 

In aggiunta, diverse critiche enfatizzano i rischi di una visione depoliticizzata dell’innovazione, ossia priva di conflitti, come se questa potesse svilupparsi senza mettere in discussione l’attuale ordine socio-economico e politico. Com’è però facilmente intuibile, l’idea di un’energia di comunità priva di una dimensione conflittuale perde inevitabilmente il suo potenziale trasformativo verso altri assetti economici, politici e sociali. Nuovi assetti fondati, tra le altre cose, su principi di democrazia energetica, di giustizia sociale e ambientale, di decrescita e no-profit in un’ottica di profonda riconfigurazione delle attuali relazioni socio-ecologiche. 

 

A tal proposito, alcune tra le più recenti esperienze italiane in fatto di comunità energetiche dimostrano che un tentativo di resistere, ripensare e riorganizzare i sistemi dell’energia che enfatizza l’importanza dell’indipendenza energetica e della giustizia energetica e sociale, esiste. Nonostante ciò, il rallentamento dell’attuazione della normativa a livello nazionale per il futuro sviluppo di nuovi progetti di CER e autoconsumo rappresenta un ostacolo significativo.

 

Inoltre, visto l’interesse di diversi big players alla realizzazione delle CER, anche il ruolo del mercato nel processo di decentralizzazione energetica necessita di essere compreso e definito quanto prima. Infine, a livello europeo, risulta difficile pensare che l’attivazione di nuovi soggetti nell’ambito della transizione energetica possa avvenire senza il potenziamento dei livelli di energy literacy attraverso investimenti cospicui nel settore dell’istruzione, dell’informazione così come della formazione di nuove figure professionali. 

 

Insomma, i nodi da sciogliere in relazione alla costituzione e al funzionamento delle CER in Italia sono ancora molti. Districare questa matassa, però, richiede innanzitutto definire meglio e insieme quali futuri energetici desideriamo, per chi li vogliamo, come pensiamo debbano essere governati e soprattutto da chi. Una sfida che si fa sempre più difficile soprattutto se si fanno i conti con una politica economica globale poco incline, nel profondo, a una reale messa in discussione dei suoi paradigmi di insostenibilità.

 

Bibliografia: 

Barroco, F., Cappellaro, F., Palumbo, C. (a cura di) (2020). Le comunità energetiche in Italia. Una guida per orientare i cittadini nel nuovo mercato dell’energia. GECO project (EIT Climate-Kic). 

Cloke, J., Mohr, A., Brown, E. (2017). Imagining renewable energy: Towards a social energy systems approach to community renewable energy projects in the Global south. Energy Research & Social Science, Vol.31, pp.263-272. 

Pellizzoni, L. (2018). Energia di comunità. Una ricognizione critica della letteratura. In Osti, G., Pellizzoni, L. (a cura di), Energia e innovazione tra flussi globali e circuiti locali. Trieste, EUT Edizioni Università di Trieste, pp.17-41. 

Walker, G. (2013). Inequality, sustainability and capability: locating justice in social practice. In Shove, E., Spurling, N. (Eds.), Sustainable Practices. London, Routledge, pp.181-196.

 

 

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  • Beatrice Ruggieri

    Beatrice, geografa, è una ricercatrice postdoc presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si occupa di crisi climatica, mobilità, politiche di adattamento e della transizione energetica.

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