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Conflitti armati: quale costo per clima e ambiente?

Conflitti armati: quale costo per clima e ambiente?

La guerra oltre a causare danni diretti a clima e ambiente, indebolisce le politiche di conservazione della natura.

di Sara Chinaglia, Lorenzo Maestripieri e Verdiana Fronza

illustrazione di Beatrice Maffei 

Il doppio legame tra guerra e cambiamento climatico

Che il cambiamento climatico sia uno dei maggiori rischi per la sicurezza globale è un fatto riconosciuto ormai da anni sia nel mondo accademico che in quello politico. Ma se la crisi climatica e la degradazione ambientale possono costituire concausa di conflitto, o contribuire a inasprire guerre già in atto, è vero anche il contrario. I conflitti armati generano infatti impatti negativi per clima e ambiente, anche se solitamente questi sono messi in ombra rispetto alle perdite umane ed economiche.

 

Analizzare gli impatti climatici e ambientali della guerra riveste un’importanza primaria nel contesto della crisi ecologica: basti pensare che nel 1991 un conflitto di media scala come la Guerra del Golfo fu responsabile del 2% delle emissioni di anidride carbonica mondiali. Purtroppo, la rilevanza di tale analisi non è condivisa nella comunità internazionale: l’Accordo di Parigi ha infatti lasciato libertà di scelta agli Stati nel riportare o meno le emissioni del proprio settore militare.

 

Questo vuol dire che, ad oggi, le emissioni legati ai conflitti e al settore militare non figurano negli obiettivi di riduzione delle emissioni e spesso non vengono nemmeno conteggiate, rendendo molto difficoltoso il compito di misurare le conseguenze climatiche dovute all’esistenza e al dispiego di forze militari. Nonostante ciò, questo rimane un esercizio necessario e urgente. In mancanza di un tracciamento comprensivo del costo ecologico di un conflitto, è utile tentare di elaborare una visione d’insieme attraverso alcuni esempi.

 

Il vero costo di una guerra

È forse la Guerra del Vietnam (1955-1975) la prima a far risaltare agli occhi del pubblico gli effetti devastanti dei conflitti sull’ambiente, dall’impatto degli esplosivi sulla flora e la fauna locali fino a quello degli erbicidi – utilizzati con il fine di distruggere foreste e campi causando danni ingenti all’ecosistema totale – su un decimo del territorio nazionale.

 

Ma i costi ambientali del settore militare iniziano ben prima che si inizi a sparare, e continuano oltre l’ultimo colpo. L’esistenza del settore militare richiede infatti un mantenimento anche in assenza di un vero e proprio conflitto armato. Ciò si traduce in continui finanziamenti statali che dirottano risorse da altri settori verso quello militare, e consumo di suolo per basi militari – di terra e mare -, e di risorse naturali come metalli rari, acqua, petrolio.

 

Per esempio, secondo uno studio del 2019, il consumo di idrocarburi dell’esercito statunitense avrebbe superato quello della maggior parte dei Paesi al mondo: se la forza militare statunitense fosse uno Stato, sarebbe infatti il 47° per emissioni globali. Nello stesso anno, l’impronta di carbonio degli eserciti Europei risultava equivalente a quella di 14 milioni di automobili.

 

Se poi pensiamo alle missioni militari ordinarie e a come queste possano essere già per definizione collegate all’estrazione e al controllo di fonti energetiche fossili, è facile aggiungere un altro tassello al mosaico. Un recente rapporto di Greenpeace ha evidenziato come, solo in Italia, oltre 2 miliardi di euro siano stati spesi per missioni militari in funzione (diretta o indiretta) dell’estrazione di fonti fossili.

 

Durante un conflitto, i danni ambientali proseguono e si fanno sempre più tangibili: consideriamo le conseguenze di azioni militari come, per esempio, i bombardamenti e gli attacchi con armi esplosive che possono causare incendi e danni infrastrutturali con conseguenti episodi di inquinamento, fra cui fuoriuscite di petrolio. Oppure all’aumento di attività di deforestazione, bracconaggio ed estrazione di risorse – per sussistenza o per alimentare ulteriormente il conflitto – che danneggiano ecosistemi già fragili.

 

Un report del Conflict and Environment Observatory ci offre un chiaro esempio tramite l’analisi di 7 paesi che hanno vissuto o stanno vivendo una situazione di conflitto. Considerando Myanmar, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan, Siria (conflitto in corso) e Colombia, Senegal, Vietnam (conflitto concluso), i dati mostrano che nel 2020 in questi paesi la deforestazione direttamente o indirettamente collegata ai conflitti ha avuto un incremento totale del 10%, per un totale di 3.2 milioni di ettari di foreste perdute.

 

La conseguenza? Un aumento delle emissioni di CO2 nell’ordine delle megatonnellate (1.1 Mt, il quadruplo delle emissioni del Regno Unito nello stesso periodo). E questo si traduce in importanti perdite di serbatoi di carbonio, diminuzione della biodiversità e dei servizi ecosistemici. La preoccupante situazione del Myanmar, per esempio, è dimostrata dalla cartina che illustra la perdita di foreste – in giallo, rosa e blu – avvenuta negli ultimi 20 anni nel Paese.

 

 

A contribuire all’impronta ambientale di una guerra sono anche i movimenti umani di massa che ne conseguono e che generano ulteriori pressioni ambientali tramite la dispersione di rifiuti, lo sfruttamento di risorse e l’inquinamento, soprattutto quando spostamenti e (re)insediamenti avvengono in un contesto emergenziale, di panico diffuso e senza un l’adeguato supporto logistico e gestionale, come spesso accade in situazioni di conflitto.

 

Oltre alle conseguenze del conflitto in sé, vanno considerati anche i mezzi utilizzati, progettati per essere veloci e resistenti, non certo ecologici. Se pensiamo che un carro armato come l’M1 Abrams viene soprannominato letteralmente “succhiabenzina” (dall’inglese gas guzzler), e gli aerei caccia possono arrivare a consumare anche 16.000 litri di carburante all’ora, diventa facile comprendere come sia possibile che durante l’operazione Desert Storm (1991) siano state generate e rilasciate ogni giorno in atmosfera 112.400 tonnellate di CO2, pari alle emissioni annuali di 20.800 cittadini italiani.

 

Infine, anche dopo la conclusione di un conflitto, rifiuti tossici e materiali di scarto possono rimanere a lungo disseminati nel territorio, causando un aggiuntivo inquinamento del suolo e delle falde acquifere, e compromettendo gli equilibri ecologici di interi ecosistemi. Allo stesso modo, mine antiuomo ed altri residuati bellici esplosivi sono un lascito pericoloso non solo per coloro che vivono in territori di post-bellici, ma anche per il territorio stesso, soggetto a ulteriori rischi di inquinamento.

 

I danni collaterali

Esiste una conseguenza indiretta dei conflitti armati, altrettanto importante: l’instabilità che può seguire a un periodo di guerra e l’assenza di una leadership (ambientale) forte possono diminuire l’efficacia di misure di conservazione della natura. È il caso della Colombia, che ha visto il tasso di deforestazione aumentare del 117% fra il 2013 e il 2018, i tre anni precedenti e successivi alla firma all’Accordo di pace fra il governo Colombiano e le guerrillas FARC-EP.

 

Purtroppo anche le ultime settimane di guerra conseguenti all’invasione russa dell’Ucraina sono l’ennesimo esempio dei danni che il conflitto armato può portare in termini ambientali. Dal momento che le risorse naturali costituiscono un elemento strategico fondamentale per entrambe le parti in conflitto, la distruzione e il danneggiamento di tutto ciò che ne permette l’utilizzo (dall’irrigazione alla produzione energetica) è parte costitutiva dello scontro, con le conseguenze che abbiamo visto sopra.

 

D’altro canto, il contesto di continua emergenza che si associa alla guerra influisce anche sulla politica dei Paesi che non sono direttamente investiti nel conflitto: in tempi di crisi l’ambizione ambientale si riduce regolarmente, anche in contesti virtuosi come quello europeo. Il circolo vizioso rischia dunque di generare tensioni crescenti, con politiche volte a tamponare le falle sociali ed economiche nel breve periodo senza badare alle conseguenze ambientali che aggravano ulteriormente la situazione climatica globale e ci condannano nel prossimo futuro. Una cartina al tornasole di questo è la spaventosa ipotesi di un ritorno al carbone in Italia, per far fronte alla nuova crisi energetica.

 

Tutto ciò costituisce una ragione in più per vedere la crisi climatica come una crisi di sistema, che può essere risolta soltanto con un approccio intersezionale volto a rispondere contemporaneamente alle necessità sociali, ambientali ed economiche della popolazione globale. E lo faccia con la modalità più efficace di tutte: attraverso la pace.

 

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  • Verdiana Fronza

    Verdiana è attualmente in Perù per un servizio civile presso la FAO, dove segue progetti di sviluppo rurale e azione climatica. In passato si è occupata di politiche europee e sistemi alimentari.

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