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Il pericoloso nesso tra urban sprawl, consumo di suolo e cambiamento climatico

Il pericoloso nesso tra urban sprawl, consumo di suolo e cambiamento climatico

Traducibile con suburbanizzazione o “città espansa”, l’urban sprawl sta ponendo non pochi problemi nella gestione delle città. Le sue ricadute ambientali, sociali ed economiche, sebbene non immediatamente evidenti, possono avere impatti significativi e preoccupanti se non correttamente gestiti.

di Sara Chinaglia

Urbanizzazione e urban sprawl: due facce della stessa medaglia

Le città sono il motore della crescita economica, serbatoi di occupazione, innovazione e aggregazione sociale, nonché importanti attori nella lotta contro il cambiamento climatico. A riprova della loro crescente rilevanza in campo economico, basta pensare che alcune di esse producono un PIL superiore rispetto ad alcune nazioni. Ne è un esempio, il PIL della città di Tokyo nel 2020 (1,52 trilioni di dollari), che superava di gran lunga quello dell’intera Olanda nello stesso anno (912 miliardi di $). Un’ulteriore prova è che ad oggi l’80% del PIL mondiale viene generato proprio nelle città (World Cities Report, 2016).

 

Inoltre, si stima che più del 70% della popolazione mondiale vivrà in città nel prossimo futuro (ONU). Date queste premesse, possiamo tranquillamente affermare che le conseguenze di un’urbanizzazione incontrollata potrebbero essere letteralmente “esplosive” per l’ambiente e l’ecosistema che le circonda. In questi casi si parla infatti di urban sprawl, ovvero uno sviluppo urbano alternativo che si caratterizza per una “esplosione” incontrollata della città verso l’esterno.

 

Cos’è l’urban sprawl?

L’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) nel 2006 l’ha definito come un modello di espansione delle grandi aree urbane caratterizzato da bassa densità demografica, a scapito delle aree agricole. Insomma, l’avverarsi dell’incubo di Pentesilea delle Città Invisibili di Calvino, la città senza inizio e senza fine, dove “sono ore che avanzi e non ti è chiaro se sei già in mezzo alla città o ancora fuori”.

 

Consumo suolo

Vista aerea della città di Cape Coral, Florida. Fonte: The Guardian

 

Questo tipo di città viene spesso considerata una realtà statunitense. La sua nascita ha sicuramente radici oltreoceano, ma si sta tuttavia presentando in modo importante anche in Europa. Infatti, secondo l’high-income world metropolitan areas index (indice che mostra la composizione delle città nelle aree metropolitane ad alto reddito), dagli anni ’50 la crescita della popolazione residente nelle periferie è stata incredibilmente alta. Se negli USA questa è aumentata del 91,6%, nell’Europa occidentale è aumentata del 113%. Ma quali sono le cause?

 

Contrariamente a ciò che si potrebbe pensare l’urban sprawl può verificarsi anche in assenza di un aumento demografico. Il fenomeno è infatti aumentato anche in regioni con una popolazione in decrescita (è il caso della Germania dell’Est dove nonostante dal 1950 ad oggi ci sia stato un calo della popolazione del 12%, lo sprawl continua ad aumentare). Ci sono altre cause, dunque, più complesse ed eterogenee, alla base del fenomeno. L’aumento della ricchezza a seguito del boom economico, ad esempio, ha spinto verso un modello di consumismo il cui fine ultimo era la conquista di uno stile di vita agiato e prestigioso, che spesso trovava rappresentazione in una grande casa unifamiliare con giardino, e lontano dal caos delle metropoli. Inoltre, oggi sempre più persone scelgono di vivere da sole (nel 2015 in Europa il 14,4% della popolazione viveva da sola, contro il 13,5% del 2010). Infine, anche la politica locale può favorire lo sprawl, qualora renda conveniente e vantaggioso l’acquisto di terreni in periferia e il costruirvi una casa, o, più in generale, quando i piani urbanistici (specie in merito al consumo di suolo) non sono particolarmente severi.

 

Gli effetti dello sprawl sono difficilmente percepibili nel breve periodo e possono quindi continuare propagarsi silenziosamente per molto tempo. Infatti, mentre le conseguenze di un disastro ambientale sono evidenti nell’immediato, la costruzione di semplici case in periferia può risultare a lungo del tutto innocua. Il tema dell’urban sprawl ha infatti dovuto aspettare il 2006 per entrare finalmente nel dibattito europeo grazie ad un report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (Urban Sprawl – the ignored challenge) nel quale viene dettagliatamente analizzato il fenomeno e si raccomanda un attento monitoraggio del consumo di suolo e degli impatti socioeconomici ed ambientali, che potrebbero rivelarsi catastrofici nel lungo periodo

 

Le ricadute ambientali dell’urban sprawl

La principale ricaduta ambientale dell’urban sprawl è l’eccessivo consumo di suolo che può avvenire attraverso l’impermeabilizzazione (in seguito alla copertura con materiali impermeabili artificiali come il cemento), attraverso la rimozione totale del suolo (causata dall’escavazione), o attraverso fenomeni come la compattazione o contaminazione (causati, ad esempio, dal passaggio di mezzi di trasporto o dalla presenza di depositi permanenti). Il ritmo al quale questi fenomeni potrebbero propagarsi, è già abbastanza allarmante.

 

Secondo i dati raccolti dall’AEA, infatti, solo nel periodo dal 2006 al 2012 in Europa sono stati urbanizzati più di 600 mila ettari di suolo, pari a più di 850.000 campi da calcio. Il tipo terreno utilizzato come base per questa espansione è prevalentemente agricolo, in quanto generalmente più conveniente, ben drenato e tipicamente situato in superfici pianeggianti e adatte allo sviluppo urbano. Nel periodo 2000-2006, il 46% della terra urbanizzata in Europa era in origine terreno agricolo. “Una volta qui era tutta campagna” non è più una frase di circostanza. Ma c’è di più: per la generazione del suolo possono essere necessari dai 1.000 ai 30.000 anni, rendendolo a tutti gli effetti una risorsa non rinnovabile.

 

Insomma, si sta usando troppo suolo, il suolo sbagliato e nel modo sbagliato. In una prospettiva di crescita della popolazione urbana, di eventi climatici estremi sempre più frequenti e violenti e di necessità di ridurre le emissioni di CO2, scegliere di sottrarre suolo destinabile alla produzione di cibo, al contenimento del dissesto idrogeologico, e alla preziosa funzione di serbatoio di carbonio a favore dell’espansione urbana è una scelta estremamente pericolosa. Inoltre, il consumo di suolo incontrollato è anche indissolubilmente legato al cambiamento climatico. Questo perché Il suolo in condizioni naturali fornisce numerosi servizi cosiddetti ecosistemici.

 

Permette infatti di produrre cibo, regola il clima e la qualità dell’acqua, mitiga i fenomeni idrologici estremi, facilita il controllo dell’erosione e della decomposizione della materia organica. È anche un serbatoio di carbonio, ha un ruolo centrale nel mantenere e conservare la biodiversità e funge da habitat per flora e fauna (ISPRA). In breve, tante funzioni preziose concentrate in una risorsa così vulnerabile, potenzialmente a rischio se consumata in modo incontrollato ed irresponsabile. 

 

Ma il consumo di suolo è solo la punta dell’iceberg, che porta al generarsi di ulteriori effetti a cascata, a loro volta estremamente dannosi nella lotta al cambiamento climatico Lo sprawl genera infatti isole di calore, inefficienza energetica, aumento dei trasporti (a causa della creazione di nuove distanze) che non si limita solamente agli spostamenti privati, ma coinvolge anche le reti di trasporto pubblico e altri servizi come la raccolta di rifiuti, portando ad un conseguente aumento delle emissioni di C02.

 

Lo sprawl toglie spazio agli ecosistemi, riduce sensibilmente la flora locale e confina la fauna ad aree sempre più ristrette danneggiando irrimediabilmente la biodiversità. I danni coinvolgono anche le risorse idriche, inquinate dall’abrasione degli pneumatici, dalla polvere e da alte concentrazioni di metalli pesanti che le acque piovane trasportano. Completano il cerchio l’inquinamento sonoro e luminoso e un generale peggioramento della qualità dell’aria.

 

In conclusione, lo sprawl è l’ennesimo effetto collaterale del nostro imperativo nel perseguire uno sviluppo urbano incontrollato, accontentando esigenze di espansione nell’utilizzo di risorse, energie e spazi sempre più incompatibili con uno sviluppo sostenibile. La buona notizia è che esistono soluzioni per fermarlo. Politiche mirate alla riqualificazione e all’ efficientamento energetico di spazi dismessi e/o già esistenti rappresentano infatti uno scudo all’allargamento sistemico delle città. Oltretutto, il monitoraggio costante del consumo di suolo e delle variabili socio economiche considerate “sintomi” di urban sprawl (ad esempio l’incremento della domanda di materie prime o di acquisto di automobili), consentiranno di intervenire tempestivamente e di fungere da guida per le future politiche urbane.

 

È però necessario che la tematica dello sviluppo urbano divenga presto una priorità nel dibattito politico, soprattutto in un’epoca segnata dalla pandemia da Covid-19 che ha rimesso in discussione tematiche come la qualità della vita e le necessità di contatto con la natura sempre più difficili da soddisfare per chi vive in città. Se l’urban sprawl continua inesorabilmente la sua avanzata, potrebbe mandare in fumo gli sforzi di adattamento e mitigazione al cambiamento climatico delle città, generando nuovi problemi e necessità di nuove (e costose) soluzioni.

 

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