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Il Paradosso della COP 28

Il Paradosso della COP 28

Tra conflitti di interesse e ricerca di soluzioni sostenibili: un’analisi critica della presenza dei rappresentanti dell’industria dei combustibili fossili alla conferenza sul clima

 

di Stefano Cisternino

Illustrazione di Dada Goffredo

 

Nel cuore del dibattito globale sul cambiamento climatico, la COP 28 si è trasformata in un crocevia di controversie e paradossi. La presenza record di lobbisti dei combustibili fossili, con quasi 2500 lobbisti accreditati, ha acceso un dibattito e sollevato interrogativi fondamentali sulla natura e l’efficacia delle negoziazioni climatiche internazionali. 

 

La COP 28, ospitata dagli Emirati Arabi Uniti ricchi di petrolio, ha visto un incremento significativo della partecipazione complessiva, superando gli 80.000 partecipanti, rendendo l’edizione di quest’anno la più grande mai tenuta. Gli Emirati Arabi Uniti non hanno nascosto il loro piano di includere gli interessi dei combustibili fossili, una mossa che ha suscitato preoccupazioni e dibattiti.

 

Le nuove regole delle Nazioni Unite hanno facilitato il controllo degli osservatori sui partecipanti. Per la prima volta i partecipanti alla COP 28 hanno dovuto fornire informazioni sul loro datore di lavoro e sulla loro relazione – finanziaria o altrimenti – con l’entità che richiede l’accreditamento per loro conto. Questo ha reso le comparazioni con gli anni precedenti più complesse, ma il gruppo ombrello delle ONG Kick Big Polluters Out (KBPO) ha rilevato che le 2.456 persone legate agli interessi dei combustibili fossili, identificate da un elenco provvisorio di partecipanti, erano circa quattro volte il numero di pass concessi a questi gruppi nei colloqui dell’anno scorso a Sharm El-Sheikh.

 

Secondo KBPO, la Francia ha portato il capo del suo gigante dei combustibili fossili TotalEnergies, l’Italia ha incluso un team dell’ENI, mentre l’Unione Europea ha portato dipendenti di giganti petroliferi come BP ed ExxonMobil. Nel frattempo, l’International Emissions Trading Association (IETA) con sede a Ginevra ha portato 116 persone, inclusi rappresentanti di Shell e della norvegese Equinor.

 

“Si pensa davvero che Shell, Chevron o ExxonMobil stiano inviando lobbisti per osservare passivamente questi colloqui?” ha detto Alexia Leclercq, co-fondatrice dell’ONG Start:Empowerment. “La presenza velenosa dei Grandi Inquinatori ci ha rallentato per anni, impedendoci di avanzare nei percorsi necessari per mantenere i combustibili fossili nel sottosuolo” ha aggiunto.

 

Le negoziazioni della COP 28, tenutesi durante quello che è ampiamente previsto essere l’anno più caldo mai registrato, sono state avvolte in polemiche fin dalla nomina di Sultan Al Jaber, capo della compagnia petrolifera di stato degli UAE, a presidente dei colloqui sul clima. Lunedì Jaber ha insistito sul fatto che rispetta la scienza climatica dopo essere stato criticato per un video trapelato in cui metteva in discussione la scienza sui combustibili fossili.

 

Questo fenomeno solleva interrogativi fondamentali sulla struttura e sull’efficacia delle conferenze sul clima delle Nazioni Unite. In particolare, ha messo in discussione la capacità di queste conferenze di operare come forum imparziali e orientati all’azione, dove le decisioni sono prese nell’interesse della lotta globale contro il cambiamento climatico, piuttosto che essere influenzate da interessi economici specifici. Inoltre, ha evidenziato la necessità di una maggiore trasparenza e responsabilità in termini di chi viene ammesso a queste conferenze e quale ruolo possono svolgere. Specialmente quando gli interessi rappresentati potrebbero essere in conflitto con gli obiettivi dell’evento stesso.

 




La reazione dei presenti

La partecipazione di un numero senza precedenti di rappresentanti dell’industria dei combustibili fossili – un aumento del 400% rispetto all’anno precedente, secondo Tzeporah Berman, presidente del Trattato di Non Proliferazione dei Combustibili Fossili – ha sollevato un’allarmante bandiera rossa. Questo fenomeno ha suscitato indignazione, in particolare tra i gruppi ambientalisti e i rappresentanti dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici. La Climate Action Network, ad esempio, ha evidenziato come il numero di questi lobbisti superasse quello dei delegati dei dieci paesi più vulnerabili al clima combinati. 

 

Il paragone fatto da alcuni attivisti, che equiparano la presenza di questi lobbisti a “portare piromani a una convenzione di pompieri”, non è solo retorico, ma sottolinea un conflitto di interessi fondamentale. Questa situazione solleva la domanda: possono coloro che hanno tratto profitto dall’industria dei combustibili fossili essere parte della soluzione al cambiamento climatico?

 

D’altra parte, l’industria dei combustibili fossili sostiene il proprio ruolo nel dialogo sul clima, argomentando la necessità di una transizione graduale e realistica verso fonti di energia più pulite. Sottolineano la loro crescente investitura in tecnologie rinnovabili e iniziative di riduzione delle emissioni. Tuttavia, questa posizione è spesso vista con scetticismo dagli ambientalisti, che la considerano una tattica dilatoria per mantenere lo status quo.

La presenza di questi lobbisti a COP 28 non è l’unico elemento di preoccupazione.

 

Inoltre, c’è un ulteriore questione spinosa è quella della rappresentanza equa. La sottorappresentazione dei delegati indigeni e dei paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici a COP 28 solleva interrogativi sulla giustizia climatica e sull’equità nella governance globale del clima. Questo squilibrio di potere è evidente anche nella capacità di influenzare le decisioni e le politiche, dove spesso le voci più colpite dai cambiamenti climatici sono quelle meno ascoltate.

 

I leader indigeni, riuniti sotto l’egida del Forum Internazionale dei Popoli Indigeni sul Cambiamento Climatico (IIPFCC), hanno sollecitato i negoziatori della COP 28 a concentrarsi sulla prevenzione delle perdite e dei danni e sulla riduzione drastica delle emissioni di gas serra. Il cambiamento climatico minaccia gli ecosistemi indigeni, la sicurezza alimentare, le basi di conoscenza e i modi di vita, rendendo l’azione rapida per ridurre le emissioni una questione di vita o di morte.

 

Emissioni globali di CO: nuovo Record 

La conferenza si è svolta sullo sfondo di un aumento delle emissioni globali di CO₂ dai combustibili fossili, che, secondo il Global Carbon Project, sono previste in crescita dell’1,1% nel 2023 rispetto al 2022. Le emissioni globali di CO₂ stanno raggiungendo un livello record quest’anno: sono previste 36,8 miliardi di tonnellate metriche nel 2023. 

 

L’incremento è stato guidato principalmente da India e Cina, con la Cina che ha visto un aumento a causa della riapertura dell’economia dopo i lockdown per il COVID-19, mentre in India la domanda di energia è cresciuta più velocemente della capacità di energia rinnovabile del paese, lasciando i combustibili fossili a colmare il deficit.

 

Questi dati sono particolarmente allarmanti, considerando gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e la crescente frequenza di eventi climatici estremi. L’aumento delle emissioni allontana ulteriormente il mondo dall’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi Celsius sopra i livelli preindustriali, un obiettivo chiave dell’Accordo di Parigi. “Ora sembra inevitabile che supereremo l’obiettivo di 1,5°C dell’Accordo di Parigi” ha affermato il professor Pierre Friedlingstein dell’Università di Exeter, che ha guidato la ricerca.

 

Il Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC) ha affermato che le emissioni mondiali devono diminuire del 43% entro il 2030 per rimanere entro il limite di 1,5°C. Tuttavia, le emissioni sono aumentate negli ultimi anni, con un breve calo durante la pandemia di COVID-19, ma ora sono tornate a livelli superiori del 1,4% rispetto ai livelli pre-COVID.

 

La Cina produce il 31% delle emissioni globali di CO₂ da combustibili fossili. Ma la ricerca del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) con sede a Helsinki ha suggerito che le emissioni di gas serra della Cina potrebbero iniziare a diminuire “strutturalmente” già dal prossimo anno grazie a installazioni record di energia rinnovabile. 

 

Nonostante questi dati allarmanti, ci sono stati alcuni segnali positivi. Le emissioni negli Stati Uniti e nell’Unione Europea sono in calo, in parte grazie alla chiusura di centrali a carbone. Complessivamente, 26 paesi che rappresentano il 28% delle emissioni mondiali sono ora in una tendenza al ribasso, la maggior parte dei quali in Europa.

 

Queste informazioni sottolineano la complessità e l’urgenza della situazione climatica globale, in cui la presenza massiccia di lobbisti dei combustibili fossili alla COP 28 rappresenta non solo un conflitto di interessi, ma anche un ostacolo potenziale al progresso necessario per affrontare efficacemente il cambiamento climatico. La necessità di tagli rapidi nelle emissioni di combustibili fossili per mantenere vivo anche l’obiettivo di 2°C è più urgente che mai, e la COP 28 si trova al centro di questo cruciale dibattito globale.

 

Conclusione

In conclusione, la COP 28 si è rivelata un microcosmo delle sfide e delle complessità che caratterizzano la lotta globale contro il cambiamento climatico. La presenza massiccia di lobbisti dei combustibili fossili non solo solleva interrogativi sulla legittimità e l’efficacia delle negoziazioni climatiche, ma sottolinea anche la necessità di un approccio più equilibrato e trasparente. È fondamentale che le future conferenze sul clima riflettano una rappresentanza più equa e una maggiore attenzione alle voci dei paesi e delle comunità più colpite dai cambiamenti climatici. Solo così possiamo sperare di raggiungere soluzioni veramente efficaci e giuste per la crisi climatica globale.

 

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