COP28 articolo-2

COP28: Rivoluzione verde o Perdita Irreversibile?

COP28: Rivoluzione verde o Perdita Irreversibile?

Dal Green New Deal all’Adattamento Resiliente, cosa attendere dalla Conferenza

di Stefano Cisternino

grafiche di Cecilia Brugnoli

 

La Conferenza delle Parti, o COP, è un appuntamento annuale che si è affermato come un momento cruciale nella lotta al cambiamento climatico, unendo paesi di tutto il mondo sotto l’egida delle Nazioni Unite. Con l’avvicinarsi di COP 28, che si terrà a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre 2023, si percepisce un’atmosfera di aspettative crescenti e l’urgenza di una svolta decisiva.

 

Questa COP sarà particolarmente significativa, in quanto si terrà in una regione che è tradizionalmente associata all’estrazione e alla produzione di petrolio. La scelta di Dubai come città ospitante evidenzia un notevole paradosso.Gli Emirati Arabi Uniti, nonostante la loro economia fortemente dipendente dai combustibili fossili, si trovano tra i paesi con il livello di emissioni complessivo e, soprattutto, pro capite, più alto al mondo. Questo dato costituisce un contesto fondamentale per comprendere la controversia che circonda la scelta di Dubai come sede della COP 28. Ancor più significativo è il fatto che il presidente della conferenza, Ahmed Al Jabber, rivesta anche il ruolo di capo della Abu Dhabi National Oil Corporation, una delle principali aziende fossili al mondo.

 

Tuttavia, la decisione di ospitare la COP 28 a Dubai potrebbe anche essere vista come simbolo di una possibile transizione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno ambizioni di diventare un hub di innovazione per le energie rinnovabili e hanno annunciato l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. Questa scelta geografica non rappresenta solo una dichiarazione di intenti, ma un appello all’azione per le economie basate sulle risorse fossili affinché intraprendano un percorso simile.

 

Questioni aperte

La COP 28 si preannuncia un campo di battaglia terminologico, in particolare tra la spinta dell’Unione Europea verso un “phase out” dei combustibili fossili “unabated” – quelli non catturati dai sistemi di cattura e stoccaggio – e altri paesi che sostengono un approccio di “phase down”, che implica una riduzione dei combustibili fossili piuttosto che una cessazione completa. Questa lotta linguistica non è solo retorica ma centrale per gli impegni concreti che saranno pattuiti negli accordi finali.

 

Inoltre, un tema che richiederà grande attenzione è il finanziamento per il danno, un concetto che mira a riconoscere e compensare le perdite subite dai paesi più vulnerabili a causa del cambiamento climatico. Questo argomento, spesso fonte di tensione tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo, sarà probabilmente al centro di intensi dibattiti e negoziazioni. 

 

Innanzitutto, vi è una profonda disuguaglianza tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo in termini di responsabilità storica nelle emissioni di gas serra. I paesi industrializzati hanno contribuito in modo significativo al cambiamento climatico, mentre le nazioni in via di sviluppo sono spesso le più colpite. Di conseguenza, i paesi in via di sviluppo insistono affinché i paesi sviluppati forniscano finanziamenti significativi per compensare i danni subiti, riconoscendo così la loro responsabilità storica.

 

 

Inoltre, vi è una divergenza di opinioni sulla natura del finanziamento. Mentre alcuni paesi sviluppati, come gli Stati Uniti, preferiscono contributi volontari al fondo per il danno, i paesi in via di sviluppo cercano impegni più solidi e obbligatori per garantire finanziamenti adeguati.

 

La decisione di ospitare il fondo per il danno presso la Banca Mondiale ha sollevato preoccupazioni, poiché alcuni ritengono che l’istituzione potrebbe non essere la custode più adeguata, data la sua storia e il suo modello di finanziamento basato su prestiti invece che su sovvenzioni. Questa questione ha sollevato interrogativi sulla giustizia del processo decisionale e sulla distribuzione dei finanziamenti.

 

Infine, la terminologia utilizzata nelle discussioni è importante. L’evitare l’uso del termine “compensazione” e la preferenza per parole come “solidarietà” riflettono le sfide nel definire chiaramente le responsabilità finanziarie dei paesi.

 

La COP 28 fungerà anche da punto di verifica per gli impegni presi nell’ambito dell’Accordo di Parigi. L’ambizioso obiettivo di limitare l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali, con un target più severo di 1,5 gradi, appare sempre più sfuggente. Si prevede, inoltre, che i negoziati sul clima saranno influenzati dalle tensioni geopolitiche in Ucraina e in Medio Oriente, sottolineando l’interazione complessa tra obiettivi ambientali e politica internazionale.

 

Infine, altro punto critico di contesa sarà il fondo per il “loss and damage“, un meccanismo istituito nel 2009 per aiutare i paesi più colpiti dalle crisi climatiche. Sebbene il fondo sia stato un tema caldo già durante la COP 27, attualmente i progressi su questa iniziativa sono stati scarsi, e la COP 28 presenta un’opportunità per affrontare questa carenza.

 

Un Passo Avanti per la Giustizia Climatica

La lotta per il riconoscimento del “Loss and Damage” ha una lunga storia, specialmente tra i membri dell’Alleanza dei Piccoli Stati Insulari, che per decenni hanno chiesto attenzione e azioni concrete. La loro persistenza ha portato alla creazione del Meccanismo Internazionale di Varsavia durante le negoziazioni UNFCCC, enfatizzando l’importanza di riconoscere e rispondere ai bisogni dei “most affected people and areas” (MaPa).

 

Durante le riunioni preliminari alla COP 28, i delegati dei vari stati partecipanti hanno raggiunto un accordo in merito all’approvazione del fondo “Loss and Damage”. Questo sviluppo, che è emerso dopo intense negoziazioni ad Abu Dhabi, segna un progresso tangibile nel percorso verso la giustizia climatica. Con il sostegno delle Nazioni Unite, il fondo è stato concepito per fornire risorse finanziarie ai Paesi più vulnerabili alle devastazioni del cambiamento climatico, una mossa che molti vedono come un atto di responsabilità e solidarietà da parte delle nazioni più sviluppate.

 

 

Nell’ottica dell’Accordo di Parigi del 2015, le nazioni sviluppate si sono impegnate a sostenere quelle meno abbienti nella lotta contro gli effetti del riscaldamento globale. Il fondo “Loss and Damage” è un’incarnazione di quell’impegno, concepito per affrontare non solo le emergenze attuali ma anche quelle future, distribuendo risorse in maniera più equa e riconoscendo le responsabilità storiche delle nazioni più industrializzate.

 

Nonostante la mancanza di cifre precise sul plafond del fondo, c’è la speranza che possa espandersi fino a raggiungere centinaia di miliardi di dollari. Questa ambizione sottolinea la riconoscenza della comunità internazionale verso la gravità e l’urgenza delle questioni climatiche. La Banca Mondiale è l’istituzione scelta per gestire il fondo. Ma non sarà un compito facile in quanto dovrà navigare tra le complessità della raccolta di fondi, coinvolgendo attori globali come gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Regno Unito.

 

La formalizzazione del fondo “Loss and Damage” rappresenta un passo significativo verso l’equità climatica. Tuttavia resta ancora da vedere come i dettagli verranno affrontati, quali saranno i Paesi donatori e quali saranno i Paesi destinatari dei primi finanziamenti. Ma una cosa è chiara: l’approvazione del fondo è un riconoscimento che il cambiamento climatico è una crisi globale che richiede una risposta globale, equa e solidale.

 

L’idea di un fondo separato per il “Loss and Damage” riflette la crescente consapevolezza che gli effetti del cambiamento climatico sono molteplici e che richiedono soluzioni finanziarie variegate. 

 

La COP di quest’anno sarà quindi più di un semplice incontro diplomatico. È fondamentale che diventi un catalizzatore di azioni concrete, di ambizioni elevate e di mobilitazione di risorse finanziarie e tecnologiche. La sfida è imponente: bilanciare le esigenze di sviluppo economico con l’imperativo di proteggere il pianeta. Il mondo guarderà a Dubai con la speranza che questo vertice possa segnare l’inizio di una nuova fase nella storia degli sforzi globali contro il cambiamento climatico, una fase in cui l’azione collettiva si traduca in risultati concreti per un futuro più sostenibile.

 

 

Il tempo stringe e il mondo è chiamato a un cambio di passo, a un’azione con una diversa consapevolezza che trascenda gli interessi individuali a favore di un benessere collettivo. La risposta che il mondo darà a Dubai, e nei giorni che condurranno alla conferenza, sarà determinante per il futuro delle nuove generazioni, per la salute del nostro pianeta e per la resilienza delle nostre società davanti ai cambiamenti in atto. La comunità internazionale si trova di fronte a una scelta cruciale: agire ora e insieme, o rischiare di perdere la battaglia contro le crisi ambientali che ci stanno rapidamente superando.

Duegradi vive anche grazie al contributo di sostenitori e sostenitrici. Sostieni anche tu l’informazione indipendente e di qualità sulla crisi climatica, resa in un linguaggio accessibile. Avrai contenuti extra ed entrerai in una community che parteciperà alla stesura del piano editoriale.

Add a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *