I tre pilastri perduti delle COP: scienza, multilateralismo e partecipazione della società civile
Grafiche di Viola Madau
“È assurdo che proprio chi ha fatto nascere le COP, gli scienziati e la società civile, si trovi ora ai margini del processo e conti meno dei lobbisti del fossile e della carne industriale”.
C’è un po’ di esagerazione, ma anche tanto di vero, in affermazioni come questa, che ho sentito parecchie volte nei lunghi corridoi coperti di moquette dello Stadio Olimpico di Baku.
La COP29 dello scorso novembre, che chiude la tripletta di conferenze sul clima in petrostati autoritari – Egitto, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian –, ha dimostrato in modo inequivocabile che il processo ONU è andato parzialmente fuori rotta. Le COP, come ha chiesto il Club di Roma – una delle ong più autorevoli e antiche impegnata sullo studio e sul contrasto del cambiamento climatico – durante gli scorsi negoziati, vanno riformate. Hanno perso credibilità di fronte all’opinione pubblica internazionale, ma sono anche diventate dei processi difficili da gestire, faticosi e inefficaci per gli stessi addetti ai lavori.
Da dove ripartire dunque? È stato proposto di aumentare il numero di negoziati intermedi, ridurre il numero di eventi collaterali durante le conferenze, coinvolgere altre figure politiche, come i ministri dell’economia e delle finanze, oltre a quelli dell’ambiente. Prima di tutto, però, forse serve rimettere al centro i pilastri fondamentali su cui si reggono le COP: la scienza, il multilateralismo e il ruolo della società civile.

Il padiglione dell’IPCC è il più piccolo di tutti
L’IPCC, ovvero il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, è nato nel 1988, molto tempo prima della conferenza sul clima numero uno, COP1, tenutasi nel 1995. Si tratta di un gruppo di scienziate e scienziati climatici che si riuniscono con regolarità per condividere le loro ultime ricerche sul clima che cambia. Il tutto non per l’interesse della loro bandiera politica o nazionale, bensì di tutto il mondo. Il frutto del loro lavoro è una serie di rapporti oggettivi e disinteressati, che chiarificano la situazione climatica corrente, facendo luce anche su alcune problematiche altrimenti invisibili ai più. Pensiamo per esempio all’acidificazione dei mari, all’inquinamento da metano o alle nanoplastiche negli organismi. Non solo, nei rapporti troviamo raccomandazioni per risolvere i problemi legati al clima a livello ambientale, economico e sociale. Insomma, l’IPCC è uno straordinario esempio di cooperazione umana per una giusta causa.
A ragione, quindi, i rapporti dell’IPCC dovevano essere le linee guida fondamentali per i dibattiti sul clima tra i governi, che oggi chiamiamo COP. Ormai, però, il gruppo deve sbracciare per farsi notare e si trova a dover costantemente ribadire che l’unico modo per contenere l’aumento delle temperature è rinunciare quanto prima a bruciare petrolio, gas e carbone.
La perdita di centralità dell’IPCC è dovuta anche alla presenza sempre più massiccia alle COP di lobbisti di compagnie di combustibili fossili. I quali, vedendosi minacciati dalle COP stesse, hanno deciso di approfittare di questi incontri per portare avanti i propri affari. Alla COP26 i lobbisti erano circa 500, alla Cop27 erano 636, alla Cop28 dell’anno scorso il numero è salito vertiginosamente a 2.456. Quest’anno a Baku, secondo Kick Big Polluters Out (KBPO), erano 1.773.
Va da sé che le decisioni finali non sono più il frutto di un’attenta lettura dei report IPCC, bensì di negoziazioni che spesso soddisfino gli interessi personali delle lobby. Dopodiché, tali risoluzioni verranno dipinte di verde e presentate al pubblico. Come conseguenza, scienziati e scienziate non saranno più molto impegnati a proporre nuove e fattibili soluzioni per la crisi climatica, ma si ritroveranno da capo, ripetendo concetti basilari, noti ormai dagli anni ’60. In un articolo del loro sito, pubblicato prima della COP29, si sottolineava come la partecipazione dell’IPCC a incontri ed eventi sarebbe stata massiccia e importante. Cosa che dovrebbe essere normale e scontata, senza bisogno di rassicurazioni.
Invece, alcuni paesi, tra cui l’Arabia Saudita, ha tentato di sminuire il lavoro dell’IPCC e di discostarsi dall’impegno di abbandonare gradualmente le fonti fossili. E ancora, a Baku un gruppo di 93 scienziate e scienziati climatici e una serie di organizzazioni del settore hanno sentito la necessità di firmare e diffondere un appello in cui viene chiesto di fermare la disinformazione e il negazionismo dilagante sui social media, anche per lo zampino delle compagnie del fossile. Alla stessa necessità risponde la richiesta, firmata in occasione della campagna Clean the Cop, con cui si chiede che vengano resi noti i criteri coi quali si concedono accrediti governativi per partecipare alle negoziazioni sul clima, di smettere di facilitare la presenza di rappresentanti di grandi inquinatori alle Cop sul clima e di promuovere scelte in linea con le indicazioni della scienza, non con i piani industriali delle imprese petrolifere.
Intanto, tra risoluzioni finanziarie insufficienti e poca rappresentanza di paesi più colpiti dalla crisi climatica, non sono state menzionate misure concrete sulla diminuzione dei combustibili fossili, complice la Presidenza del Paese ospitante, l’Azerbaigian, che fonda il 90% del suo export sulla vendita di gas naturale e petrolio.

C’è ancora spazio per il multilateralismo?
Non si può non menzionare il secondo pilastro delle COP, che sta crollando sotto al peso delle lobby del fossile: il multilateralismo. La definizione ampia, data dall’Onu, è la seguente:
Adesione a un progetto politico comune basato sul rispetto di un sistema condiviso di norme e valori, come la solidarietà. Le regole sono collettivamente sviluppate e i membri hanno gli stessi diritti e obblighi. Lo scopo è sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni e di cooperare nella risoluzione dei problemi rispettando la parità dei diritti e l’autodeterminazione dei popoli.
In uno scenario globale con due fronti di guerra al limite di un’espansione mondiale, il dilagare di idee nazionaliste che promuovono gli interessi individuali di singoli paesi e la crisi climatica sta mostrando il suo volto più crudo, queste parole sembrano un’utopia. Invece, c’è stato un tempo in cui questo modo di gestire i rapporti internazionali stava (per qualcuno) funzionando. Secondo il Servizio Diplomatico dell’Unione Europea, il multilateralismo ha portato al più lungo periodo di pace, stabilità e sviluppo umano a livello mondiale.
Adesso, però, sembra essere in crisi. Forse perché lo “sviluppo” non ha interessato la maggior parte dei paesi del mondo, ma solo i pochi che partecipavano attivamente alle decisioni multilaterali? Come conferma l’Istituto per gli Studi delle Politiche Internazionali (ISPI), il multilateralismo “richiama un mondo guidato politicamente ed economicamente da Stati Uniti ed Europa, i quali per questo si arrogavano il diritto di dettare gli standard di normalità a tutti gli altri”. Quel prestigio e quello sviluppo, infatti, avevano un costo: l’accelerazione della crisi climatica, unitamente all’esclusione e, anzi, allo sfruttamento, di altri paesi e popolazioni, oltre che dell’ambiente.
Pensiamo al mercato delle fonti fossili, che ha lasciato a bocca asciutta alcuni paesi che ne sono ricchi, come ad esempio il Venezuela, il quale, ingolosito dalle offerte estere per l’acquisto del suo petrolio, ha basato la quasi totalità della sua economia sulla sua esportazione, cadendo in una crisi senza precedenti non appena l’oro nero ha perso valore. In aggiunta, la corruzione dilagante nel paese Latinoamericano non ha aiutato a prevenire la crisi. Non si può poi non citare la proliferazione, in Occidente, delle multinazionali di cibo e vestiti, che sì danno lavoro a milioni di persone, ma basano il loro successo sullo sfruttamento delle popolazioni e delle risorse dei paesi a basso reddito.
Tuttavia, dopo che il blocco occidentale si è uniformato nelle norme e nei valori, “è avvenuto un radicale mutamento della distribuzione del potere e del prestigio internazionale a favore di Paesi quali la Cina, l’India e la Russia (ISPI). Inevitabilmente, sono riemerse differenze di interessi, di esperienze e di valori. In più, gli USA, scorgendo l’imminente perdita della corona, stanno smettendo di investire nel multilateralismo, come dimostra l’intenzione del neo-presidente Donald Trump di sfilarsi (di nuovo) dall’accordo di Parigi.
Josep Borrell, ex Vicepresidente della Commissione, ha confermato la necessità di rafforzare i partenariati, “perché non possiamo essere multilateralisti da soli”. La sua idea è in linea il cosiddetto “multilateralismo dal basso” o “inclusivo”, che auspica una maggiore collaborazione con le organizzazioni regionali europee (OSCE), con l’Unione africana (UA) con la Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici (CELAC) e l’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN).
Ma, come sostiene la scienziata politica, giornalista e attivista Martina Micciché, il termine “inclusione” può essere pericoloso, poiché presuppone che qualcuno con un certo potere decida se, quando e chi “includere” nel suo cerchio. Forse è per questo che, nonostante alle COP ormai partecipino anche Paesi che non hanno mai avuto grande potere decisionale, chi tira realmente le redini delle negoziazioni sono sempre gli stessi. Anzi, la COP29 è stata poco più che un palcoscenico su cui sfoggiare le quote di paesi non industrializzati. I più alti rappresentanti dei maggiori paesi inquinanti, invece, non erano presenti. Tra questi citiamo lo statunitense Biden, il canadese Trudeau, il cinese Xi Jinping, quello russo Putin, il cancelliere tedesco Sholz, la più alta carica francese Macron e la presidente della Commissione Europea Von der Leyen.
Alla fine una decisione è stata presa, ma i paesi più vulnerabili hanno lamentato di non essere stati consultati. I paesi con più incidenza nella crisi climatica dovranno infatti versare 300 miliardi di dollari annui ai paesi in via di sviluppo per far fronte agli effetti della crisi climatica e sostenere la transizione energetica. La somma necessaria per raggiungere questi obiettivi, però, sarebbe molto più alta: 1.300 miliardi di dollari. Payam Akhavan, avvocato della Commissione dei piccoli stati insulari sui cambiamenti climatici e il diritto internazionale ha affermato che “il processo COP è finora fallito, perché i maggiori inquinatori, invece di fare ciò che è necessario per la comune sopravvivenza, stanno letteralmente gettando benzina sul fuoco”.
“Questo non è solo un fallimento; è un tradimento”, ha dichiarato il Least Developed Countries Group on Climate Change, un’organizzazione che unisce i 47 paesi più vulnerabili al cambiamento climatico come Bangladesh, Haiti, Sudan, Etiopia. Ha aggiunto poi che “il totale rifiuto delle esigenze dei paesi in via di sviluppo erode la fragile fiducia che sostiene questi negoziati”. Il verdetto finale è di Laura Paddison, giornalista climatica alla CNN: “In un contesto di sconvolgimenti geopolitici, tra cui l’elezione di un negazionista del cambiamento climatico negli Stati Uniti, Baku potrebbe essere ricordata come l’inizio della fine dell’azione multilaterale per il clima”.
In effetti, con la rielezione di Trump, ci sarà sicuramente un ritorno ai rapporti internazionali bilaterali, divisivi e competitivi, che vedono la Cina come il maggior avversario degli USA. Esattamente l’opposto di quello che il multilateralismo si prefigge di fare, ovvero unire le comunità per far fronte a problemi comuni. D’altra parte, anche coloro che si ritengono più inclusivi, come la ex candidata alla casa bianca Harris, rilancerebbero il multilateralismo solo come strumento per ripristinare la leadership occidentale a guida statunitense. Frans Timmermans, ex vicepresidente esecutivo della Commissione europea, durante il Festival per lo sviluppo sostenibile a Milano, ha ricordato che “La politica ambientale dovrebbe essere sia di destra sia di sinistra. Se ne facciamo una guerra culturale, perdiamo tutti e tutte”.

Come sta cambiando il ruolo dell’attivismo climatico alle COP
L’altra colonna portante per la soluzione alla crisi climatica è la partecipazione delle persone. Per il terzo anno di seguito la COP è stata ospitata da un Paese non democratico, che reprime sistematicamente la libertà di espressione e il dissenso. Anche sul tema climatico. In Azerbaigian la famiglia Aliyev – prima il padre Heydar, ora il figlio Ilham – è al potere dal 1993. La stampa indipendente è quasi inesistente; le poche testate superstiti lavorano dall’estero. Nei mesi precedenti alla COP il governo ha comunque condotto un’ulteriore stretta sui media e sulle organizzazioni non governative, che Human Rights Watch ha denunciato nel report “Cerchiamo di rimanere invisibili”.
Manifestare pacificamente, a Baku, è del tutto impossibile, per cui la partecipazione della società civile ai negoziati sul clima è stata possibile solo negli spazi posti sotto il diretto controllo delle Nazioni Unite. Soltanto chi aveva un accredito ONU, di conseguenza, ha potuto seguire e provare a portare le proprie istanze al summit mondiale; fuori dai padiglioni allestiti tutto attorno allo Stadio Olimpico di Baku la COP, fatta eccezione per qualche cartellone pubblicitario, non è neppure esistita.
Attiviste e attivisti, tuttavia, hanno denunciato una crescente limitazione della partecipazione anche all’interno dello stesso perimetro ONU. Complice l’organizzazione degli spazi, infatti, quest’anno la tradizionale marcia per il clima della società civile non si è potuta svolgere nemmeno all’interno della COP. La grande marcia di Glasgow del 2021, a cui parteciparono oltre 100 mila persone, è un ricordo lontano. Ma a Baku abbiamo rimpianto anche la manifestazione che, pur con tutte le restrizioni previste dal codice di condotta che regola le conferenze – niente bandiere nazionali, niente riferimenti espliciti ad aziende e Paesi, i messaggi sui cartelloni devono essere preventivamente comunicati e approvati – era comunque stato possibile condurre a Dubai. Molti attivisti, inoltre, hanno denunciato di essere stati fotografati e filmati durante piccole azioni di protesta legalmente svolte negli spazi consentiti, molto probabilmente per poter essere identificati e schedati. La presidenza azera ha respinto l’accusa.
In questo contesto problematico, una parte della società civile presente a Baku sembra aver deciso di cambiare strategia. Molte ong e movimenti ambientalisti hanno assunto una posizione più aggressiva, passando all’attacco diretto e talvolta mirato di Paesi e politici decisivi per l’andamento dei negoziati. È successo per esempio all’inviato statunitense per il clima John Podesta, che è stato cacciato da un’area di riunione con canti di “vergogna” intonati da un gruppo di attivisti. In parallelo, le ong hanno fatto fronte comune per supportare alcuni dei Paesi in via di sviluppo più vulnerabili agli impatti del cambiamento climatico, fornendo loro consulenza e spingendoli a rifiutare degli accordi al ribasso. Così, nella plenaria finale, quando tutti i Paesi hanno accettato il testo sulla finanza climatica che fissa a 300 miliardi di dollari all’anno il contributo da parte dei Paesi sviluppati a favore dei Paesi in via di sviluppo, gli oratori di diversi Stati che si sono espressi contro l’accordo sono stati molto applauditi dalla società civile presente.
Nel quadro della crescente polarizzazione e radicalizzazione dello scontro sulla questione climatica, dentro e fuori dalle COP, l’attivismo conflittuale potrebbe diventare la nuova norma. Se da un lato, infatti, la voce della scienza e dei movimenti sociali e ambientali viene sovrastata da quella delle lobby dell’industria fossile, e se, dall’altro, sempre più spesso vengono messi in dubbio i principi fondamentali su cui dovrebbe fondarsi l’azione internazionale per il clima – il principio 10 della Dichiarazione di Rio, secondo cui “le questioni ambientali sono gestite al meglio con la partecipazione di tutti i cittadini interessati”; la Convenzione di Aarhus sull’informazione e sulla partecipazione del pubblico ai processi decisionali in materia ambientale, ratificata, tra l’altro, dallo stesso Azerbaigian; l’articolo 6 della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici, che riconosce il valore della partecipazione pubblica per affrontare la sfida climatica –, alla società civile spetta il compito di rivendicare il proprio ruolo nella governance climatica, cercando nuove alleanze e sperimentando strategie più radicali di advocacy e lobbismo.
*Viola Ducati ha partecipato alla COP29 come observer grazie al progetto “Racconta il clima alla COP29” promosso dall’Associazione Viracao&Jangada e dall’Agenzia Provinciale per la Protezione dell’Ambiente della Provincia Autonoma di Trento.




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