ILLUSTRAZIONE-06

COP28: neocolonialismo e razzismo climatico

COP28: neocolonialismo e razzismo climatico

Quando puntiamo un dito contro qualcuno ce ne sono tre che puntano verso di noi

 

Nel labirinto della crisi climatica, le comunità indigene emergono come figure chiave, custodi di saggezza ancestrale e di biodiversità, eppure rimangono sottorappresentate e marginalizzate. La COP28 ha tentato di dare spazio a queste comunità, ma l’ombra del “razzismo climatico” ha reso evidente che il riconoscimento formale è lontano dall’essere sufficiente per una vera giustizia climatica.

 

Il concetto di razzismo climatico, come illustrato da esperti ambientali come Mark Watts (Executive Director of C40 Cities) e Vanessa Pallucchi (Vicepresidente nazionale di Legambiente), evidenzia l’intricata connessione tra la crisi climatica e le disuguaglianze razziali, sociali ed economiche. Queste disuguaglianze si manifestano in modo più acuto nelle comunità indigene, che, nonostante la minima contribuzione all’inquinamento globale, sono tra le più colpite dagli effetti devastanti del cambiamento climatico.

 

Le voci dei popoli indigeni e delle comunità locali hanno risuonato nei corridoi della COP28, nelle sessioni di apertura, in numerosi panel e eventi collaterali. Eppure il vertice di Dubai, sebbene nella terza giornata tematica abbia riconosciuto l’importanza di queste comunità, ha lasciato irrisolte molte sfide. 

 

Come sottolineato da Sarah Hanson del International Indigenous Peoples Forum on Climate Change (IIPFCC), nonostante la presenza visibile dei leader e dei giovani indigeni all’evento, per un totale di oltre 300 delegati, i loro diritti e le loro conoscenze sono stati relegati ai margini nelle negoziazioni. Hanson ha criticato il modo in cui i diritti indigeni sono stati trattati solo come opportunità fotografiche, piuttosto che essere riconosciuti e inclusi in modo significativo nel processo decisionale. 

 

Inoltre, la scelta di privilegiare tecnologie costose e in gran parte inefficaci, come la cattura e lo stoccaggio del carbonio, ha aperto la strada a ulteriori sfruttamenti delle loro terre. Questo, come ha rilevato Hindou Ibrahim, delegato del Ciad, si traduce in un permesso alle aziende di costruire infrastrutture e estrarre minerali senza salvaguardie adeguate per le terre e le comunità indigene.

 

La crisi climatica è un problema globale. Tuttavia ha un effetto incontestabilmente più distruttivo e evidente sulle comunità che vivono nel Sud del mondo, le quali hanno meno risorse per adattarsi o rispondere alle catastrofi naturali. Inoltre, gli attivisti ambientali di queste aree del pianeta sono tra le vittime principali di forme di violenza psicofisica.Un’indagine del 2023 ha rilevato che quasi 2.000 attivisti sono stati uccisi nell’ultimo decennio per i loro sforzi di protezione del pianeta, molti dei quali appartenenti a comunità indigene che cercano di preservare il loro patrimonio ecologico. La maggior parte delle uccisioni di “difensori della terra” registrate nel 2022 è avvenuta in America Latina, rendendo  questo continente il luogo più pericoloso per la difesa dell’ambiente.

 

Sebbene la riduzione (o di fatto l’eliminazione) delle emissioni e la produzione “verde” siano misure necessarie, si tratta di un cerotto su una ferita che ha alla base una crisi capitalistica coloniale. Questa crisi ha radici e conseguenze razziste, che dobbiamo affrontare per ottenere una vera giustizia climatica. 

 

Come si diceva, le comunità impoverite del Sud globale sono senza dubbio le più colpite dalla crisi climatica. Tuttavia anche le minoranze in Europa sono colpite in modo specifico e sproporzionato. Dalle comunità rom in tutta Europa, agli indigeni Sámi nel Nord Europa e ai rifugiati nelle isole greche, le minoranze sono sempre più esposte al riscaldamento delle temperature, ai cambiamenti dei modelli meteorologici, alla biodiversità e ad altri esempi di alterazione del clima.  

 

La storia europea del capitalismo, sostenuta dal razzismo e facilitata dagli Stati e dalle grandi imprese, l’ha resa inevitabilmente (neo)coloniale. Il (neo)colonialismo e il capitalismo sono compagni di letto. 

 

 

La Borsa di Amsterdam, una delle prime al mondo, ospitava le azioni della Compagnia Olandese delle Indie Orientali e della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, le due prime società pubbliche dell’epoca. Queste società facevano parte di quel progetto fondamentalmente estrattivo che è il colonialismo. L’obiettivo è occupare ed estrarre ricchezza, risorse e lavoro da una regione al di fuori della propria, e il capitalismo forniva e continua a fornire il quadro economico per farlo. Il (neo)colonialismo è sostenuto dal razzismo e dalla supremazia bianca; la creazione di una gerarchia razziale con in cima i bianchi giustifica lo sfruttamento delle comunità sottostanti. 

 

Il capitalismo come sistema politico, sociale ed economico ha permesso l’accumulo di ricchezza e profitto per gli europei bianchi e ricchi a spese dei loro sudditi coloniali. Il suddetto sfruttamento ha assunto molte forme nel corso della storia: dalla schiavitù e dal lavoro indentitario – o dallo sfruttamento del lavoro e delle vite dei neri e delle persone di colore, all’appropriazione delle terre e delle risorse indigene a scopo di lucro – fino alle pratiche di agro-business non regolamentate e alla creazione di militari neocoloniali per agire sulle nazioni precedentemente colonizzate.

 

Le comunità devono affrontare le battute d’arresto dovute a questo dominio della produzione di conoscenza e dell’estrazione di ricchezza. Continuano ad avere poca sovranità sulle loro terre e subiscono nuove forme di colonialismo propagate dagli Stati nazionali e dalle imprese, come il mantenimento del sistema finanziario globale come strumento per l’estrazione di ricchezza a beneficio del Nord globale, l’estrazione di petrolio e di metalli di terre rare e lo sfruttamento delle politiche estere. 

 

I danni causati dal capitalismo (neo)coloniale sono esacerbati e rafforzati dal collasso climatico. Prendiamo la Martinica e la Guadalupa: a queste isole delle Antille francesi è stata negata ogni parvenza di economia locale a causa della schiavitù e dell’utilizzo dei terreni per le colture da reddito come la canna da zucchero e le banane da esportare in Europa. Non c’è da stupirsi che queste isole non possano permettersi di rinforzare le loro case contro gli uragani, né di pagare le riparazioni e le ricostruzioni necessarie in seguito a questi ultimi. Alcuni hanno definito questo fenomeno violenza climatica, altri più specificamente razzismo climatico. Entrambe le definizioni si basano sulla ricerca e l’attivismo contro il razzismo ambientale, un concetto utilizzato per la prima volta negli Stati Uniti negli anni Ottanta. Identificare questa esperienza come razzismo specifico e mirato è importante per comprenderla e combatterla. 

 

È chiaro che la crisi climatica non può essere separata dalle sue radici (neo)coloniali e dal suo impatto razzista. Naturalmente, anche il patriarcato e molte altre forme di oppressione sono implicite nella crisi climatica e nelle sue conseguenze. La COP28 ha aperto un dialogo, ma ha anche mostrato come il cammino verso la giustizia climatica sia ancora lungo e tortuoso. È necessaria una politica che restituisca alle popolazioni indigene la capacità di autodeterminazione, riconoscendo e integrando le loro voci nelle strategie globali di lotta al cambiamento climatico. Solo allora potremo sperare di affrontare efficacemente la crisi climatica, garantendo che nessuna comunità, soprattutto quelle che hanno protetto il nostro pianeta per secoli, venga lasciata indietro. Sarebbe il caso che incominciassimo a guardare con entrambi i “nostri occhi” a questo problema. 

 

Two eyed Seeing

Il concetto di “Two-Eyed Seeing” è stato sviluppato da Albert Marshall, un anziano della comunità Mi’kmaq, e si riferisce all’idea di vedere con “due occhi”: uno che utilizza le conoscenze indigene e l’altro che si avvale delle scienze occidentali. Questo approccio è cruciale per comprendere meglio le sfide poste dal cambiamento climatico, in particolare quelle che riguardano le comunità indigene. 

 

Un esempio notevole è il modo in cui gli Inuit nell’Artico monitorano i cambiamenti climatici, osservando variazioni nei modelli migratori e nelle condizioni del ghiaccio marino. A tal proposito è rilevante il lavoro di Emma Street, Ph.D. studentessa presso l’Università di Victoria, il quale riflette un importante cambiamento nel campo della ricerca climatica, mettendo in evidenza come la conoscenza indigena possa fornire intuizioni cruciali sui cambiamenti climatici nell’Artico. Collaborando con le comunità di Tuktoyaktuk e Ulukhaktok, Street ha raccolto dati e testimonianze preziose sulle conseguenze del degrado del permafrost, rivelando impatti significativi sulla vita quotidiana e le infrastrutture di queste comunità.

 

Le pratiche agricole indigene come la rotazione delle colture e l’agroforestazione mostrano come le conoscenze tradizionali possano migliorare la biodiversità e la sostenibilità degli ecosistemi. Le aree protette gestite dalle comunità indigene spesso presentano una biodiversità più elevata rispetto a quelle gestite con metodi occidentali. Le comunità indigene sono inoltre responsabili della protezione di oltre l’80% della biodiversità globale. 

La preservazione di questa biodiversità, e il riconoscimento del contributo necessario delle comunità indigene, sono essenziali nella lotta contro il cambiamento climatico. Ignorare queste voci non solo perpetua le ingiustizie storiche, ma impedisce anche lo sviluppo di soluzioni efficaci e sostenibili al cambiamento climatico. La collaborazione tra scienza occidentale e sapere indigeno, come promosso dal “Two-Eyed Seeing”, non solo arricchisce la nostra comprensione del clima, ma combatte anche il razzismo climatico, promuovendo un dialogo più inclusivo e rappresentativo.

 

L’Artico e i Sami

Le realtà e le esperienze delle comunità indigene nel mondo sono spesso cancellate dalla storia e dalla memoria collettiva..  Il riscaldamento dell’Artico è quasi due volte più veloce della media globale e le conseguenze di questo sconvolgimento climatico sono visibili e gravi.I Sámi e gli Inuit che vivono nella regione artica o nelle sue vicinanze sono quindi enormemente esposti ai rischi e alle conseguenze di questo fenomeno. A ciò si aggiungono le gravi conseguenze dell’estrazione mineraria nella regione di elementi terrestri rari, una risorsa importante necessaria per l’economia “verde” sempre più guidata dalla tecnologia in Europa. 

 

Le comunità indigene della regione artica stanno quindi già affrontando la dura realtà dello sconvolgimento climatico. Le notizie sull’Artico e sui cambiamenti climatici spesso raccontano questa regione come un paesaggio incontaminato ed esente dall’opera dell’uomo: una sorta di terra nullius. Questa narrazione problematica mina attivamente il fatto che la regione artica è terra indigena e perpetua l’idea che il paesaggio artico sia libero di essere appropriato e sfruttato dal miglior offerente. Sentiamo parlare dello scioglimento della calotta glaciale e del permafrost e dei metalli rari appena scoperti, per i quali le varie società minerarie e gli Stati nazionali sono in fibrillazione. Le comunità indigene sono spesso escluse da questa conversazione.

 

Questo tipi di narrativa é radicato in secoli di pratiche (neo)coloniali che miravano a cancellare le culture e le realtà indigene. In Europa, questo è certamente vero per i Sámi. Tale cancellazione legittima l’estrazione di risorse da queste regioni e rende invisibili i profondi impatti dello sconvolgimento climatico sui popoli Sámi e Inuit. 

 

Le pratiche e le dinamiche (neo)coloniali perdurano. Secondo le statistiche pubblicate nel Carbon Majors, un rapporto del 2017 pubblicato dal Carbon Disclosure Project, solo 100 compagnie energetiche sono state responsabili del 71% di tutte le emissioni industriali. Così, mentre le comunità indigene di tutto il mondo hanno contribuito poco, se non nulla, allo sconvolgimento del clima, esse subiscono per prime le conseguenze dell’aumento delle emissioni, della perdita di fauna e di vegetazione selvatica. Questa perdita, così come la corruzione del clima, possono essere viste come il risultato del (neo)colonialismo; l’asservimento, lo sfruttamento e il sacrificio non solo delle persone, ma anche della natura. 

 

Ad aggravare questa distruzione, lo Stato e le imprese si impegnano inoltre in pratiche (neo)coloniali, assumendo il controllo delle terre indigene per la costruzione di parchi eolici e per l’estrazione di metalli rari e uranio. Questi progetti sono spesso presentati come “verdi”, ma seguono il modello estrattivo e di sfruttamento che il capitalismo (neo)coloniale ha stabilito. Tali progetti sono noti come progetti estrattivisti, che sottraggono grandi quantità di risorse naturali, in particolare per il guadagno di capitale e l’esportazione.

 

Il neocolonialismo: un processo storico di alterazione del clima

La storia del (neo)colonialismo è specifica per ogni Paese, ma alcuni Paesi scandinavi hanno storicamente imposto l’assimilazione culturale, compreso il divieto di parlare la lingua Sámi e di cantare la musica tradizionale. In Norvegia, i bambini Sámi sono stati mandati in collegi di rieducazione dove hanno imparato la lingua e le norme della popolazione norvegese. Ci sono chiari parallelismi con il colonialismo  che si è verificato in quelli che oggi sono conosciuti come Stati Uniti. Questo processo è proseguito con l’alterazione del clima. 

 

Progetti estrattivisti e (neo)coloniali:  A peggiorare le cose, negli ultimi anni si è assistito a un crescente interesse da parte delle grandi imprese per le risorse naturali delle terre Sámi, in nome dell’industria e dell’economia “verde”. Ad esempio, i parchi eolici costruiti su centinaia di chilometri di terra Sámi, che occupano sezioni significative di pascoli di renne, hanno serie implicazioni per i mezzi di sussistenza e i modi di vita dei Sámi. 

 

Un altro esempio chiave è la pratica estrattiva dei metalli rari, che sono una parte centrale delle attuali tecnologie sviluppate per sostenere la riduzione delle emissioni, l’immagazzinamento e il trasferimento di energia. Il Sápmi è ricco di questi metalli e ha regioni montuose ben adatte alle turbine eoliche. Nornickel è un’azienda che possiede la miniera di nichel sul territorio russo dei Sámi e possiede miniere anche in altre regioni indigene. 

 

Questi sono solo alcuni esempi di progetti estrattivi che comportano gravi conseguenze per la salute, i mezzi di sussistenza e le culture del popolo Sámi, e di come i metodi “verdi” utilizzati in nome della “sostenibilità” per mitigare le emissioni di gas serra vengano implementati a spese delle comunità indigene. Lo sconvolgimento climatico è la conseguenza di un’ondata di estrattivismo neocoloniale – quello dei combustibili fossili, delle foreste e simili. Successivamente, per contrastare i disastri climatici, se ne sta verificando un’altra ondata: quella dei metalli delle terre rare. Anche i parchi eolici potrebbero essere considerati estrattivisti per il modo in cui sono attualmente impostati, senza alcun riguardo per le comunità locali e indigene e con un occhio di riguardo per il capitale generato per pochi ricchi. È chiaro che il vero problema è il capitalismo (neo)coloniale, e non solo le emissioni.

 

L’estrazione di uranio e di terre rare in Kuannersuit e i mezzi di sussistenza degli Inuit 

Gli Inuit sono un altro popolo indigeno che abita l’Artico, tra Groenlandia, Russia siberiana, Alaska e Canada. In questo articolo ci concentriamo sul popolo groenlandese, la cui stragrande maggioranza ha radici inuit, in quanto è un Territorio o Contea d’Oltremare dell’Unione Europea e dal 1721 ha affrontato una duratura dinamica coloniale con la Danimarca. La maggior parte della popolazione groenlandese vive in varia misura della terra, che si tratti di pastorizia, pesca, pastorizia o caccia. Gli Inuit di tutto l’Artico sono pesantemente colpiti dagli sconvolgimenti climatici e dall’estrattivismo, come dimostrano gli incendi in Siberia dell’estate 2020.

 

Kuannersuit è una montagna a soli sei chilometri da Narsaq, nel sud della Groenlandia, ricca di uranio e di elementi terrestri. Lo Stato danese ha estratto l’uranio dal Kuannersuit dal 1958 al 1981, ma poi ha imposto una moratoria su questi tipi di attività nel 1988. Nel frattempo, la società australiana “Greenland Minerals” si è mobilitata per riaprire la miniera, avendo rilevato il progetto Kuannersuit nel 2007. L’Australia dista 14.836 chilometri dalla Groenlandia e la distanza tra l’azienda che si sta dispiegando e la terra e le vite su cui influisce il suo progetto è un residuo delle passate dinamiche coloniali. L’autogoverno era interessato ai benefici economici che l’attività mineraria avrebbe potuto apportare alla Groenlandia, sostenendo che tali benefici economici avrebbero potuto aiutare la Groenlandia a ottenere la sovranità dalla Danimarca. Come si è detto, la Groenlandia dipende sempre più dalla Danimarca per il commercio e l’importazione di beni, compresi gli alimenti che non possono essere coltivati o cacciati in loco. Ciò è ovviamente dovuto in parte all’eredità del (neo)colonialismo.

 

Contrariamente alla linea del governo, Mariane Paviasen, un’abitante di Narsaq che ha fondato Urani Naamik (Say No to Uranium), un’organizzazione che si batte contro la miniera, afferma che la miniera sarebbe devastante per la comunità e l’economia locale. L’economia della città si basa sull’agricoltura e sul cibo; tutti gli allevamenti di pecore della Groenlandia sono concentrati nel sud, e Narsaq ha l’unico macello della Groenlandia, oltre a due fabbriche per la lavorazione del pesce. Paviasen e altri abitanti della città sono preoccupati per l’inquinamento, radioattivo e non, della miniera. Secondo Paviasen, il deposito di sterili, dove verranno scaricati i materiali di scarto della miniera, è previsto a soli 4 km dalla principale fonte d’acqua di Narsaq. L’inquinamento generato dalla miniera contaminerebbe anche le acque e le terre locali, utilizzate per la pesca e la caccia e secondo Aviâja Lennert, un allevatore di pecore vicino a Narsaq, potrebbe essere dannoso anche per le il bestiame.secondo. Lennert e altri dovrebbero spostare le loro fattorie e le loro famiglie a causa dell’impatto delle sostanze radioattive sulla salute delle pecore e sulla qualità della carne che vendono. La fattoria di Lennert, come molte altre, è un’attività familiare che si tramanda da generazioni. 

 

La salute, i mezzi di sussistenza e le culture delle comunità Inuit locali sono quindi a rischio. Secondo Lennert, il governo continua a minimizzare gli impatti negativi della miniera sulla salute e sull’ambiente.  Proprio come nelle terre Sámi, le attività estrattive che potrebbero avere luogo qui sono destinate a rifornire la cosiddetta industria energetica e l’economia tecnologica “verde”. Tuttavia, come già detto, sia i processi che hanno causato lo sconvolgimento del clima sia l’attuale ondata di estrazione di uranio e di metalli delle terre rare sono guidati dal capitalismo (neo)coloniale. Le vite, gli interessi e il futuro delle comunità indigene non vengono presi in considerazione, e questo è un altro esempio della realtà che le comunità indigene devono affrontare in tutto il mondo: le loro vite vengono dopo il profitto.

 

Le comunità Gypsies, Rom e nomadi in Irlanda

Storicamente, i Rom e i nomadi irlandesi subiscono una grave esclusione sulla base della loro etnia o del loro background socio-culturale; si tratta di un meccanismo del capitalismo (neo)coloniale che persiste ancora oggi. L’antiziganismo, o razzismo contro i Rom, i nomadi irlandesi e altre comunità stereotipate come “gypsies”, spesso include la negazione di alloggi sicuri  e di servizi a prezzi accessibili. Molte comunità Rom sono costrette a vivere vicino a discariche o altri siti di rifiuti pericolosi a rischio di inondazione per far posto a sviluppi industriali o turistici, mentre i nomadi irlandesi spesso non hanno accesso agli alloggi culturalmente specifici e a servizi come l’acqua, il riscaldamento e l’elettricità a prezzi accessibili. Questi problemi si aggravano con il protrarsi della crisi climatica.

 

L’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo causato dalle discariche peggiorerà con il cambiamento climatico e le inondazioni diventeranno più comuni, esponendo sempre più queste comunità all’instabilità e alle malattie. Inoltre, l’attuale transizione energetica, con la sua logica capitalistica (neo)coloniale di fondo, probabilmente renderà i servizi di pubblica utilità più scarsi e più costosi di quanto non fossero in precedenza. C’è anche un effetto di aggravamento, in quanto queste comunità devono affrontare un’oppressione strutturale talmente forte che gli impatti del collasso climatico non fanno altro che aggiungere ostacoli e violenze insormontabili. Anche se in questo caso non è in atto alcuna estrazione di ricchezza, la protezione della ricchezza da coloro che sono considerati indegni o come risorse da sottrarre è la chiave del capitalismo neocoloniale. 

 

La Comunità Rom presso la discarica di Pata Rât

Sebbene i Rom non siano monolitici, sono spesso segregati spazialmente da altre comunità, il che consente di creare condizioni ambientali negative uniche intorno a loro. Questo è anche il caso delle minoranze etniche nelle periferie francesi, così come in altri casi riportati in questo rapporto. I Rom vengono spesso sfrattati dai luoghi ad alto potenziale per far posto ad altri progetti di sviluppo aziendale. Le minoranze etniche,, in questo caso i Rom, sono spesso le maggiori vittime della gentrificazione in quanto sspesso costretti a vivere su terreni tagliati fuori dai servizi e dalle utenze pubbliche, comeacqua, energia o trasporti. È il caso della comunità Rom di Pata Rât, una discarica illegale ai margini di Cluj-Napoca in Romania. Tuttavia, ci sono molti altri esempi di Rom che vivono vicino a siti di rifiuti pericolosi, da Miercurea Ciuc in Romania a Podgorica in Montenegro.  Sono quattro comunità rom, per un totale di 2000 persone, la maggior parte delle quali sono bambini, adessere costrette a vivere nella discarica di Pata Rât, alla periferia di Cluj-Napoca.

 

La città, la seconda più grande della Romania, è un polo tecnologico in via di sviluppo, definito la “Silicon Valley dell’Europa orientale”. In grande contrasto con lo squallore in cui vivono, le comunità di Pata Rât.

 

Queste persone sono state sfrattate dalle autorità in vari momenti, a partire dagli anni ’70 per sgombrare l’area adiacente alla discarica. Nelle vicinanze  si trova anche un ex deposito di rifiuti chimici. La Romania importa rifiuti da altri Paesi per trattarli, inclusa l’Europa occidentale. Il settore dei rifiuti può essere molto remunerativo e da quando la Cina ha chiuso le porte alle importazioni tre anni fa, è aumentato il contrabbando di rifiuti in Romania e in altri Paesi dell’Europa orientale che li trattano. Tuttavia, la Romania si avvale di pratiche di gestione dei rifiuti notoriamente non idonee. La Commissione europea ha già portato la Romania davanti alla Corte di giustizia europea per la sua cattiva gestione dei rifiuti e nell’ottobre 2020 ha chiesto al Paese di chiudere 101 discariche non a norma che avrebbero dovuto esserlo nel luglio dell’anno precedente. In precedenza aveva chiesto alla Romania di chiudere Pata Rât e ha stanziato fondi per un nuovo sistema di smaltimento dei rifiuti. Tuttavia, i rifiuti provenienti da tutta Europa continuano a finire in discariche come Pata Rât, dove le comunità Rom che vi abitano fanno i conti ogni giorno con l’impatto sulla salute. 

Ah, breaking news Pata Rât esiste ancora nel 2024 e la sua funzione non è cambiata…

 

Razzismo ambientale

 Gli impatti sulla salute di chi vive vicino a una discarica sono innumerevoli.  Gas come l’ammoniaca e l’idrogeno solforato, spesso emessi dalle discariche, causano difficoltà  e irritazione alle vie respiratorie. Le sostanze chimiche tossiche provenienti dalla discarica e dalla discarica chimica chiusa si riversano anche nell’acqua e nel suolo, inquinando il fiume locale. Questo fiume è una delle fonti d’acqua che alcuni rom di Pata Rât utilizzano, poiché non tutti hanno accesso all’acqua corrente. Con il riscaldamento dell’ambiente, anche l’inquinamento atmosferico e gli odori emessi dalla discarica peggiorano notevolmente. Le malattie respiratorie associate si intensificano di conseguenza. Inoltre, con l’aumento delle temperature aumenta anche il rischio di incendi, che creano un inquinamento atmosferico molto più intenso quando si diffonde in una discarica. Anche gli inverni sono diventati più miti. In circostanze normali, roditori, zanzare e altri vettori di malattie spesso muoiono in inverno, dando una “pausa” sia alle persone che alla terra, secondo l’attivista Rom Alexandru Fechete. Quando le temperature si fanno più calde, questa “pausa” si riduce, il che significa che le comunità Rom di Pata Rât sono sempre più esposte alle malattie trasmesse da vettori. Inoltre, le forti tempeste causate dall’emergenza climatica, portano inondazioni a Pata Rât.

 

Qui non solo l’acqua delle inondazioni e le altre acque reflue entrano occasionalmente nelle case delle persone, ma le comunità che sono costrette a vivere in aree soggette a inondazioni vedranno probabilmente un aumento di queste inondazioni e delle malattie correlate, come l’epatite E.. Anche in questo caso c’è un effetto di aggravamento: l’esposizione ripetuta a varie forme di violenza strutturale come gli sfratti, la mancanza di alloggi, di acqua e di altri servizi, il tutto rafforzato dalla crisi climatica. Vivere in uno stato di crisi continua e senza pause riduce la capacità di superare e combattere la violenza strutturale. Questa dinamica ha molti tratti di un regime capitalista (neo)coloniale. Le forze capitaliste (neo)colonizzatrici coinvolte sono due: i proprietari delle industrie che traggono profitto dallo scarico dei rifiuti in discariche come quella di Pata Rât e le nazioni che esportano rifiuti in Romania. I rifiuti sono l’opposto della ricchezza e, come l’impatto delle emissioni, vengono scaricati vicino a persone considerate di secondaria importanza in aree pericolose. La collocazione dei Rom vicino alla discarica non è casuale: le autorità li hanno messi lì per ripulire l’immagine della città, escludendoli di proposito e mettendoli in pericolo.  

 

L’accesso al processo decisionale dal livello statale al Green Deal europeo

Nei vari casi trattati, è chiaro che, sebbene vi siano differenze nell’accesso al processo decisionale da parte delle minoranze etniche, la tendenza generale è quella dell’esclusione. Nel migliore dei casi sono dimenticate o marginalmente incluse, nel peggiore sono attivamente oppresse e attaccate dalle autorità. I principali sviluppi della politica climatica a livello nazionale ed europeo avranno e stanno già avendo certamente un impatto su queste  comunità. La domanda è: come? Tali pacchetti politici rappresentano un’opportunità per cambiare radicalmente l’accesso di queste comunità al processo decisionale e per decolonizzare il modo in cui affrontiamo la crisi climatica. Ne è un esempio il Green Deal europeo,  ipoteticamente destinato a introdurre una politica climatica equa. 

 

The European Green Deal 

L’European Green Deal (EGD) è il “piano dell’Unione Europea per rendere l’economia dell’UE sostenibile”. È stato lanciato alla fine del 2019 e comprende, tra i vari temi, le direttive per una giusta transizione.. Tuttavia, secondo i membri di Friends of the Earth Europe, “gli attuali modelli in seno al Consiglio, alla Commissione e al Parlamento rischiano di replicare strutture di sfruttamento e oppressione in cui le persone di colore non sono ascoltate né adeguatamente rappresentate… l’UE ha molto lavoro da fare per assicurarsi di essere più diversificata e inclusiva”.

 

Sebbene l’EGD abbia un approccio ampio, che affronta l’agricoltura, l’economia circolare, la biodiversità, l’energia e molti altri aspetti; nei suoi documenti politici non si parla di giustizia sociale o di minoranze etniche. Data la portata del piano, è difficile affrontare tutti i settori. Le basi capitalistiche del EGD significano che le minoranze etniche in Europa continueranno probabilmente a essere sfruttate. È improbabile che i lavoratori migranti in Spagna possano beneficiare delle strategie Farm to Fork o Agricoltura sostenibile. Non si parla affatto di salari equi e di documentazione per i lavoratori che sostengono l’industria agricola. Questi aspetti sono fondamentali per la sostenibilità dell’industria.  Quindi neutralità climatica per chi? La neutralità climatica entro il 2050 non tiene ad oggi in conto il fattore della giustizia sociale. 

 

In conclusione, anche in questo caso, l’obiettivo non è abbastanza ambizioso e si basa su cifre troppo basse sia in termini di tempistica che di “neutralità climatica”. È necessario quindi non solo fermare del tutto le emissioni il prima possibile, ma anche farlo in modo da tenere conto delle minoranze etniche, in maniera quindi, per citare la stessa presidente della Commissione Europea, da “non lasciare indietro nessuno”.

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