stato degli oceani e della criosfera

Con l’acqua alla gola – Cosa dice l’IPCC sullo stato degli oceani e della criosfera

Sugli altri pianeti ci fa sperare esistano forme di vita aliene; sulla terra, garantisce la sopravvivenza della specie umana e di tutti gli ecosistemi animali e vegetali: l’acqua è la base dell’esistenza così come la conosciamo, e il cambiamento climatico minaccia di modificarne drasticamente i cicli e gli equilibri. Per questo è così importante capire cosa ci dice il nuovo rapporto dell’IPCC, che si concentra sugli oceani e sulla criosfera (l’insieme delle terre ghiacciate nel mondo), che nel complesso rappresentano più del 97% delle acque della Terra. Il rapporto tratta del sistema dell’acqua per sottolineare come un clima in veloce trasformazione minacci habitat unici e rischi di causare cambiamenti irreversibili, primo tra tutti quello relativo alle nostre risorse. Le conclusioni? Siamo davvero con l’acqua alla gola. 

 

Passato e futuro degli oceani

Se non abbiamo ancora percepito in misura prorompente le conseguenze del cambiamento climatico, è in gran parte merito dell’oceano: il sistema marino, infatti, è il maggiore produttore di ossigeno mondiale, ma anche e soprattutto il più efficace bacino di carbonio esistente. Secondo gli scienziati dell’IPCC, negli ultimi 50 anni, gli oceani hanno assorbito oltre il 90% delle degli aumenti di temperatura causati dalle emissioni umane, salvaguardando così la stabilità degli ecosistemi terrestri (tra cui, ovviamente, anche il nostro). Ma nessun gesto è privo di conseguenze, e questo non fa eccezione: assorbendo un maggior quantitativo di anidride carbonica, l’oceano ha finito per acidificarsi, perché i composti chimici (CO2 e H2O) danno vita, tra le altre cose, ad acido carbonico (H2CO3). Ha inoltre perso ossigeno e gran parte della capacità di assorbire ulteriore CO2, e si è riscaldato negli strati superficiali.


In termini pratici, ciò significa che flora e fauna marine dispongono di meno risorse per sopravvivere (anche i pesci, ad esempio, necessitano di ossigeno per respirare), non riescono ad adattarsi ai nuovi ambienti e rischiano l’estinzione. Alcune delle specie più a rischio sono i coralli e le foreste di kelp, ecosistemi importantissimi per le specie che vi vivono, e la cui scomparsa avrebbe quindi un effetto-farfalla nelle zone colpite. 

Nel complesso, se nulla viene fatto per cambiare le attuali prospettive di emissione, oltre la metà degli oceani andrà incontro a cambiamenti ecosistemici radicali. Purtroppo, il report dell’IPCC afferma che anche agire ora può, in alcuni casi, non essere abbastanza per riportare tutto allo stato di prima: l’equilibrio del sistema oceanico è oramai compromesso per centinaia, se non migliaia di anni. Se però ci impegnassimo a tenere il riscaldamento globale sotto i due gradi, il cambiamento riguarderebbe invece una percentuale di ecosistemi oceanici inferiore del 30%.  Le azioni di oggi, allora, avrebbero il fondamentale ruolo di ridurre i rischi al minimo e rendere possibile un adattamento più graduale alla nuova condizione.

 

Rompere il ghiaccio? Non sempre è un bene

Mentre gli oceani si riscaldavano, le terre ghiacciate non stavano a guardare. Gli ultimi tre decenni hanno visto la scomparsa di porzioni glaciali enormi sia ai poli che nel resto del pianeta. Questo non riguarda solo l’estensione dei ghiacci, ma soprattutto la loro massa: per dirne una, ogni anno che passa l’Artico perde una parte maggiore del suo ghiaccio più antico, e con essa la propria stabilità. Tra qualche anno, l’intera area potrebbe essere navigabile anche in inverno, e l’ecosistema tipico di quelle aree destinato alla scomparsa.

Stesso discorso vale per l’Antartide, che continua a perdere ghiaccio dagli anni 2000. Ma la criosfera non include solo i ghiacci polari: il permafrost è quella porzione di terre emerse che, per definizione, sono sempre ghiacciate. Almeno, questa era la realtà fino a qualche anno fa, quando anche tali terreni hanno cominciato a riscaldarsi: il  report dell’ IPCC sottolinea come intere aree della Siberia, dell’Europa settentrionale e del Nordamerica si stiano sciogliendo, liberando al contempo quantità enormi di anidride carbonica rimasta intrappolata per millenni. Si stima, infatti, che nel permafrost possa esistere fino al doppio del carbonio attualmente contenuto nell’atmosfera; riuscite ad immaginare  cosa vorrebbe dire la sua liberazione esponenziale? Un’impennata del riscaldamento globale, cambiamenti ancora più rapidi del sistema climatico, una vera crisi delle aree più esposte sia in termini di vite umane che di flora e fauna. 

Nel frattempo, in montagna lo zero termico (cioè l’altitudine a cui la temperatura raggiunge lo zero) si registra ad altitudini sempre maggiori. Questo significa che specie animali e vegetali, pur spingendosi verso le cime dei monti, a un certo punto si ritroveranno a competere non potendo muoversi più in alto (e se volete sapere quanto questi cambiamenti siano importanti, leggete qui). 

 

Che fare? 

Senza una politica di abbattimento delle emissioni nel prossimo futuro, tutti gli andamenti illustrati fino ad ora proseguiranno. La verità, anzi, è che se non facciamo niente la situazione peggiorerà a livelli esponenziali: come la caduta di un sasso può innescare una frana, le crescenti emissioni sono responsabili di una serie di effetti sull’ambiente naturale che non fanno altro che causare ulteriori emissioni. Questo, fino a generare qualcosa che travolge ogni cosa sul proprio cammino.

Le conseguenze negative, purtroppo, riguardano da vicino anche l’uomo. Oltre ai rischi già elencati, il cambiamento climatico porterà infatti a un aumento degli eventi estremi, anche legati agli ambienti costieri (come le inondazioni e i cicloni) e montani (come le tormente di neve e gli scioglimenti repentini): questo significa  che le popolazioni più esposte e vulnerabili, anche economicamente, si ritroveranno a dover fare i conti con un clima che stravolge equilibri preesistenti e, senza un adeguato piano di adattamento, avranno serie difficoltà a sopravvivere.

Un esempio è quanto accaduto alle Bahamas, colpite dall’uragano Dorian a Settembre; o ancora, lo scioglimento dei ghiacciai, che mette a repentaglio la resistenza delle riserve d’acqua dolce che ne dipendono, e dunque l’incolumità di milioni di persone che su esse fanno affidamento. La prospettiva di dover trasferire intere comunità da un’isola che scompare o da una zona inabitabile apre le porte a un discorso politico spinoso; per questo, prevenire rimane meglio che curare, anche per quanto riguarda la tutela degli oceani e della criosfera mondiale. 

 

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