Il costo climatico della spesa
Grafiche di Martina Cusin
Un carrello sempre più caro
Tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari in Italia sono aumentati di quasi il 25%, a fronte di un’inflazione generale cresciuta del 17% nello stesso periodo (ISTAT). In pochi anni, dunque, il carrello della spesa è diventato uno degli indicatori più visibili delle tensioni che attraversano l’economia. Il cibo, che incide per oltre il 16% sulla spesa familiare, assorbe oggi una quota crescente del reddito disponibile e modifica concretamente le scelte quotidiane di consumo. Questa trasformazione non riguarda soltanto le quantità acquistate o la ricerca di prodotti meno costosi, ma interroga in modo più profondo il tema delle vulnerabilità sociali e del diritto di accesso a un’alimentazione sana e di qualità (FAO, “right to food”). L’aumento dei prezzi alimentari, infatti, non incide in modo uniforme: quando cresce il costo di una voce di spesa non evitabile, l’impatto varia a seconda delle condizioni economiche di partenza. L’Eurostat mostra che le famiglie a reddito più basso dedicano una quota significativamente maggiore della spesa totale al cibo. Per chi dispone di risorse limitate e destina una parte più ampia del proprio budget ai beni essenziali, ogni variazione di prezzo restringe concretamente lo spazio di scelta e amplifica le difficoltà economiche pre-esistenti.

La pressione sui bilanci familiari costituisce però solo l’ultimo anello di una catena più lunga. Dietro l’aumento dei prezzi si intrecciano dinamiche di consumo energetico, tensioni geopolitiche, trasformazioni delle filiere produttive e, ultimo ma non per importanza, cambiamento climatico, che stanno ridefinendo le condizioni di produzione e distribuzione del cibo su scala globale. In questo contesto, l’instabilità climatica non si limita ad aggiungere un ulteriore fattore di costo, poiché si inserisce in un sistema già segnato da rincari dell’energia, da tensioni geopolitiche e da una fase economica in cui è circolato molto denaro dopo la pandemia. Quando questi elementi si sommano, diventa più facile che gli aumenti dei costi si riflettano rapidamente sui prezzi che troviamo sugli scaffali. In contesti caratterizzati da incertezza economica, chi dispone di margini economici può adattare i propri consumi e investimenti, mentre chi vive con risorse limitate subisce l’aumento dei costi più direttamente e pesantemente. Il cambiamento climatico assume così una dimensione che va oltre l’ambito ambientale e incide direttamente sulle condizioni materiali di vita dei consumatori, rendendo più evidente il legame tra sostenibilità ecologica e sociale.

Il sistema agroalimentare: una filiera sotto pressione
Negli ultimi anni l’economia globale ha attraversato una fase di riassetto dopo la pandemia, con domanda in ripresa e catene di approvvigionamento ancora instabili. La ripresa della domanda internazionale ha spinto verso l’alto i prezzi delle materie prime agricole (come evidenziato dall’andamento del FAO Food Price Index tra il 2021 e il 2023), mentre le catene di approvvigionamento faticavano a tornare ai livelli di efficienza precedenti. A questo si è aggiunta la crisi energetica legata al conflitto in Ucraina, che ha inciso direttamente sulla produzione e sui trasporti. Per le imprese agricole, ma anche per le imprese di distribuzione, questa reazione a catena si è tradotta in rincari diffusi in cui erano coinvolti, tra gli altri, il costo dell’energia, dei fertilizzanti, dei mangimi e della logistica (ISMEA).
Di conseguenza, il prezzo che il consumatore vede sullo scaffale è il punto di arrivo di queste pressioni cumulative: una sequenza di costi che si sommano lungo la filiera, dalla produzione alla trasformazione, fino alla distribuzione, e che convergono nel prezzo finale, l’unico dato immediatamente visibile al consumatore. Quanto più diversi fattori si muovono nella stessa direzione, tanto più il sistema diventa esposto ai shock esterni, mentre i prezzi tendono ad accelerare.
Il clima come moltiplicatore
Accanto a queste dinamiche economiche ed energetiche, c’è un elemento in comune con tutte le altre dimensioni: la crisi climatica. Analizzarlo separatamente non significa attribuirgli un ruolo esclusivo, ma mettere a fuoco uno dei fattori che contribuiscono a rendere più instabile l’equilibrio tra produzione e prezzi.
Il cambiamento climatico non ha effetti solamente sull’ambiente naturale, ma entra anche nelle dinamiche di mercato. È proprio per questo che si parla di “inflazione climatica”, in inglese climateflation¸ termine coniato nel 2022 da Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della BCE. Questo termine si riferisce all’aumento dei prezzi dei beni (in particolare alimentari ed agricoli) causato in misura crescente dall’impatto del cambiamento climatico sui raccolti, che consente di focalizzare l’attenzione non tanto sull’aumento di prezzo di singoli prodotti dopo un raccolto andato male, ma su un tema più profondo: l’esponenziale fragilità che l’instabilità climatica introduce nell’equilibrio tra domanda e offerta.
L’agricoltura è un’attività strutturalmente esposta al clima e all’incremento di frequenza e intensità di eventi estremi, spesso ancora erroneamente chiamati “condizioni meteo avverse”: secondo l’IPCC (AR6) e l’Agenzia Europea per l’Ambiente, in Europa le ondate di calore e gli episodi di siccità intensa sono aumentati in modo significativo negli ultimi decenni. La siccità che ha colpito l’Italia nel 2022, ad esempio, ha ridotto le rese di diverse colture e contribuito a tensioni sui prezzi di alcuni prodotti ortofrutticoli. In casi come questo, per esempio, non è il singolo evento a spiegare l’intero aumento dei prezzi, ma l’accumularsi di condizioni climatiche instabili che rendono più imprevedibile la produzione.
Inoltre, in un sistema agroalimentare integrato e globale come quello attuale, una riduzione significativa dell’offerta in aree chiave non rimane confinata localmente ma si propaga attraverso i mercati internazionali e contribuisce a spingere verso l’alto i prezzidelle materie prime, come mostrano le dinamiche delle commodity agricole osservate da FAO e OECD-FAO Outlook. Quando poi il rischio climatico diventa ricorrente, anche questo fattore viene incorporato nei costi di produzione, nelle assicurazioni, nelle scelte di investimento e, in ultima analisi, nei prezzi finali. Il cambiamento climatico, in questo senso, amplifica gli aumenti dei prezzi e rende più difficile il ritorno a condizioni di stabilità precedenti.
Un sistema globale ed esposto: è importante ripensarlo?
Un ulteriore livello di riflessione riguarda l’architettura stessa del sistema agroalimentare. Negli ultimi decenni, produzione e distribuzione si sono organizzate su scala globale con coltivazioni specializzate e diversificate in determinate aree del mondo , per poi distribuire i prodotti attraverso grandi gruppi integrati. Un prodotto alimentare può essere coltivato in un Paese, trasformato in un secondo e venduto in un terzo. Questo modello ha garantito ampia disponibilità e prezzi contenuti grazie alle economie di scala, ma questa stessa interconnessione rende il sistema più esposto quando le condizioni di base cambiano rapidamente. Aumenti dei costi energetici, interruzioni logistiche o shock climatici in aree produttive strategiche si propagano lungo tutta la catena di valore, anch’essa complessa ed integrata, incidendo su costi e prezzi in modo diffuso.
Questa nuova instabilità apre alla possibilità ad un potenziale ripensamento dell’attuale sistema agroalimentare, ideato inizialmente per funzionare in condizioni di stabilità, che non sono più plausibili nel contesto contemporaneo. Infatti, se l’instabilità climatica (così come anche la volatilità energetica e le tensioni geopolitiche, ad esempio) non è più un episodio isolato ma condizione sempre più frequente, un sistema orientato quasi esclusivamente all’efficienza farà emergere le sue fragilità strutturali.

Quanto detto finora si inserisce perfettamente nel dibattito sul rafforzamento della resilienza dei sistemi agroalimentari e ci fornisce un chiaro esempio del perché è fondamentale diversificare le produzioni, ridurre la dipendenza da singoli snodi critici e distribuire in modo più equilibrato il potere lungo la filiera. Questo cambiamento diventa fondamentale poiché il sistema agroalimentare opera in condizioni di incertezza e instabilità sempre più frequenti e interconnesse, e senza un adeguato ripensamento, ogni shock (climatico, energetico o geopolitico), rischia di tradursi rapidamente in un aumento dei prezzi, accentuando vulnerabilità economiche e sociali già esistenti. Il rincaro dei prezzi alimentari assume dunque un’altra sfumatura e passa da “mero dato economico” a segnale visibile di come un delicato equilibrio si ridefinisca costantemente e di come la necessità di adattare un sistema alimentare ad un ambiente strutturalmente più incerto sia ora una necessità concreta.



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