Crescita economica e cambiamento climatico

È arrivato il momento di crescere, ma non in PIL

Carina Sze

Cos’è il PIL

Argomento sulla bocca di molti, dai titoloni delle maggiori testate giornalistiche alle parole in sovraimpressione dei telegiornali, tanto discusso quanto incompreso, ecco arrivato il momento anche per noi di Duegradi di approfondire il concetto di crescita economica e la sua relazione con il cambiamento climatico. A questo punto, si immagini già il panico negli occhi di chi la crescita economica l’ha studiata: “Che sia possibile spiegare una delle relazioni più complicate e politicamente scorrette dell’economia contemporanea in un articolo terra terra?”. No, non lo è.

Questo, come i prossimi sul tema, è infatti un articolo che pecca di superbia e che riscontra per ogni informazione utile riportata almeno trentasette limitazioni omesse. Tuttavia, per stare al passo con le politiche internazionali sul cambiamento climatico, per discernere con senso critico le notizie politico-economiche propinateci quotidianamente o, ancora, per comprendere i meccanismi sottostanti ai maggiori interrogativi del nostro secolo, si ritiene fondamentale spolverare qualche concetto economico.

Per più di settant’anni, il pensiero economico si è sviluppato intorno all’idea che il PIL fosse il giusto indicatore del progresso e che prendesse la forma grafica di una linea infinitamente crescente. Se ne era già parlato in precedenza: il PIL (prodotto interno lordo) è il valore monetario dei servizi e beni finiti prodotti in un paese in un determinato periodo, e viene usato per stimare il tasso di crescita e le dimensioni di un’economia. In parole povere, se il PIL di un anno risulta maggiore dell’anno precedente, allora si parla di un Paese in crescita; altrimenti, di economia stagnante, se non in recessione. Il PIL rappresenta uno strumento fondamentale per decisori politici, investitori e attività commerciali nel prendere decisioni strategiche riguardanti le sorti del mondo intero. Il problema però è che questo indicatore, oltre a presentare dei difetti di misurazione strutturali che tratteremo in un prossimo articolo, è legato ad un’idea di crescita economica che rappresenta  un grave limite per un’analisi comprensiva delle problematiche globali, quali in primis il cambiamento climaticoQui di seguito, approfondiamo il concetto più generale di crescita economica e la relativa relazione con le risorse naturali.

 

La natura non è un’esternalità

Ancora nel 2019, l’economia tradizionale sembra ancorata ad un indicatore sviluppato in risposta ad un’era di depressione economica, guerra mondiale, guerra fredda e rivalità internazionale. Durante settant’anni di sviluppo del pensiero economico, le dinamiche del cambiamento climatico sono state incluse nel sistema (quando lo sono state) come esternalità economiche di marginale preoccupazione. Definite esternalità, appunto, perché esterne ad un sistema chiuso di calcolo del valore prodotto da un determinato paese, nonostante fossero già fonte di preoccupazione per gli esperti del settore.

Il caso vuole però che tutto ciò che viene prodotto dipende in misura più o meno diretta dal flusso naturale di energia e materia: dalle biomasse e i combustibili fossili ai metalli e i minerali. La crescita economica stessa dipende dalla Terra come risorsa: basti pensare all’estrazione di risorse finite come il petrolio, l’argilla e il rame, o alla provvisione di risorse rinnovabili come il legname, il raccolto, l’acqua dolce e il pesce. Se ciò non fosse abbastanza a spiegare la diretta correlazione tra risorse naturali e andamento economico, si noti che la crescita economica di un Paese non dipende dalla Terra solo come risorsa ma anche come scarico per rifiuti, quali emissioni di gas effetto serra, fughe di fertilizzanti, plastica usa-e-getta. Ma se l’economia è così intrinsecamente legata alla biosfera in cui viviamo, perché non viene analizzata come tale

Eppure i primi economisti avevano riconosciuto l’importanza della Terra, oltre che della forza lavoro e del capitale, come fattore produttivo di crescita economica. Durante le ultime decadi del ‘900, invece, gli economisti che hanno preso in considerazione la Terra, lo hanno fatto considerandola una sotto-forma di capitale: insieme ai macchinari di una fabbrica, venivano prese in considerazione anche quelle risorse naturali, rinnovabili o meno, che servissero da input alla produzione. Problemi come il cambiamento climatico, quindi, vengono tradizionalmente relegati alle periferie del pensiero economico fino a che non diventano così urgenti e gravi da richiedere la dovuta attenzione. 

 

Si può crescere per sempre?

L’aspetto fallace di un futuro a crescita esponenziale è l’illusione che possa essere una rappresentazione realistica dell’economia di un paese.

 

Funzione esponenziale della crescita economica. Figura tratta da: Raworth, K. (2017). Doughnut economics: seven ways to think like a 21st-century economist. Chelsea Green Publishing.

 

Una domanda sorge spontanea, infatti: se dai tempi della rivoluzione industriale i paesi occidentali si sono trovati negli anni da qualche parte su questa linea (con dati empirici a confermarlo), a che punto siamo oggi? Sul cucuzzolo più alto? Le economie nazionali sono lungi dal rispettare tale andamento da anni ormai. Ancor più importante, segue la domanda: cosa succede alla fine del grafico? Se dai tempi della rivoluzione industriale, poi di boom economico e, ancora, di rivoluzione tecnologica si poteva trovare prova empirica di una rappresentazione grafica crescente delle economie nazionali, ad oggi questa prova non c’è, ed il grafico non può quindi più venir considerato consistente. Anni di crescita in cui persisteva  l’illusione che consumismo e sovra-produzione fossero delle tendenze sostenibili hanno lasciato la Terra a pezzi. 

Questa visione illusoria dell’economia mondiale era stata preceduta da una visione più realistica, forse andata dimenticata dai successori dei padri fondatori della teoria economica tradizionale. Economisti come Adam Smith, David Ricardo e John Stuart Mill avevano già anticipato che la fine di una crescita economica esponenziale sarebbe stata inevitabile, pur avendo visioni diverse di come si sarebbe giunti a quel momento. Adam Smith, per esempio, sosteneva che ogni economia avrebbe raggiunto uno “stato stazionario”, una sorta di maturità, nel momento in cui la sua ricchezza sarebbe stata determinata dalla natura delle risorse naturali e climatiche. Questo nel 1776. Tale lungimirante visione di crescita economica, se unita alla rappresentazione grafica precedente, assumerebbe le sembianze di una curva ad S, a dimostrare appunto che la crescita economica eventualmente ed inevitabilmente raggiunge un limite. 

     

Grafico ad S rappresentante la crescita economica. Figura tratta da: Raworth, K. (2017). Doughnut economics: seven ways to think like a 21st-century economist. Chelsea Green Publishing.

 

I successori del pensiero economico hanno ignorato questa idea fino agli anni 70, quando cominciò a svilupparsi la consapevolezza dell’urgente necessità di un confronto tra l’economia globale e le capacità di carico della Terra.

Nei prossimi articoli, oltre ad un approfondimento sul PIL, vedremo alcune delle soluzioni proposte per superare una visione illusoria di crescita economica esponenziale e le possibilità disponibili per far convivere crescita, benessere e conservazione di risorse naturali nello stesso insieme. Infatti, consapevoli dei limiti del concetto di PIL e crescita economica sia per quello che irrealisticamente implicano, sia per ciò che ignorano, non si vuole solo predicare la necessità di superarli, ma far conoscere modelli alternativi.

L’enorme sfida di allontanare l’uso del PIL come indicatore primario del successo economico di un Paese rappresenterà il primo passo per soddisfare la necessità dei Paesi di andare oltre alla dipendenza finanziaria, sociale e politica dal mis-concetto di crescita economica tradizionale. Con l’obiettivo di creare economie che permettano all’umanità di prosperare, al di là che esse crescano o meno.

 

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