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Crisi climatica in Africa: quando l’acqua diventa decisione politica

Crisi climatica in Africa: quando l’acqua diventa decisione politica

Dai dati agro-meteorologici ai conflitti per le risorse: in Ghana la ricerca intreccia scienza del clima, agricoltura e governance attraverso la piattaforma AquaBEHER nata in seno ad AfricaConnect, una iniziativa della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Grafica di Martina Cusin

Ad Accra, in Ghana, ventitré studenti universitari si sono seduti davanti a schermi carichi di dati su piogge, suoli e bilanci idrici. Non era un esame. Era qualcosa di più vicino a un hackathon: un training organizzato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa insieme al Ghana Meteorological Agency, con i giovani dell’Institute for Environment and Sanitation Studies dell’Università del Ghana come protagonisti.

Sugli schermi girava AquaBEHER, uno strumento agro-meteorologico sviluppato dai ricercatori pisani per trasformare dati climatici in decisioni concrete per l’agricoltura. In quelle ore di lavoro pratico — simulazioni, analisi, scenari — si condensava una scommessa più grande: che i giovani ricercatori africani diventino custodi e ambasciatori del sistema per il futuro. Parola del dottorando che lo ha sviluppato, l’agro meteorologo Robel Takele Miteku.

Leggere la pioggia non basta: cosa fa AquaBEHER

Il problema che AquaBEHER cerca di risolvere è sottile ma decisivo. Capire se sta piovendo abbastanza, e abbastanza per chi. Una pioggia nella media climatica può non bastare per una coltura appena seminata, o arrivare nel momento sbagliato. Le agenzie meteorologiche definiscono l’inizio della stagione delle piogge su basi climatologiche. AquaBEHER introduce una prospettiva diversa: “ci interessa sapere quando l’acqua è effettivamente disponibile per le colture”, spiega Miteku.

Il cuore del sistema è il bilancio idrico del suolo. Il modello integra temperatura, precipitazioni, radiazione solare, vento e umidità per calcolare l’evapotraspirazione e aggiornare quotidianamente l’umidità nella zona radicale delle piante. “Cerchiamo di calcolare quanta acqua c’è nel terreno, quanta evapora e quanta viene assorbita dalle piante giorno dopo giorno, utilizzando un algoritmo semplice”, spiega Miteku. “A partire da questi parametri possiamo stimare se le condizioni idriche sono sufficienti a sostenere la crescita delle colture.”

Con una risoluzione di 10 km, lo strumento stima calendario, inizio, fine e durata della stagione delle piogge in base alla disponibilità idrica reale, non alla media storica. Le applicazioni pratiche sono immediate: guida alla semina, gestione dell’irrigazione, monitoraggio della siccità, previsione delle rese. Il modello è gratuito, open source, e progettato per funzionare anche in condizioni di scarsità di dati. “L’obiettivo è operare anche in condizioni di scarsità informativa”, dice Miteku. “È una sfida scientifica, ma anche politica.”

Dai campi ai pascoli: acqua, conflitti e pace

AquaBEHER non nasce da un’intuizione teorica ma dal lavoro sul campo in Mozambico, dove un gruppo di esperti della Scuola Sant’Anna di Pisa ha trascorso settimane a raccogliere dati e ascoltare agricoltori di sussistenza. “È emerso chiaramente che uno dei principali fattori limitanti era l’incertezza sull’inizio delle piogge” spiega il ricercatore Leonardo Caproni che assieme ai suoi colleghi è partito da quella esigenza concreta per dare una forma al modello.

Il passo successivo è stato implementarlo in Ghana, nel quadro del progetto Esatre (Enhancing Sustainable Agriculture and Transhumance Regulation in Ghana), finanziato dal Ministero degli Affari Esteri italiano. Qui la posta in gioco si allarga: nel nord del paese, l’irregolarità delle piogge rende scarse e contese le risorse condivise da agricoltori e pastori nomadi. “Non è solo un problema agricolo”, sottolinea Caproni. “È un problema sociale e politico. Quando le risorse sono limitate, aumentano le tensioni.“​​​​​​​​​​​​​​​​ Fornire informazioni affidabili sull’acqua disponibile significa ridurre l’incertezza — e con essa, il rischio di conflitto.

È in questa direzione che si muove il modulo pastorale di AquaBEHER su cui i ricercatori stanno lavorando: stimare la biomassa disponibile nei pascoli per aiutare i pastori transumanti a pianificare gli spostamenti. “Se sai quanta ne troverai e dove nei prossimi quattro mesi, puoi decidere se restare, spostarti o acquistare foraggio”, spiega Miteku. “È un servizio climatico applicato alla pastorizia.”

Consapevole del potere che tale capacità di previsione può comportare, la ricercatrice Martha Populin pone l’attenzione sulla sua governance. “Va progettata con attenzione. Se mal gestite, queste informazioni possono concentrare troppe mandrie nello stesso luogo, con danni ai campi e nuove tensioni. Se ben gestite possono invece aiutare ad evitarle.”

Scienze che si parlano: la scommessa interdisciplinare di AfricaConnect

È proprio questo nodo — tra dati, decisioni e conflitti — che in progetti come Esatre rende necessario un approccio che attraversi i confini disciplinari. La Scuola Sant’Anna ci prova sistematicamente attraverso AfricaConnect, l’iniziativa nata nell’estate del 2021 per raccogliere e mettere in rete i numerosi progetti della scuola legati al continente africano. Prima dispersi e poco visibili, quei progetti hanno trovato un contenitore comune e uno spazio per fare sistema. Tra i ricercatori coinvolti c’è Luca Raineri, che lavora alla Scuola Sant’Anna da una decina d’anni nell’ambito delle scienze politiche e delle relazioni internazionali, studiando in particolare le dinamiche di conflitto, guerra e pace nel continente africano con particolare attenzione all’Africa occidentale

La collaborazione interdisciplinare, per Raineri, non nasce da un’ambizione astratta, nasce da un’esigenza concreta: “capire davvero i driver dei conflitti richiede strumenti eterogenei, e una visione olistica che nessuna singola disciplina può offrire da sola”. E vale anche il rovescio: chi lavora su modelli idrici, gestione del suolo, sementi, deve essere consapevole che sta operando in territori spesso attraversati da tensioni. “Interventi suppostamente tecnici in realtà possono alimentare dinamiche di conflitto, naturalmente in maniera involontaria, animati dalle migliori intenzioni, ma quando si incide sulle risorse, sugli asset naturali, si ridistribuiscono benefici che possono in qualche modo avere anche delle ricadute conflittuali.”

Mettere insieme uno studioso di conflitti e un agronomo che lavora sul bilancio idrico del suolo non è però un esercizio semplice. “La struttura degli incentivi reali, al di là di tanta retorica sulla interdisciplinarietà, è fatta di linguaggi diversi, riviste diverse, network internazionali diversi, metodologie diverse”, ammette Raineri. Nel mondo accademico, pubblicare su una rivista utile per le scienze sociali e pubblicare su una per le scienze naturali sono percorsi quasi incompatibili nel breve termine. Trovare un terreno comune richiede tempo, pazienza e una certa disponibilità a rinunciare alle proprie certezze metodologiche. Il tema del cambiamento climatico è, secondo Raineri, il banco di prova più fertile: “Questo è tipicamente un ambito nel quale l’interpenetrazione di scienze sociali e scienze naturali diciamo è decisiva per la comprensione stessa del fenomeno, non solo per l’immaginare delle soluzioni. Si può capire un problema solo in parte se lo si osserva da un punto di vista puramente sociale o puramente naturale.”

Con fatica, ma con risultati sempre più solidi, i ricercatori della Sant’Anna stanno imparando a produrre lavori “comprensibili a 360 gradi”. Il problema è che il perimetro entro cui lavorare non coincide con quello dell’accademia. Quando la ricerca si sposta sul campo africano, le asimmetrie diventano visibili e difficili da aggirare. I talenti formati nelle università del continente vengono sistematicamente attratti altrove. Le istituzioni che rimangono spesso non hanno gli strumenti minimi per essere controparti alla pari. E così, quasi senza volerlo, si ricade in un copione già scritto: “i colleghi africani rischiano di essere percepiti come quelli che fanno raccolta dati e noi come quelli che elaborano teoricamente”, dice Raineri. Una gerarchia che nessuno rivendica apertamente, ma che la struttura dei sistemi riproduce da sola.

Poi c’è il problema di come si viene letti. Un ricercatore italiano che arriva in Ghana con finanziamenti pubblici, in un momento in cui l’Africa è diventata priorità esplicita della politica estera nazionale, porta con sé un’ombra difficile da scrollarsi di dosso. “Non siamo dei rappresentanti del Ministero degli Esteri, non siamo un veicolo della politica estera italiana”, dice Raineri. Ma la distinzione tra ricerca indipendente e interesse strategico non è sempre leggibile dall’esterno, soprattutto quando i temi toccano punti sensibili: “i conflitti, la sicurezza, ma anche la sicurezza energetica o il DNA delle piante — sono tutte questioni che possono collidere con un senso di sovranità, di protezione dei dati, di sovranità digitale nel territorio.”

Eppure qualcosa tiene. Mentre sul piano diplomatico il dialogo tra Europa e Africa si inceppa su molti fronti, la cooperazione scientifica mantiene una sua continuità. Programmi, scambi, reti di ricerca: resistono, pur tra mille attriti — i visti che non arrivano, le asimmetrie che non spariscono. È uno spazio stretto, ma reale. E i giovani ricercatori che ad Accra hanno imparato a leggere i dati del suolo dentro dinamiche di conflitto e governance ne sono la prova più concreta. Sapere quanta acqua c’è nel terreno è solo il punto di partenza. Decidere insieme come distribuirla è un atto politico che nessun modello può compiere al posto degli esseri umani.​​​​​​​​​​​​​​​​

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  • Giornalista freelance e fisica dell’ambientale con focus sui diritti: umani, climatici e digitali. Realizzo reportage internazionali soprattutto investigativi, combinando passione e rigore scientifico

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