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Perché la crisi climatica riguarda anche l’Italia

Perché la crisi climatica riguarda anche l’Italia

Dissesto idrogeologico, danni alle colture, problemi di salute, carenza d’acqua. I rischi della crisi climatica li vivremo anche in Italia.

 

Quando si parla di cambiamenti climatici si ha spesso la sensazione che si tratti di qualcosa di lontano, di esotico, che alla fin dei conti sia un problema di qualcun altro e che la nostra parte di mondo non se la passi poi così tanto male. La verità è purtroppo un’altra: anche in Italia il clima sta cambiando. 

 

Il punto è cercare di capire quali risvolti ciò possa avere per la nostra vita e quali rischi possa comportare. Per farlo abbiamo deciso di rifarci al documentoAnalisi del Rischio: i cambiamenti climatici in Italia”, redatto dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici nel 2020, che individua quattro aree di rischio:  l’ambiente urbano, il sistema idrogeologico, le risorse idriche, l’agricoltura e l’allevamento. 

 

Ambiente Urbano

Oggi la popolazione che vive all’interno delle città è maggiore di quella che vive nelle aree rurali e si stima che entro il 2050 la percentuale potrebbe raggiungere valori prossimi all’80%. Per tale motivo le città possono essere annoverate tra le aree in cui i cambiamenti climatici mostreranno i loro effetti più intensi.

 

 

I problemi principali dei contesti urbani sono essenzialmente la presenza eccessiva di superfici impermeabilizzate, come l’asfalto e il cemento, e le innumerevoli fonti di calore, come le auto e i condizionatori. Queste caratteristiche rendono i contesti urbani particolarmente inadatti ad affrontare l’aumento delle temperature, delle ondate di calore e delle precipitazioni intense previste sia per gli scenari di emissioni contenute che elevate.

 

Da un lato infatti l’impermeabilizzazione di aree sempre più vaste e l’incremento delle sorgenti di calore determinano condizioni di forte stress termico, con danni particolarmente rilevanti sulla salute – aumento di mortalità per malattie cardiache, ictus e disturbi metabolici, specialmente tra le fasce più vulnerabili della popolazione. Giusto per fare un esempio, durante l’intensa ondata di calore che colpì l’Europa nell’Agosto del 2003 morirono all’incirca 40.000 persone, di cui 4.000 solo in Italia.

 

Dall’altro le superfici impermeabili impediscono il normale deflusso dell’acqua durante gli eventi di precipitazione, specialmente quelli estremi. In queste circostanze l’acqua, non trovando terreno naturale dove infiltrarsi, viene smaltita principalmente per deflusso superficiale e attraverso i sistemi fognari (spesso sottodimensionati). La conseguenza sono le sempre più frequenti inondazioni delle aree urbane, con profondi impatti sulle infrastrutture e, a volte, sulla vita stessa delle persone. 

 

Dissesto geo-idrologico

L’Italia è uno dei paesi europei più colpiti dal dissesto idrogeologico, a causa della sua conformazione geografica e dei processi di urbanizzazione che hanno portato all’occupazione di aree particolarmente fragili e alla modifica inadeguata del territorio. Ma i cambiamenti climatici non faranno che peggiorare la situazione, dato che influenzano direttamente alcuni dei fattori alla base del dissesto.

 

 

L’incremento della temperatura media implica un aumento degli intensi (e a volte repentini) scioglimenti di neve, ghiaccio e permafrost, con conseguente perdita di stabilità del terreno. Gli eventi estremi di precipitazione comportano invece la caduta di quantità di acqua maggiori rispetto alle capacità di smaltimento e accumulo del sistema. La diretta conseguenza di questi scenari sarà l’aumento del rischio di cedimenti e frane, così come di esondazioni dei bacini di contenimento e dei fiumi.

 

Risorse Idriche

Secondo quanto riportato dall’IPCC, l’Italia ricade all’interno delle aree che, a causa dei cambiamenti climatici, saranno soggette ad una riduzione delle risorse idriche, sia superficiali che sotterranee. 
Questo perché pioverà meno, i periodi di siccità saranno più lunghi e frequenti e, a causa delle temperature più alte, l’evaporazione dell’acqua sarà maggiore. Come testimoniano gli studi effettuati sui principali bacini idrografici italiani (ad esempio il bacino idrografico del Po), a causa di tali variazioni climatiche la portata dei fiumi aumenterà d’inverno e diminuirà d’estate, mentre i picchi della primavera avverranno in anticipo rispetto al passato, a causa dell’accelerato scioglimento delle nevi.

 

 

Ciò comporterà una generale diminuzione della ricarica delle falde acquifere e una marcata riduzione della disponibilità idrica proprio in estate, quando la domanda è più elevata. Tale scenario è ancor più aggravato da una richiesta idrica per uso agricolo, zootecnico, civile, energetico e industriale in continua crescita da diversi decenni.

 

L’aumento delle temperature e le variazioni delle precipitazioni impatteranno inoltre la qualità della risorsa idrica, andandone ad alterare i parametri chimico-fisici quali pH, temperatura e contenuto di ossigeno. Per esempio, durante le intense alluvioni, l’acqua dilava il suolo e trascina nei corpi idrici quantità spropositate di nutrienti e contaminanti.  Altro esempio sono i fenomeni di siccità e le condizioni di sovra-sfruttamento delle risorse idriche costiere, che rendono quest’ultime maggiormente esposte all’intrusione di acqua salata e all’aumento di salinità nella riserva di acqua dolce, che diventa a quel punto inutilizzabile.

 

Agricoltura e Allevamento

La produzione di cibo, sia in forma vegetale che in forma animale, è fortemente influenzata dalle condizioni ambientali esterne e infatti i cambiamenti climatici indotti dalle emissioni antropiche rappresentano, come per altri settori economici, una sfida imminente anche per il settore agricolo e zootecnico

 

Ovviamente, estrapolare un quadro degli impatti comune per tutte le specie animali e vegetali adoperate è praticamente impossibile. Ma in termini generali, gli studi e le ricerche sul territorio italiano mostrano come gli impatti più marcati sulle colture si avranno nelle aree del Sud e sulle isole, a causa principalmente dell’aumento della temperatura e della maggiore scarsità della risorsa idrica. 

 

Le colture risponderanno ai cambiamenti del clima con una variazione della durata della stagione della crescita e una anticipazione delle fasi fenologiche. Si rischiano una riduzione della resa di diverse specie vegetali (soprattutto quelle a ciclo primaverile-estivo, come il mais) e la necessità di spostare alcune colture verso aree più settentrionali e quote più elevate (come nel caso di alcuni vitigni). Le maggiori concentrazioni di CO2 in atmosfera potranno inoltre influenzare la qualità dei prodotti, alterando il loro contenuto proteico e di elementi come Ferro e Zinco.

 

 

Per quanto riguarda gli animali, lo stress termico durante lunghi periodi dell’anno influenzeranno negativamente la produttività, la crescita, lo sviluppo e la riproduzione della maggior parte delle specie da allevamento. A farne i conti saranno soprattutto gli animali maggiormente sensibili alle alte temperature come ruminanti da latte e suini e, seppur in grado minore, gli animali da avicoltura

 

Il settore zootecnico sarà inoltre costretto a fare i conti con una riduzione della disponibilità di colture destinate all’alimentazione del bestiame, a causa dei lunghi e sempre più frequenti periodi di siccità, del fenomeno della desertificazione e della salinizzazione delle falde costiere. Infine aumenterà notevolmente il rischio di insorgenza di infezioni da agenti patogeni nuovi e sconosciuti, in grado di adattarsi alle nuovi condizioni ambientali e climatiche.

 

La crisi riguarda tutti noi

La crisi climatica non è solo la manìa ingiustificata di un pugno di hippy o di qualche scienziato isolato nel suo laboratorio. I cambiamenti climatici e i sistemi socio-economici sono strettamente interconnessi… E queste interconnessioni potrebbero cambiare a breve non solo dall’altra parte del mondo ma anche nel giardino rosso, bianco e verde di casa nostra.

 

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