Dal mercato dei beni a quello delle idee
Illustrazioni di Martina Spinelli
In un saggio del 1974, l’economista Ronald Coase pose una domanda che oggi, nell’era della disinformazione, risulta particolarmente attuale: perché abbiamo introdotto regole precise per garantire il buon funzionamento del mercato di beni e servizi, ma non abbiamo esteso quelle stesse regole al mercato delle idee? Insomma perché affrontiamo i due tipi di mercati con approcci regolatori così diversi? Inoltre, perché alcuni si scandalizzano all’idea di regolamentare la libertà di informazione nel mercato delle idee, mentre accettano o addirittura invocano regole per limitare la libertà economica nel mercato dei beni e servizi?
Questo è un paradosso che tocca il concetto di libertà e il ruolo del cittadino-consumatore. Nel mercato economico, la libertà di scelta consapevole e informata è cruciale: sono le decisioni razionali dei consumatori a determinare quali prodotti, in termini di qualità e prezzo, prevalgono. In un mercato concorrenziale, tali scelte influenzano le strategie aziendali e la stessa struttura del mercato. Tuttavia, se i consumatori sono spinti ad acquistare beni o servizi per mancanza di alternative, o in base a informazioni incomplete o scorrette, il meccanismo della libertà di scelta fallisce. Invece di selezionare i migliori venditori o fornitori, il mercato perde la sua capacità di allocare risorse in modo efficiente e di massimizzare il benessere collettivo.

Le distorsioni e i fallimenti di mercato, come quelli derivanti da posizioni dominanti o da asimmetrie informative, sono tipicamente contrastati da normative antitrust e regolazioni proconcorrenziali. Per esempio, nelle industrie di rete o nei servizi di pubblica utilità, tali regolazioni mirano a garantire equità e trasparenza. Nei casi di fallimenti legati a informazioni scorrette, la correttezza e la trasparenza delle comunicazioni diventano centrali per ridurre le asimmetrie, contrastare la pubblicità ingannevole e facilitare contratti equi. Regole proporzionate possono ridurre le inefficienze e portare a risultati ottimali, seppur di tipo “second best”. Ma nel mercato delle idee? Qui questo processo regolatorio è spesso assente. Si presume che i cittadini, quando accedono a informazioni e idee, siano magicamente razionali, capaci di discernere e aggiornare le proprie opinioni in base all’esperienza. Questo contrasto è paradossale: lo stesso cittadino che richiede etichette trasparenti sul cibo o protezioni contro pubblicità ingannevoli è considerato immune da errori quando sceglie quali idee accettare o a quali promesse politiche credere. Questa contraddizione può essere descritta come una forma di “schizofrenia passiva”.
La razionalità del cittadino, tanto decantata nel mercato delle idee, è spesso compromessa da dinamiche psicologiche e sociali che lo rendono vulnerabile alla manipolazione informativa. Le piattaforme digitali, che personalizzano i contenuti in base ai dati raccolti, sfruttano bias cognitivi preesistenti per amplificare echo chambers e polarizzazioni, riducendo la capacità critica degli utenti e consolidando una disinformazione sistemica (De Gregorio, 2021). L’utente non è più soltanto un consumatore di informazioni, ma diventa egli stesso un prodotto: i dati generati durante la navigazione vengono raccolti, profilati e trasformati in beni economici. Questa dinamica altera il ruolo tradizionale dell’informazione come bene pubblico, creando un modello economico che premia la disinformazione e amplifica il paradosso coasiano.
Il paradosso si complica ulteriormente nel contesto digitale, dove l’informazione assume una natura duplice: da un lato, è un bene pubblico essenziale per il funzionamento della democrazia; dall’altro, diventa una merce privatizzata attraverso processi di monetizzazione delle piattaforme digitali. Questa contraddizione è resa più acuta dalla capacità delle piattaforme di sfruttare i dati degli utenti per creare contenuti che massimizzano l’engagement, spesso a scapito della qualità informativa (Napoli, 2019). La logica economica sottostante privilegia l’attenzione rispetto all’accuratezza, alimentando un circolo vizioso in cui la disinformazione si diffonde più rapidamente rispetto ai contenuti verificati (Vosoughi, Roy & Aral, 2018).
Inoltre, le piattaforme digitali si trovano in una posizione di quasi monopolio informativo, determinando quali contenuti siano visibili e quali vengano oscurati. Questo ruolo quasi regolatorio delle piattaforme ha sollevato interrogativi etici e normativi sulla loro responsabilità nella gestione del mercato delle idee. In Europa, il Digital Services Act rappresenta un tentativo di bilanciare libertà di espressione e controllo della disinformazione, imponendo maggiore trasparenza e accountability agli intermediari digitali (European Commission, 2022). Tuttavia, resta da vedere se queste misure saranno sufficienti a contrastare le dinamiche economiche che incentivano la disinformazione.

Alcune misure previste dal DSA includono l’obbligo per le piattaforme di garantire la trasparenza degli algoritmi utilizzati nei sistemi di raccomandazione, fornendo informazioni chiare sui criteri di personalizzazione dei contenuti per ridurre l’amplificazione di informazioni false. Inoltre, le piattaforme devono assicurare l’accesso ai dati pertinenti da parte di autorità competenti e ricercatori qualificati, facilitando analisi indipendenti sull’impatto della disinformazione. Un altro intervento significativo è l’obbligo per le piattaforme di valutare e mitigare i rischi sistemici legati alla diffusione di contenuti disinformativi, integrando misure che limitino la portata di tali contenuti senza compromettere la libertà di espressione. Queste misure rappresentano un primo tentativo di affrontare le dinamiche economiche che incentivano la disinformazione, rispondendo alle preoccupazioni teoriche sollevate dal paradosso coasiano. Tuttavia, la complessità di queste dinamiche economiche e sociali lascia aperti interrogativi sull’efficacia concreta di tali disposizioni, soprattutto in un panorama digitale in rapida evoluzione. La normativa vieta anche l’utilizzo di dark patterns, interfacce ingannevoli progettate per manipolare gli utenti, e introduce meccanismi di trasparenza nella pubblicità online, richiedendo che gli utenti possano identificare chiaramente gli annunci pubblicitari e i loro sponsor (Agenda Digitale, 2022). Tuttavia, resta da vedere se queste misure saranno sufficienti a contrastare le dinamiche economiche che incentivano la disinformazione.
Un ulteriore elemento di complessità è rappresentato dalla natura globale della disinformazione. A differenza del mercato dei beni, che opera prevalentemente entro confini nazionali, il mercato delle idee è intrinsecamente transnazionale. Questo complica l’implementazione di normative efficaci, poiché i contenuti disinformativi spesso attraversano confini giuridici e culturali con facilità. Gli approcci normativi divergenti, come la protezione del Primo Emendamento negli Stati Uniti rispetto alla regolamentazione più restrittiva in Europa, evidenziano la difficoltà di adottare un approccio globale coerente (González, 2021).

La libertà di espressione, in questo contesto, non è più una garanzia contro la disinformazione, ma diventa spesso un alibi per giustificare la sua diffusione indiscriminata. Un esempio lampante è la sentenza della Corte Suprema dello Stato di Washington nel 2007, che dichiarò costituzionalmente protetta la libertà di mentire da parte dei politici durante una campagna elettorale, anche nei confronti degli avversari. Secondo la maggioranza della Corte, sanzionare affermazioni false sarebbe compatibile con il Primo Emendamento solo se tali affermazioni fossero diffamatorie, mentre i giudici dissidenti sostenevano che le menzogne deliberate sovvertono il libero processo politico (Jacobsen, 2022).
Infine, questo paradosso richiede una riflessione profonda sul ruolo delle piattaforme digitali e sulla necessità di regole specifiche per il mercato delle idee. Come emerge dal Digital Services Act dell’Unione Europea, alcune iniziative mirano a responsabilizzare gli intermediari digitali e a introdurre meccanismi di trasparenza e accountability. Tuttavia, rimane ancora molto da fare per bilanciare libertà e trasparenza, garantendo che i cittadini possano accedere a un’informazione di qualità senza essere vittime di manipolazioni sistemiche (Marchetti, 2018; De Gregorio, 2021).
Il diritto a non essere disinformati non è solo un’utopia, ma la necessità più urgente della nostra epoca digitale. Viviamo in un ecosistema informativo dove la libertà di espressione rischia di trasformarsi in una libertà di manipolazione, un mercato delle idee sempre più dominato da false narrazioni, divisioni polarizzanti e contenuti tossici. È arrivato il momento di tracciare una linea, di affermare che il caos non è libertà, e che la democrazia si nutre di verità, non di menzogne ben confezionate.
Le regole sono il primo passo. Non bastano dichiarazioni di principio o interventi sporadici: serve una risposta sistemica, uniforme, europea. Il Digital Services Act è un inizio, ma la posta in gioco è troppo alta per fermarsi qui. Le piattaforme devono essere tenute a rispondere delle proprie scelte algoritmiche, a smettere di premiare la viralità a scapito della veridicità, a garantire che ogni contenuto sia gestito con trasparenza e responsabilità. La libertà di espressione non può più essere l’alibi per perpetuare un sistema che favorisce la disinformazione e mina le fondamenta stesse del dibattito democratico.
Ma non possiamo fermarci alla regolamentazione. La qualità dell’informazione deve diventare una priorità pubblica: serve un giornalismo robusto, sostenuto da politiche che incentivino l’indipendenza e l’investigazione. Serve un servizio pubblico radiotelevisivo che informi, educhi e unisca, anziché inseguire le dinamiche del mercato privato. Serve, soprattutto, un’educazione digitale diffusa, che trasformi ogni cittadino in un lettore consapevole, capace di riconoscere e smascherare la manipolazione. Ma per arrivare a questo, è necessario intervenire anche sulla formazione di chi educa. Al momento, dei 60 crediti universitari richiesti per diventare insegnanti, solo 3 sono dedicati al digitale: un dato che dimostra quanto il sistema educativo sia impreparato ad affrontare questa sfida. E anche per gli studenti, il tema della literacy digitale è relegato all’interno delle 33 ore annuali di educazione civica, un contenitore troppo ampio e frammentato per offrire un’educazione mirata e incisiva contro la disinformazione.
Il nostro dibattito pubblico è stato trasformato in un’arena di scontri quotidiani, dove vincono rabbia e semplificazioni. Dobbiamo disinnescare questa macchina. Non con altra rabbia, ma con competenza, dialogo e visione. Dobbiamo ridare dignità allo scambio di idee, trasformare il confronto in costruzione e non in guerra. Parte di questa costruzione richiede un investimento significativo in ricerca, sviluppo e innovazione. L’Italia, purtroppo, è tra i Paesi europei che meno investono in queste aree, e questa carenza non solo limita la nostra competitività, ma impoverisce anche le risorse necessarie per contrastare la disinformazione e per creare un ecosistema informativo robusto e resiliente.
Il mercato delle idee non deve essere una giungla. Deve tornare a essere il cuore pulsante della democrazia, un luogo dove la libertà d’espressione si sposa con la verità, dove le persone possano discutere senza essere avvelenate dalla manipolazione. Ma per realizzare questa visione, dobbiamo anche affrontare il fenomeno del “degiovanimento” che sta trasformando la società italiana. Non si tratta solo di un problema di denatalità, ma anche della mancanza di opportunità per i giovani, che lasciano il Paese in cerca di futuro altrove. Senza una generazione giovane e preparata, capace di innovare e costruire, il tessuto sociale e democratico si indebolisce ulteriormente, lasciando campo libero alla disinformazione e alla polarizzazione.
Non è un sogno, ma una necessità. E realizzarlo dipende da tutti noi.
Riferimenti
- Agenda Digitale. (2022). Digital Services Act: cosa prevede.
- De Gregorio, G. (2021). Counter-disinformation around the world.
- European Commission. (2022). Digital Services Act.
- Jacobsen, P. (2022). The economist whose theory predicted today’s calls for censorship.
- Marchetti, F. (2018). Dal mercato delle idee a quello delle verità viziate.
- Napoli, P. M. (2019). Social media and the public interest: Media regulation in the disinformation age.
- Reuters Institute. (2021, 2023, 2024). Digital News Report.
- Vosoughi, S., Roy, D., & Aral, S. (2018). The spread of true and false news online. Science, 359(6380), 1146-1151.



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