Climate_emergency_-_Melbourne_-MarchforScience_on_-Earthday_(33366528414)

Dichiarare emergenza climatica è solo il primo passo

In principio, negli anni 70, vi era il riscaldamento globale. Si pensava infatti che il fenomeno riguardasse “solo” le temperature medie globali. Poi, nei primi 2000, per una operazione di marketing repubblicana sotto la presidenza di George W. Bush, divenne cambiamento climatico: meno pauroso rispetto al precedente. La gente in questo modo non si sarebbe preoccupata. Tuttavia, di crisi stiamo parlando, e di crisi climatica noi tutti dovremmo parlare. Bisogna cominciare a percepirla come una vera e propria emergenza. Infatti, le conseguenze di questo processo che coinvolge inizialmente il clima, andranno ad impattare, in misure e sfumature differenti, l’intera società, compresi per esempio i sistemi sanitari (più malattie per aria e cibo inquinati) e assicurativi (più probabilità di eventi climatici estremi). Avranno un impatto sul nostro prodotto interno lordo, sui flussi migratori e sulle crisi politiche. Sembra addirittura che il cambiamento climatico possa aumentare la probabilità che una guerra abbia luogo (pensate a un paese sottosviluppato e ad una maggiore probabilità di siccità, che cosa può succedere se questa innesca una carestia, e le diverse tribù cercano di accaparrarsi acqua e cibo?). 

Per questo, dichiarare emergenza climatica significa riconoscere l’importanza e prendere atto della crisi climatica in corso, sottolineando la necessità di interventi volti a contrastarla. A livello giuridico, possono dichiarare l’emergenza un comune, come ha fatto Milano, una regione, come hanno fatto Toscana, Liguria ed Emilia Romagna, o una Nazione intera, come non ha ancora fatto l’Italia. È fondamentale che tutti i livelli istituzionali si rendano conto di come la percezione del cambiamento climatico vada cambiata. Servono dunque azioni sia in ambito comunale che in ambito statale, oltre che a livello globale. Serve alzare l’asticella.

In linea teorica, dichiarare emergenza climatica dovrebbe dare una spinta propositiva a interventi volti sia alla mitigazione che all’adattamento della crisi climatica in corso, prediligendo politiche che decarbonizzino il sistema di produzione (portarlo ad essere quindi sempre meno dipendente dai combustibili fossili). Questo tipo di azioni fermerebbero a monte tutti i processi intrecciati che si verificano a causa dell’aumento delle temperature. Tuttavia, più che la promessa di un impegno politico concreto nel corto periodo, l’emergenza climatica sembra rappresentare, almeno a livello nazionale, una sorta di dichiarazione di intenti da parte di uno Stato, nel senso di una maggiore consapevolezza rispetto al clima, e poco più. Dal momento che dichiararla è cosa relativamente nuova, cominciata da qualche anno per le città e qualche mese per le Nazioni, risulta difficile prevedere il vero impatto causale di tale dichiarazione sulle politiche ambientali di un dato paese. Quanto il risparmio energetico? Quanto l’efficientamento, e le riduzioni di emissioni?

Chi ha dichiarato l’emergenza climatica

Siamo al 28 Aprile 2019, e la prima Ministra scozzese dichiara, a nome di tutto il governo, l’emergenza climatica, offrendo supporto mediatico alle istanze del movimento Fridays for Future. Il giorno dopo, il parlamento gallese ufficializza lo stesso tipo di allarme. Passiamo dunque al primo giorno di maggio 2019: grazie ad un domino tutto britannico – con l’ultima piccola spinta data dalle proteste a Londra da parte di Extinction Rebellion – la Camera dei Comuni del Regno Unito approva la mozione presentata dal partito laburista di Corbyn. Il leader di sinistra inneggia alla necessità di adottare al più presto “azioni decisive e rapide”, è così che viene approvata la dichiarazione di emergenza climatica e ambientale. Al suo interno non non vi sono obblighi legali ad agire in modo concreto, ma le prime sollecitazioni scritte ad alzare l’asticella nell’impegno a combattere il cambiamento climatico.

Dopo il Regno Unito, dichiara emergenza Gibilterra, seguita da Irlanda e Isola di Man. Poi, a inizio giugno è il momento del Portogallo. A seguire, una manciata di giorni dopo, in data 17 giugno, il Canada di Trudeau conferma la sua vicinanza a temi ambientali. Ma il fatto che non esistano vincoli nella formulazione delle politiche a seguito della dichiarazione di tale emergenza, è chiaro anche dal comportamento schizofrenico, politicamente parlando, di Justin Trudeau. Qualche ora dopo aver dichiarato l’emergenza, il governo decide infatti di stanziare 5 miliardi e mezzo di dollari per triplicare la capacità distributiva di un oleodotto da Edmonton, in Alberta, a Burnaby, British Columbia. Non certo un buon inizio, per contrastare la dipendenza cronica che il nostro sistema produttivo ha nei confronti del petrolio.  

 

E l’Italia?

In data 5 giugno 2019, Giornata Mondiale dell’Ambiente dedicata all’inquinamento dell’aria, il Senato della Repubblica ha respinto tre mozioni presentate da Partito Democratico, Liberi e Uguali e Forza Italia, le quali richiedevano espressamente la dichiarazione di stato di emergenza climatica in Italia. Ciononostante, nello stesso giorno è stata approvata una mozione di maggioranza del Movimento 5 Stelle per prendere provvedimenti a favore dell’ambiente. Citati, in tale mozione, temi eterogenei e sparpagliati, senza una visione di lungo termine e quindi nel loro complesso insufficienti per affrontare in modo programmatico la crisi in corso. Troviamo così l’eco-design a braccetto con il supporto alle energie rinnovabili e alle campagne di sensibilizzazione, assieme alla necessità di introdurre l’educazione ambientale nei percorsi scolastici. Nella mozione approvata non c’è alcun riferimento ad una qualsivoglia emergenza, o alla decarbonizzazione dell’economia, o a un taglio ai sussidi statali offerti al settore dei combustibili fossili, o al proporre riduzioni vincolanti della quantità di emissioni entro pochi anni. 

L’occasione mancata nel dichiarare l’emergenza climatica è ormai cosa datata: parliamo infatti di un governo fa. Son passati tre mesi e mezzo da quel giorno e, seppur con lo stesso Presidente del Consiglio, la squadra di governo è mutata. La nuova maggioranza, rispetto a quella precedente, risulta essere molto più vicina ai temi ambientali. Gualtieri, nuovo ministro dell’Economia, cita – seppur non proprio a voce alta – la possibilità di adottare un Green New Deal, cioè un piano di riforme politiche, economiche e sociali a favore dell’ambiente. Gualtieri ha intenzione di chiedere all’Unione Europea che gli investimenti “verdi” non vengano contabilizzati nel calcolo del deficit italiano, per assicurare una manovra espansiva italiana nel prossimo periodo. Tuttavia, resta da vedere se verrà proposto un intervento di ampio respiro. Dopo le buone intenzioni, devono invero arrivare le dichiarazioni (d’emergenza) e poi i fatti.

Su Change.org è presente una petizione presentata da Alfonso Pecoraro Scanio, rivolta al Presidente Conte, affinché l’Italia si impegni nei tempi più rapidi possibili a dichiarare emergenza climatica. Ad ora, le firme stanno raggiungendo quota 100.000, e sono in costante crescita. Il Governo, attraverso Sergio Costa, ministro dell’ambiente, non ha ancora espresso un parere formale in merito, anche se fonti interne dicono che ci sia l’intenzione di presentare un decreto legge per dichiarare emergenza. Come abbiamo visto, la dichiarazione non comporta un cambio di rotta repentino verso politiche completamente green. Rimane il fatto che la sua presenza in ambito istituzionale risulti necessaria per un primo passo verso un cambio paradigmatico nella percezione, da parte di tutti i cittadini, di un processo che non prevede un innalzamento della temperature “e basta”, ma tutta una serie di effetti sociologici, di Welfare e geopolitici accavallati e interconnessi. Sicuramente, istituzionalizzando il concetto di crisi climatica, molte più discussioni parlamentari potrebbero essere indirizzate verso temi ambientali, dando maggior risonanza alle istanze favorevoli a politiche verdi, cominciando così ad affrontare una faccenda che non è solo un “cambio” di temperature, ma una vera e propria crisi di sistema.

 

Duegradi è su TwitterInstagramLinkedin e Facebook

Add a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *