Gli eventi estremi non sono più eccezioni
Illustrazioni di Martina Cusin
Le alluvioni in Sud-est asiatico
Aminah Ali è una donna di 63 anni sopravvissuta all’ultima alluvione che ha colpito l’Indonesia. Si trovava a casa sua, nel distretto di Pidie Jaya, nella provincia di Aceh, quando a mezzanotte è iniziata una forte pioggia, come spesso accade nel periodo dei monsoni. Questa volta, però, il suo villaggio è stato improvvisamente inondato. Con l’aiuto del figlio, è riuscita ad arrampicarsi sul tetto, dove ha aspettato per 24 ore i soccorsi. «L’acqua si estendeva a perdita d’occhio. Ho visto molte case spazzate via – ha dichiarato Aminah al Guardian – Ora la mia casa è in rovina, piena di fango. Non avrei mai immaginato una situazione del genere. Mi è rimasta solo una maglietta, non ho nemmeno la biancheria intima, tutti i miei averi sono spariti».
In Indonesia, Malesia, Thailandia e Sri Lanka a fine novembre 2025 si sono contati più di 1800 morti, circa 5000 feriti e più di un milione di sfollati a causa di violente tempeste e alluvioni. Non è il primo e non sarà l’ultimo disastro naturale dovuto a condizioni meteorologiche estreme a colpire il sud-est asiatico, specialmente in un’epoca di riscaldamento globale, che ne acuisce il numero e l’intensità. Come afferma nello stesso articolo del Guardian Roxy Koll, climatologa presso l’Indian Institute of Tropical Meteorology e coautrice dell’ultimo rapporto dell’IPCC, in questa stagione i cicloni non solo sono aumentati, ma sono anche più duraturi e distruttivi.
E, quando si parla di eventi meteorologici e climatici estremi, non si tratta solo di cicloni e alluvioni. Si considerano disastri naturali legati al clima anche ondate di calore, incendi, inondazioni, desertificazioni, frane di ghiaccio, siccità e carestie.
Le conseguenze di un disastro naturale
La portata distruttiva di fenomeni meteorologici estremi dipende da vari fattori: la conformazione fisica della zona colpita, la concentrazione urbana e di biodiversità, i sistemi di prevenzione, allarme e mitigazione e dalla capacità di ricostruzione della società colpita.
Uno degli indicatori per valutare l’impatto di questi fenomeni è, purtroppo, la conta dei decessi. Per quanto siano notevolmente diminuiti rispetto alle prime misurazioni, anche grazie al miglioramento dei sistemi di sicurezza, se ne registrano ancora tanti, troppi. Contando anche i terremoti, nel 2024 i disastri naturali hanno causato 16.753 vittime registrate nel mondo, inferiori alla media del periodo 2004-2023, che arrivava a 65.566 decessi annui.
La conta delle vite perdute, però, non è l’unico parametro da considerare. Infatti, nel 2024 sono state 167,2 milioni le persone colpite direttamente dai disastri naturali, comprese quelle ferite e quelle contagiate da malattie. Queste ultime dipendono dalle carestie o da una cattiva alimentazione, ma anche dalle condizioni post-disastro, per la presenza di cadaveri in putrefazione, la mancanza di igiene e ritardi nei soccorsi. Si devono poi considerare i danni sociali ed economici sul lungo termine, dovuti alla distruzione o al danneggiamento di edifici e infrastrutture e al conseguente sfollamento e migrazione di milioni di persone, che interrompono gli studi o perdono il lavoro.
Migranti climatici
La Banca Mondiale ha stimato che entro il 2050, oltre 216 milioni persone saranno sfollate interne a causa da disastri legati al clima, tra cui inondazioni, tempeste, incendi boschivi e siccità. Nonostante ciò, non esiste ancora, a livello formale, lo status di rifugiato climatico. Pertanto, chi migra per tali ragioni rischia di non trovare accoglienza in un luogo più sicuro, sia all’interno del proprio paese sia all’estero.
Infatti, spesso i disastri naturali e i fenomeni legati al clima, come la siccità, sono collegati a guerre e persecuzioni. È spiegato bene nel libro “Effetto serra effetto guerra” (G. Mastroieni, A. Pasini, Chiarelettere, 2017) ed è evidente anche da alcuni conflitti in corso, come la “lotta per l’acqua” tra Siria, Kurdistan e Turchia. Secondo un report dell’UNHCR, i tre quarti delle persone migrate nella prima metà del 2025 a causa di guerre, violenze e persecuzioni, vivono anche in paesi esposti a rischi climatici.
Negli ultimi dieci anni, però, i disastri meteorologici da soli hanno causato circa 250 milioni di sfollati interni, equivalenti a circa 70.000 spostamenti al giorno. A causa dell’assenza di tutele e mala gestione di questo tipo di migrazioni, si costruiscono campi profughi di fortuna, spesso non lontano dai luoghi più a rischio di eventi estremi. Nel report dell’UNHCR si legge come quasi tutti gli attuali insediamenti di rifugiati dovranno affrontare un aumento senza precedenti del caldo torrido. Entro il 2050, si prevede che i quindici campi profughi più caldi del mondo – situati in Gambia, Eritrea, Etiopia, Senegal e Mali – dovranno affrontare quasi 200 giorni o più di stress termico all’anno. Il corpo è infatti in grado di autoregolare la propria temperatura con l’aumento del flusso sanguigno cutaneo e il sudore, ma questo meccanismo può non scattare o malfunzionare qualora le temperature siano troppo elevate oppure non si riesca a integrare correttamente i liquidi, a ripararsi, a vestirsi adeguatamente: tutte condizioni che possono caratterizzare le situazioni di indigenza.
Gli aiuti economici
Per attutire le conseguenze degli eventi meteorologici estremi, nel 2015 è stato stilato il Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030, un documento che elenca le linee guida da seguire per ridurre al minimo i rischi legati ai disastri naturali, oltre che per affrontarli. Nell’ultima pagina i paesi del mondo vengono esortati a prendere in considerazione questo documento durante le assemblee nazionali e internazionali sul clima, disastri, gestione delle finanze.
Infatti, che una maggiore capacità di prevenzione, di sicurezza e di ripresa dipende in gran parte dai fondi stanziati per le catastrofi. Tra i più importanti fondi internazionali troviamo quello della Banca Mondiale, il Catastrophe Deferred Drawdown Option, che dagli anni 2000 mette a disposizione liquidità immediata in caso di emergenze, evitando le attese burocratiche. Vi è poi il CDRI (Coalition for Disaster Resilient Infrastructure), una coalizione internazionale nata su iniziativa dell’India nel 2019 che si impegna a migliorare la resilienza dei sistemi infrastrutturali ai rischi climatici e disastri, supportando chi vi aderisce a ottenere tutte le informazioni necessarie e a gestire le proprie finanze. Ad oggi comprende (solo) 64 membri tra governi nazionali, tra cui l’Italia, organizzazioni internazionali e il settore privato.
Nel 2015 è nato il Green Climate Found, il più grande fondo finanziario per i paesi in via di sviluppo, meno preparati ad affrontare i disastri naturali e spesso anche meno responsabili dell’aumento delle temperature. Un esempio lampante è il Marocco dove solo le inondazioni causano danni per 450 milioni di dollari ogni anno, nonostante il paese contribuisca alle emissioni di gas serra per lo 0,18%. La rapida urbanizzazione dovuta allo sviluppo del paese sta amplificando i rischi, concentrando popolazione e attività economiche nelle città.
A Baku nel 2024 si è deciso di stanziare 300 miliardi di dollari all’anno per i paesi a basso reddito, per arrivare ai 1000 miliardi al 2030 e ai 1300 miliardi al 2035. Visto che attualmente sarebbero necessari almeno 900 miliardi all’anno, le economie in via di sviluppo quest’anno si sono presentate alla COP30 con la richiesta di triplicare i finanziamenti per l’adattamento entro il 2030. L’accordo finale ha però posticipato al 2035 il termine per triplicare le risorse. In questo quadro, quindi, si muovono anche altri enti, che agiscono più chirurgicamente. Per esempio, per il Marocco, la Banca mondiale sta per approvare un pacchetto di finanziamenti al Paese di 200 milioni di dollari.
Il punto sulle assicurazioni
Anche i soldi investiti dai singoli paesi nelle assicurazioni per i disastri naturali stanno aumentando. Solo per le assicurazioni sulle inondazioni sono stati investiti 20 miliardi di dollari nel 2024 a livello globale, la terza quota più alta mai registrata dopo quella del 2011 e del 2021. Ma ancora non è abbastanza. Gli incendi in California dell’inizio del 2025 hanno generato un bilancio negativo di circa 40 miliardi di dollari. L’alluvione di Valencia del 2024 ha causato danni per 9,7 miliardi di euro. Per capire la portata di questa cifra, basti pensare che il budget allocato dal comune di Valencia per il 2026 al fine di sostenere e implementare i servizi pubblici (sanità, istruzione, turismo etc.) è di 1,25 miliardi di euro. Per quanto riguarda l’Asia meridionale e sud-occidentale, secondo l’ “Asia-Pacific Disaster Report 2025: Rising Heat, Rising Risk” di ESCAP (Economic and Social Commission for High Risk), le perdite medie annue dovute alle inondazioni potrebbero passare dai 47 miliardi di dollari storici ai 57 miliardi.
A livello globale, secondo l’analisi dello Swiss Re Institute, nel 2024 i disastri naturali hanno causato 318 miliardi di dollari di danni. Di questi, il 57% non erano assicurati. Il protection gap italiano è ancora più preoccupante, attestandosi al 78%, con appena il 22% dei danni assicurati. La Legge di Bilancio 2024 ha introdotto l’obbligo per tutte le imprese con sede legale in Italia di sottoscrivere la copertura assicurativa contro eventi catastrofali (Cat Nat) per limitare la dipendenza dagli aiuti pubblici e distribuire il rischio tra aziende, compagnie assicurative e Stato.
I database sui disastri naturali
Per prevenire e affrontare nel modo più efficace possibile i disastri naturali e le loro conseguenze, è anche necessario monitorarne la quantità e la portata, individuare i luoghi che ne sono maggiormente colpiti e valutarne i danni. Tra i più affidabili enti che se ne occupano vi sono la Banca dati internazionale sui disastri (EM-DAT) e il Centro di ricerca sull’Epidemiologia dei Disastri (CRED). A livello locale troviamo il noto NOAA negli Stati Uniti, il Joint Research Center in Europa. Anche in Brasile ci sono due importanti centri di ricerca per il disastri (CEMADEN e INPE) e uno in india (NIDM). Anche la Cina dal 2002 finanzia il National Disaster Reduction Center (NDRCC).
Incrociando i dati di alcune di queste realtà, la FAO ha riportato come i disastri naturali stiano aumentando a livello globale, passando da 100 all’anno registrati negli anni ’70 a circa 400 all’anno negli ultimi 20 anni. Fermo restando che i dati relativi ai disastri avvenuti prima dell’inizio delle misurazioni negli anni ‘70-80 sono imprecisi e lacunosi, è però innegabile un cambiamento nella portata degli eventi estremi nel corso degli ultimi vent’anni. Gli stessi cicloni Ditwah e Senyar, che hanno colpito il sud-est asiatico a novembre 2025 possono essere considerati delle anomalie rispetto agli schemi storici a causa della loro potenza e la lunghezza del loro tragitto. Secondo il report di ESCAP già citato, le colline centrali dello Sri Lanka e la fascia meridionale della Thailandia erano prima zone a basso rischio climatico, mentre ora sono ora classificate come ad alto rischio.
Disastri ambientali più intensi si stanno verificando anche in Asia centrale, Medio-oriente e Nord Africa a causa delle temperature da record che ormai arrivano ai 51 gradi ogni estate, le temperature più alte mai registrate. Nel 2022 e nel 2023 il Pakistan e l’Afghanistan hanno subito tra le più disastrose inondazioni in dieci anni, nonostante contribuiscano per meno dell’1% alle emissioni globali. Nel 2024 a La Mecca, anche a causa di una mala gestione dei pellegrini, sono morte 1300 persone per un’ondata di calore.
Anche nell’Europa mediterranea nel periodo estivo si registrano ormai temperature tra i 40 e i 50 gradi, con annesse bombe d’acqua molto potenti. Nel settembre 2023 in Grecia è caduta in tre giorni la pioggia che di solito cade in un anno. L’alluvione di Valencia, menzionata sopra, è stata la più distruttiva dell’epoca moderna in Spagna. Spostandoci negli USA, nell’agosto del 2024, durante una tempesta che ha colpito gli stati di Connecticut e New York, sono caduti 350 mm di pioggia. Secondo i dati del NOAA, la probabilità che una precipitazione di questa entità si verificasse in questa località in un anno era dello 0,1%. Ora, invece, tutto è possibile, tanto che la lista di questi eventi disastrosi e fino a poco fa inusuali potrebbe continuare a lungo. D’altra parte, il 2024 si è attestato come l’anno più caldo di sempre e i nuovi dati di Copernicus del 2025 sono allarmanti.
I database sui disastri naturali oggi
Proprio per i preoccupanti dati climatici degli ultimi anni e per le imprecisioni degli anni precedenti, è importante continuare a monitorare la situazione. In questo modo avremo una panoramica più affidabile anche sui disastri naturali e poter così prevenire migliaia di morti, gestire le migrazioni, mettere in gioco sistemi di assicurazione economica più mirati e, soprattutto, dare a politici e aziende un motivo in più per ridurre i combustibili fossili.
I fondi ai centri di ricerca dell’UE sembrano reggere, anche se alcuni singoli paesi (Francia, Belgio, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Finlandia e Svezia) stanno pensando di ridurre gli aiuti ai paesi in via di sviluppo per favorire i finanziamenti alla difesa e per l’ascesa ai governi di leader di estrema destra. Anche per gli stati BRICS, in assenza di prove contrarie, sembra esserci una continuità dei finanziamenti ai loro centri di ricerca, e un maggior impegno nella riduzione delle emissioni. Invece, a gennaio 2025, l’amministrazione degli Stati Uniti ha deciso di sfilarsi dall’Accordo di Parigi e ha iniziato a tagliare i fondi ai centri di studio e monitoraggio dei disastri ambientali. Nel maggio 2025 il NOAA ha cessato di supportare gli studi per i disastri naturali legati all’oceano, proprio per gli ingenti tagli. All’inizio del 2025, USAID ha sospeso i finanziamenti per EM-DAT dopo venticinque anni di supporto a causa dei tagli all’associazione, la quale si occupava anche di aiutare le persone colpite dai disastri naturali.
Anche le università e, quindi, la ricerca scientifica stanno subendo ingenti tagli.
A questo si aggiunge la tendenza del governo statunitense a negare le cause antropiche del cambiamento climatico. A dicembre 2025 l’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (EPA) ha rimosso ogni riferimento ai combustibili fossili dalla pagina dedicata alle cause del cambiamento climatico e la ogni voce relativa alla crisi climatica è stata rimossa dal sito ufficiale della Casa Bianca. Lo stesso presidente Trump, durante l’Assemblea Onu del 2025, ha definito la crisi climatica una “bufala”, opponendosi al consenso scientifico globale e all’azione di molti paesi del mondo. I quali, comunque, a Belém hanno nuovamente rinunciato alla scrittura della road map per l’uscita dai combustibili fossili. Intanto, le emissioni di gas serra globali continuano ad aumentare. Certo, per Trump e gli/le altri/e leader mondiali prendere certe decisioni è più semplice, poiché non saranno mai costretti/e a salire su un tetto per sfuggire a un’alluvione. O forse sì?



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