Diventare attivisti per il clima oggi, nonostante tutto, per tutto
Articolo di Anna Breda
Illustrazione di Isabel Rasotto
È il 2019. Migliaia di persone, in Italia, scendono in piazza. Milioni, in tutto il mondo. Tante giovani vite riunite in un unico coro: la richiesta di un mondo migliore, una richiesta di bellezza, di un futuro non annebbiato dai gas dei combustibili fossili, non inondato dalle loro conseguenze. È l’apice della partecipazione ai movimenti per il clima che, dal 2018, raccolgono tutta la storia e la cultura ambientalista e i fermenti di protesta per il clima precedenti, in una richiesta forte, tempestiva e lungimirante: un cambiamento di sistema che unisce tutti i punti in comune delle diverse lotte sociali.
È il 2025. Sono passati sei anni, il Covid, la guerra in Ucraina, la crisi energetica, in Italia, due governi, prima di arrivare a quello Meloni, la guerra a Gaza, il ritorno di Trump e il probabile superamento di 1.5°C rispetto alla temperatura preindustriale. Il cambiamento climatico non compare al primo posto dell’agenda politica e diventa sempre più invisibile agli occhi dei media – dimezzate le notizie sulla crisi climatica nel 2024. Noi non ne parliamo, mentre i suoi effetti ci parlano sempre di più.
I movimenti per il clima ci sono ancora, resistono, con meno numeri, continuano a parlarne, ri-esistono nelle diverse campagne e lotte per la stessa richiesta forte, tempestiva e lungimirante.
Ad aprile di quest’anno, la manifestazione dei Fridays for Future: “una liturgia stanca, ma preziosa” la definisce Ferdinando Cotugno, giornalista esperto di ecologia e clima, nel suo numero 233 di Areale. “Le liturgie diventano preziose proprio quando sono più stanche” continua Cotugno.
Quel giorno ero in piazza a Roma, in quella “preziosa liturgia”. Pochi giorni dopo mi sono ritrovata ad andare ad un’assemblea dei Fridays, senza conoscere il reale motivo, l’algoritmo complesso di incontri e persone, eziologia di ogni nostra decisione, di cui sarebbe impossibile riportare le medesime combinazioni per ognuno. Dopo forse troppo poco tempo, ma tante emozioni, me lo sono chiesta: perché io quel giorno sono andata ad un’assemblea dei Fridays e perché molte persone, diverse da me, con algoritmi diversi, prima e dopo quel giorno, hanno preso la mia stessa decisione? Qui, un senso comune ci dev’essere, forse nascosto nell’etimologia del termine “crisi”, dal greco “krisis”: scelta, decisione. Alcuni appunti li ho presi, in questo forse troppo poco tempo, ma sono i miei e un movimento non fa diventare uguali le persone che lo compongono. Però, allo stesso tempo, uno dei miei appunti dice: persone diverse compongono lo stesso movimento.
Sorridere seriamente
Cosa mi avesse spinto in quello scantinato vicino Termini alle 19 di sera io non lo sapevo proprio. Non c’era niente che mi tornava. Era tardi, sarebbero stati in tanti, si conoscevano, sapevano molte cose. Io no. E poi: stavano lottando contro il cambiamento climatico, in questo mondo, “saranno disperati”. La “preziosa liturgia” a cui stavo andando, mi sembrava tanto un funerale.
Ovviamente, non tornava nemmeno l’indirizzo che avevo visto su Instagram. “Sono qui per la riunione dei Fridays… dei Fridays for Future” azzardai al signore del Municipio. “Perché?! La questione dei topi sul muro?!” rispose lui. “No, certamente non per quello”, o almeno, da quanto ne sapevo. “Grazie lo stesso”, scappai via. Ripercorsi la stessa strada, ancora una volta. Mi avrà preso per pazza il militare di guardia del palazzo di fronte. Poi vidi una porticina aperta che scendeva giù, nascosta. Molto probabile che lì ci fossero i topi sul muro, ma magari anche i Fridays? “Ormai”. Scesi.
“Ciao!” esclamai, con sorriso da ebete. Cinque ragazzi di età indefinibile, come i gradi dello scantinato, mi guardarono, forse stupiti: “Ciao!”. Sorridevano. Erano sicuramente i Fridays; dei topi, nessuna traccia. Mi sedetti timidamente, cercando di occupare il minor spazio possibile, cercando di farmi piccola. Mi sorrisero e si presentarono: cosa che io, ovviamente, non avevo ancora fatto.
Incominciarono a parlare. Delle cose che dicevano ne comprendevo solo la metà, e solo perché questa era associata a timide contestualizzazioni che qualcuno, a turno, si preoccupava di offrirmi. Allora sorridevo: “non dovevano”, pensavo. In quel momento volevo occupare meno spazio possibile.
Incominciavo ad accorgermi che alla fine tutto tornava, le loro parole, il tempo, il quale scorreva indefinito, non scandito da messaggi di whatsapp, ché tanto la rete internet era inesistente, persino i loro sorrisi. Sì, sorridevano. Forse la disperata ero io. Moriremo tutte/i, pensavo spesso. Moriremo tutte/i, ripensavo in quello scantinato, ma loro, in prima linea, in trincea, sorridevano. Sorridevano seriamente. Li guardavo e mi piacevano.
Però mi guardavano anche loro, nonostante cercassi di occupare il minor spazio possibile, mi sorridevano e dopo il lungo silenzio azzardarono: “e te cosa ne pensi?”.
E io, cosa ne pensavo?
“Moriremo tutte/i”, lo avevo sempre pensato, ma questo lo sapevano anche loro. Le avevo cercate incessantemente, le parole giuste, l’idea giusta, ma non le avevo mai trovate. Loro però, non mi stavano chiedendo questo, mi stavano chiedendo cosa ne pensassi io, piccola, che cercavo di occupare il minimo spazio possibile sulla sedia, che non capivo gran parte delle parole che dicevano, ma tanto andava bene lo stesso.
La soluzione alla morte, trovai che alla fine fosse solo arrogante pretendere di averla, io poi… Allora sorrisi anch’io, con serietà.
Una richiesta di bellezza, un movimento di bellezza
“Siete bellissimi”, disse un giorno una ragazza di Fridays, prima che ci lasciassimo per le vacanze estive. Lo pensavo anch’io.
Sono bellissime/i non solo perché sorridono in trincea. Sono bellissime/i, perché chiedono sempre: “come stai?”, e non per iniziare una conversazione, loro ci tengono a saperlo, è una richiesta quasi politica. “Come stai, qui, ora, in mezzo a tutto ciò?”, e puoi rispondere, sorridendo, che ti senti strana/o, che sei stanca/o e che non ce la fai, che non vuoi rispondere ai messaggi perché sei in ansia o che sei solo, inspiegabilmente, felice. E ogni risposta va bene, anche il silenzio. Sono bellissime/i perché ti chiedono sempre: “com’è andata?”, e non gli importa se la risposta sia: “male”, va bene, mettono un punto e poi una virgola: la prossima volta cercheremo di fare meglio, l’importante è che tu stia bene. Perché ti chiedono sempre: “che ne pensi?”, e i boh imbarazzati, pian piano, diventano bah pensierosi, seguiti da tante idee, che ti sembravano così stupide, così irrealistiche, inconcrete, ma per loro non lo sono mai e se ne prendono cura, le coltivano. Un giorno magari saranno dei frutti innestati da altre idee.
Sono bellissime/i perché ci provano, a chiedere: “come stai?”, “com’è andata?” e “che ne pensi?”, agli altri, a tutte, a curarsi delle risposte, a coltivarle. Sarà faticoso, sarà doloroso. Così viene descritta la rivoluzione ecologica, di sacrifici e rinunce, facendo leva sulla paura, validissima, di una transizione senza giustizia sociale: licenziamenti e crisi economica. Altra stanchezza, altro dolore. Ma non dev’essere necessariamente così. È un campo da seminare che dev’essere protetto dalle inondazioni del cinismo, dall’avvilimento, con armi fatte da “come stai?”, “com’è andata?” e “che ne pensi?”, curato dalle frustrazioni con dei biscotti, vegani e celiaci, coltivato da idee. Con rabbia e con amore. Sì, ma dove l’amore è distinto dalla rabbia, complementare. E loro ci provano. E sono bellissime/i.
Forse fare attivismo per il clima è, prima di tutto, credere davvero che la nostra estinzione di massa non sia l’unica soluzione per il benessere del nostro pianeta.
Non siamo soli
“Siamo bellissimi”, la corressero, quel giorno, gli altri.
Ci sentiamo così impotenti di fronte a tutto ciò che ci circonda. Immagini drammatiche in televisione, sul cellulare. E noi siamo lì, da sole/i, davanti a uno schermo. Attimi epifanici di cosa ci sia al di fuori della nostra frenesia quotidiana. Sei stanca/o, sola/o, davanti a uno schermo. Stai male. Spegni la televisione, il cellulare, volgi lo sguardo e vai avanti, in una società dove se ti fermi, sparisci. D’altronde, che puoi fare tu?
Però ci siamo fermati, a inizio ottobre, ci siamo guardati negli occhi, in migliaia, insieme, per la Palestina. Ed è stato magico, un atto di consapevolezza politico, ma anche sociale. Ha fatto bene, non essere sole/i, in un malessere collettivo.
La crisi climatica è la crisi più collettiva che si conosca. L’atmosfera è la stessa per tutte/i e si sta riscaldando, per tutte/i. Forse tu stai male, sei preoccupata/o per il futuro a tratti distopico che ci tratteggia la scienza, mentre le istituzioni rimangono immobili, sei stanca/o, ma non sei il sola/o. È quello che testimoniano anche diverse ricerche, come uno dei recenti sondaggi dell’Eurobarometro condotto dalla Commissione Europea o “People and Climate Change: Public attitudes to the Climate Crisis and the transition to Net Zero” di Ipsos, società multinazionale di ricerche di mercato.
Se ci pensi, non è, drammaticamente, bello? Fermarsi, guardarsi negli occhi ed esserci. Stare insieme nel malessere collettivo. Fa bene. Ed è qui e ora, siamo noi. Sono le prossime manifestazioni per il clima, tutti i movimenti, tutte le iniziative, associazioni, comitati, realtà che hanno bisogno di sostegno, le nostre semplici vite. Sei tu, come sei e come puoi.
“Siamo bellissimi”, la corressero quel giorno gli altri. Penso che sei bellissima/o anche tu che stai leggendo.
Abbi cura.


Add a Comment