e-commerce nemico dell'ambiente?

Basta un click: l’e-commerce è nemico dell’ambiente?

Basta un click: l’e-commerce è nemico dell’ambiente?

 

Quanto è bello poter scegliere tra un’infinità di prodotti, direttamente dal nostro divano, e con uno o due click riceverlo direttamente a casa? Magari addirittura il giorno dopo, senza stancarci, sprecare energie, e probabilmente spendendo anche meno? Molto, lo sappiamo. Vi siete mai chiesti però se questa apparente convenienza possa avere delle ripercussioni di breve e di lungo periodo? In verità le conseguenze negative esistono, non soltanto in termini economici e sociali (vedi la realtà delle piccole imprese o quella dei corrieri), ma anche ambientali. Oggi ci soffermeremo proprio sull’impronta ecologica dell’e-commerce e sul suo contributo al cambiamento climatico.

 

Qualche numero sull’e-commerce

Il digitale ha stravolto le nostre vite, incluso il nostro modo di fare acquisti. L’avvento dell’e-commerce (o commercio elettronico) – termine con cui si intende la compravendita di prodotti e servizi attraverso canali informatici – è stato accolto come manna dal cielo da gran parte dei consumatori e ha avuto importanti ricadute positive sul fatturato delle aziende che lo utilizzano. Secondo l’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano, sempre più consumatori (quasi 2 miliardi a livello mondiale nel 2018) acquistano online, per un valore complessivo di quasi 3 mila miliardi di dollari.

 

È la Cina ad ottenere il primato come miglior mercato e-commerce nel mondo, seguita dagli Stati Uniti. In Europa, circa la metà dell’intero fatturato del settore è prodotto da Regno Unito, Germania e Francia. In Italia invece, il valore degli acquisti online nel 2019 è aumentato del 15% rispetto al 2018, raggiungendo i 31,5 miliardi di euro. Si tratta di un fenomeno in costante crescita e, pertanto, i possibili effetti collaterali non devono essere sottovalutati. 

 

Perché l’e-commerce può diventare nemico dell’ambiente

È più vantaggioso, in termini di emissioni, acquistare online o recarsi presso il punto vendita più vicino? La risposta a questa domanda non è univoca. In teoria, l’e-commerce non è, di per sé, più inquinante del commercio offline tradizionale. Anzi: acquistare online è sembrato sin da subito un buon modo per ridurre l’inquinamento provocato dallo spostamento autonomo di milioni di consumatori.

 

In pratica però, l’impronta ecologica di quest’ultimo dipende da diverse variabili. Secondo Fabio Iraldo, docente all’Istituto di Management della Scuola Sant’Anna di Pisa, ad esempio, in termini ambientali comprare online conviene quando il cliente per recarsi al punto vendita deve percorrere una distanza significativa  (si stima più di 15 km). Insomma, se il negozio fisico serve una clientela che si trova all’interno di un raggio di  15 km, sostituirlo con il negozio online è un danno in termini ambientali. Ma ci sono tanti altri fattori che possono rendere l’e-commerce poco sostenibile.

 

Chi va piano va sano e va lontano: la consegna veloce fa male al clima

Uno dei primi meccanismi poco sostenibili legati all’e-commerce è quello della consegna veloce o “istantanea”, possibilità introdotta dai grandi colossi del commercio online (primo tra tutti Amazon con Amazon Prime) per attirare la clientela e battere la concorrenza. Per l’acquisto di molti prodotti, il consumatore ha cioè la possibilità di usufruire di un servizio a pagamento che permette di ricevere la merce acquistata in un solo giorno.

 

Secondo Josue Velazquez-Martinez, docente di logistica sostenibile al MIT di Boston, la consegna veloce richiede un dispendio di energia 3 volte maggiore rispetto alla consegna tradizionale. Il perché è facilmente intuibile: per riuscire a consegnare in un giorno, non può essere più un solo corriere a consegnare in una volta sola più pacchi in posti diversi, ma ci sarà la necessità di più corrieri che fanno consegne in posti diversi. E come sappiamo, più mezzi e più traffico in città si traducono in più emissioni.

 

Per far comprendere l’entità del problema, Martinez ed il suo gruppo di ricercatori hanno elaborato un metodo per misurare il numero di alberi salvati, ogni giorno, evitando l’utilizzo della spedizione veloce per i propri acquisti. Essere a conoscenza del proprio impatto ambientale sembra avere risvolti positivi: sulla base di un esperimento condotto su circa 300 consumatori messicani, Martinez ha stimato che il 30% dei consumatori, compresi gli effetti delle proprie scelte sul clima, diventa disposto ad aspettare il proprio pacco qualche giorno in più pur di limitare le emissioni di CO2.

 

E-commerce impatto ambientale trasporti

 

 

Restituire la merce ci costa il doppio in termini climatici

Quella del reso è un’altra delle politiche introdotte dalle aziende che operano online per rendere l’esperienza del consumatore il più possibile simile a quella nel negozio fisico, ma che rischiano di arrecare ulteriori danni all’ambiente. Chi compra un prodotto online ha dai 30 ai 100 (100!) giorni per restituirlo gratuitamente.

 

Secondo i dati raccolti da PresaDiretta, i resi sono aumentati del 66% tra il 2010 e il 2015, e i soli resi di Zalando (società tedesca di e-commerce specializzata nel settore dell’abbigliamento) equivalgono circa al 50% dei prodotti ordinati. Ciò vuol dire che, su 140 milioni di ordini effettuati su Zalando in tutto il mondo, 70 milioni di pacchi sono stati trasportati avanti e indietro, con il relativo raddoppio di CO2 nell’atmosfera.

 

Il fenomeno della distruzione dell’invenduto 

Ma dove finiscono i prodotti restituiti o semplicemente non venduti? Secondo le testimonianze raccolte nell’inchiesta di Manitese sulla distruzione di massa dei beni invenduti in Amazon, in Italia il gigante del commercio online distrugge fino a 100 mila prodotti nuovi al mese. Non siamo riusciti a reperire dati ufficiali, ma se le cose stessero effettivamente così staremmo parlando di un impatto ambientale enorme.

 

Si pensi che distruggere 100 televisori nuovi invenduti equivarrebbe a viaggiare inutilmente da Milano a Pechino per ben 54 volte, con le relative emissioni di CO2. Il tutto in maniera perfettamente legale. Notizie simili arrivano anche dai nostri cugini d’Oltralpe: secondo un’inchiesta dell’emissione francese Capital, Amazon avrebbe distrutto in Francia circa 3,2 milioni di oggetti nuovi nel 2018. 

 

L’imballaggio non è amico della raccolta differenziata

Quella del packaging (imballaggio) risulta essere un’altra problematica importante. Secondo Corepla, il consorzio per il riciclo degli imballaggi di plastica, l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo nel 2016 (un aumento del +200% in dieci anni).

 

Inoltre, considerando la difficoltà con cui si riciclano le diverse parti dell’imballaggio, perché composto da materiali diversi, il pacco ordinato online può arrivare a causare l’emissione di 180 kg di CO2, rispetto agli 11 kg della busta tradizionale presa in negozio.

 

I nostri pacchi viaggiano ancora su veicoli inquinanti

La maggior parte delle consegne in Italia avviene su gomma, con veicoli vecchi ed inquinanti. l’Ispra prevede che circa il 75% dei veicoli commerciali leggeri appartengono a una classe inferiore ad Euro 5.

 

Inoltre, aumenta il trasporto merci in aereo (secondo l’International Air Transport Association, la domanda globale è aumentata del 5% nel 2018), mezzo altamente più impattante rispetto alle navi o, meglio, ai treni.

 

e-commerce trasporti inquinanti

Che cosa si può fare

In attesa che la materia venga meglio regolamentata dai governi e che le aziende agiscano per diventare più “green”, noi tutti abbiamo un grande potere in quanto consumatori. Aspettare qualche giorno in più per una consegna, ordinare meno online se esistono negozi vicini che possono avere gli stessi prodotti, acquistare più prodotti in una sola volta, potrebbero essere piccole ma fondamentali scelte per minimizzare il nostro impatto climatico, nonché per garantire anche l’esistenza di una rete socio-economica vivace sotto casa nostra.

 

di Fabiola De Simone

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