Economia della ciambella

L’economia della ciambella come alternativa alla crescita infinita

L’economia della ciambella come alternativa alla crescita infinita

Come ridisegnare la società, all’interno dei limiti delle risorse che il pianeta ci mette a disposizione.

disegno di Dada

 

Qual è l’obiettivo dell’economia?

Continuiamo la nostra serie di articoli “economichevoli”, introducendo un argomento al quale abbiamo già accennato su Duegradi. Si tratta della cosiddetta Doughnut Economics, letteralmente l’“economia della ciambella”, chiamata così per via della forma grafica con cui viene rappresentata. Il punto da cui parte Kate Raworth, ideatrice di questo nuovo modello economico, è chiedersi quale obiettivo dovrebbe porsi l’economia. In modo quasi sarcastico, ci invita a domandarci su cosa fonderemmo l’economia del nostro Paese se fittiziamente immaginassimo di esserne a capo. 

 

La teoria economica tradizionale non avrebbe dubbi: l’obiettivo di un’economia è di crescere. Ed è quello che è accaduto da due secoli a questa parte non solo a livello teorico, ma anche a livello empirico: il PIL mondiale è più che quadruplicato dal 1870 ad oggi. Il problema sorge quando ci si accorge che esistono aspetti della società che, sebbene ritenuti fondamentali, non vanno necessariamente di pari passo alla crescita economica: tra gli altri, disuguaglianza, miseria, degrado ambientale.

 

Lo abbiamo visto in un articolo di qualche tempo fa: già nel 1934 Simon Kuznets affermava che il benessere di un Paese non può venir desunto da una misura dell’utile nazionale. Nel 2008, oramai 12 anni fa, l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy invitava un gruppo di venticinque economisti internazionali, tra cui i Nobel Amartya Sen e Joseph Stiglitz, a dare una valutazione delle misure di progresso economico-sociale su cui si regge la politica economica internazionale. Sull’attuale utilizzo di indici ed indicatori economici, come il PIL, il gruppo di economisti concluse quanto segue (p.9 di 292 – N.d.T.):

 

“[…] coloro che tentano di guidare l’economia e le nostre società sono come dei piloti che cercano di seguire un tracciato senza una bussola affidabile. […] Siamo quasi ciechi quando gli indicatori su cui si basa l’azione sono mal progettati o quando non sono ben compresi. Per molti scopi, abbiamo bisogno di indicatori migliori.”

 

Insomma, le metriche utilizzate dai decisori politici alla guida dei Paesi e in balia dei mercati finanziari sono spesso sterili e c’è bisogno di modificarle. 

 

L’economia della ciambella

Ecco perché già nel 2011 Kate Raworth, avendo avuto a che fare per decenni con modelli economici sterili nella sua carriera di economista, si propose di disegnare in modo semplice una nuova bussola per i decisori politici, a forma di ciambella. L’idea su cui si fonda la Doughnut Economics è che per modellare un’economia in cui l’uomo possa prosperare, è necessario partire da una visione di mondo in cui ogni persona vive con dignità e senso di comunità all’interno dei limiti delle risorse che il pianeta ci mette a disposizione.

 

L'economia della ciambella: grafico

Il diagramma a ciambella // Fonte: Doughnut Economics di Kate Raworth (di Viola Madau)

 

 

La ciambella è organizzata in modo tale che al centro siano distribuite in diverse categorie le carenze essenziali delle persone, mentre all’esterno della ciambella sono contrapposti i limiti ecologici dei sistemi naturali (come, ad esempio, cambiamento climatico, inquinamento chimico, perdita di biodiversità). Proprio tra questi due insiemi di limiti esiste uno spazio per l’umanità, equo sia dal punto di vista sociale che naturale.

 

Durante la seconda metà del ventesimo secolo, lo sviluppo economico globale ha assicurato a milioni di persone i bisogni fondamentali minimi. Purtroppo, però, a tale effetto positivo è corrisposto un incremento vorticoso dell’attività umana – tanto che si parla di Great Acceleration (ovvero, “grande accelerazione”) per indicare gli anni 1950 – 2000 – e dello sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali. L’incremento dell’attività umana ha messo a dura prova il pianeta – ma dove ci troviamo ad oggi nella ciambella? Siamo dentro al tetto massimo della capacità ecologica della Terra?

 

 

L'economia della ciambella: sfruttamento delle risorse

 

 

Secondo la scienza, non stiamo andando alla grande. Anzi, siamo ben oltre la circonferenza esterna della ciambella, almeno per quanto riguarda il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la conversione dei terreni, il carico di nitrogeno e fosforo. Le interconnessioni messe in evidenza dall'”economia della ciambella” parlano chiaro: il benessere umano dipende dal benessere del Pianeta.

 

Così come i terreni coltivabili e la produttività del suolo sono strettamente connessi alla nostra capacità di produrre cibo e come gli alberi rappresentano figurativamente un’estensione dei nostri polmoni, anche la qualità e lo stato di riserve d’acqua dolce sono collegati alla nostra capacità di dissetarsi, e così via. 

 

Tra i punti deboli, invece, del modello economico proposto dalla Raworth si trova l’applicabilità in termini pratici del sistema a ciambella: in primis, lo scarso riferimento ad una dimensione politica che necessariamente si intreccia sia con la distribuzione delle risorse ambientali sia con l’attuazione del piano redistributivo. 

 

In conclusione

Tornando alla domanda di apertura, quindi, l’obiettivo del Paese ideale di Kate Raworth (ma non sarebbe male se non fosse solo il suo) è di assicurare alle persone questo spazio intermedio nella ciambella, tra ciò che è giusto a livello umano e ciò che è equilibrato per il pianeta.

 

Il punto di forza di questo modello è che espone in prima linea la salvaguardia del pianeta da cui dipendiamo, anzi mette questa dipendenza come cornice che racchiude il modello economico stesso. All’esterno, nessuno scenario persiste.

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