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Edifici e neutralità climatica

Edifici e neutralità climatica: la proposta di revisione della Direttiva europea sulla prestazione energetica nell’edilizia (EPBD)

di Verdiana Fronza

Le sfide per l’edilizia nella lotta al cambiamento climatico

Il settore dell’edilizia gioca un ruolo prominente nel conseguimento della neutralità climatica entro il 2050 “senza trascurare nessuna persona e nessun luogo”, obiettivo chiave del Green Deal europeo. In UE il 40% del consumo energetico fornito per l’80% da combustibili fossili e il 36% delle emissioni di CO2 sono legati al ciclo di vita degli edifici, dalla costruzione, all’uso, la ristrutturazione e la demolizione. Dati simili si riscontrano a livello globale.

 

 

Quota globale annua di emissioni di CO2 (sinistra) e domanda finale di energia (destra) legata a edifici e costruzioni nel 2021. Fonte: UNEP – globalabc, 2022.

 

L’impronta di carbonio di un edificio comincia ben prima del suo utilizzo, con l’estrazione e il trasporto dei materiali da costruzione, e prosegue oltre il suo smantellamento visto che i risultanti rifiuti devono essere riutilizzati, riciclati o smaltiti. Molti dei materiali utilizzati in edilizia hanno un’intensità di CO2 considerevole. L’acciaio è il materiale con il più alto livello di “energia incorporata” e contribuisce al 7% delle emissioni globali annue di CO2; per l’alluminio sono il 3%, mentre le emissioni dirette della produzione di cemento sono aumentate di 1.5 volte fra il 2015 e il 2021.

 

Rappresentazione schematica delle fasi del ciclo di vita di un edificio. Fonte: TU Delft.

 

Il maggiore impatto energetico e di emissioni avviene però nella fase di uso e mantenimento di un edificio. Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) per il 2021, il 18% del consumo di energia degli edifici si è dovuto all’utilizzo di apparecchiature (elettrodomestici, sistemi di condizionamento, etc.) e la domanda di energia per riscaldare l’acqua, illuminare gli ambienti e cucinare è in aumento e ha superato i livelli pre-pandemici. Quest’energia viene usata anche per mantenere gli spazi a temperature accettabili in estate e inverno, una sfida sempre maggiore nel contesto del riscaldamento globale. In più, le emissioni di CO2 dirette e indirette derivanti dall’uso degli edifici continuano a crescere. 

 

Si devono poi considerare anche conseguenze meno dirette degli impatti ambientali del settore edilizio, come il legame con l’inquinamento dell’aria o il consumo di suolo. Nel 2020, il consumo finale di energia in ambito domestico è stato pari al 28% del totale UE e il consumo di energia residenziale, commerciale e istituzionale ha rappresentato la principale fonte di particolato nell’aria. Si stima inoltre che a livello globale la superficie occupata dalle nuove costruzioni continuerà ad aumentare, una tendenza preoccupante alla luce del fatto che il consumo di suolo compromette la capacità del suolo stesso  di supportare servizi ecosistemici come il controllo dell’erosione e lo stoccaggio di carbonio.

 

Le potenzialità a cominciare dall’efficienza energetica.

Proprio per i suoi impatti significativi, il settore edilizio ha un enorme potenziale di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico, tanto che il gruppo di lavoro dell’IPCC sulla mitigazione vi ha dedicato un intero capitolo nel suo ultimo report. Partendo da materiali di costruzione a bassa intensità di carbonio e a base naturale e da un design che occupi meno spazio ed integri soluzioni verdi (si pensi alle nature-based solutions), esistono varie possibilità per diminuire l’impatto negativo degli edifici con “high confidence”. 

 

Secondo l’IPCC, i codici energetici obbligatori per le nuove costruzioni, i certificati sulle prestazioni energetiche, le etichette obbligatorie e gli standard minimi di prestazione per le apparecchiature, gli audit energetici degli edifici, sono tutte misure critiche per il raggiungimento degli Obiettivi dell’Accordo di Parigi. Allo stesso tempo, diminuire le barriere informative, finanziarie e comportamentali è fondamentale per una decarbonizzazione degli edifici. Sempre in ottica di ciclo di vita, è anche necessario ripensare sistematicamente il modo di costruire, costruendo meno e meglio edifici più longevi e sostenibili. 

 

Uno sguardo alle misure proposte fa emergere l’efficienza energetica, cioè la riduzione dei consumi di energia in ogni fase di vita di un edificio, come elemento chiave per garantire la sostenibilità a tutto tondo in edilizia, non solo in termini ambientali: secondo lo studio della European Climate Foundation e la European Alliance to Save Energy, un passaggio a edifici ad alta efficienza ed elettrificati porterebbe il maggior beneficio socioeconomico, soprattutto per le famiglie a basso reddito. 

 

Un edificio ad alta efficienza energetica garantirebbe infatti un adeguato ambiente abitativo con un uso minimo di risorse come energia, acqua e materiali. Il risparmio energetico che ne deriva comporterebbe vantaggi quali una riduzione dei costi in bolletta e della povertà energetica. Inoltre, un approccio sistemico all’efficienza nell’edilizia potrebbe indirettamente contribuire a maggiori possibilità di impiego verdi. Anche per quanto riguarda la sicurezza energetica, accelerare l’efficientamento energetico di apparecchiature e edifici prioritizzando le famiglie vulnerabili è ritenuta una politica chiave dall’AIE per diminuire strutturalmente la domanda di gas in Unione Europea.

 

Eppure, secondo quanto riportato dalla Commissione Europea, al 2020 tre quarti degli edifici dell’UE non era efficiente dal punto di vista energetico, dato che sale al 97% secondo lo studio del Building Performance European Institute (BPEI). Solo il 3% degli edifici europei rientra in una classe energetica adeguata (A) per raggiungere l’obiettivo di decarbonizzazione entro il 2050 – anche in Italia la percentuale è minima. Va ricordato che in Unione Europea l’85% degli edifici è in piedi da prima del 2001 e gli edifici storici, cioè quelli costruiti prima del 1945 e solitamente a bassa efficienza energetica, rappresentano il 30–40% dell’intero parco immobiliare. 

 

Considerando poi che le stime UE riportano che l’85-95% degli edifici odierni sarà ancora in uso nel 2050, si può affermare che gli edifici del futuro sono per la maggior parte già qui. Ma ogni anno solo l’1% dello stock edilizio viene ristrutturato, e lo 0.2% sottoposto a una “ristrutturazione profonda” (lo 0.3% in Italia). Sebbene non ancora legalmente definito a livello europeo, questo tipo di ristrutturazione dovrebbe garantire un risparmio di energia primaria del 60% rispetto ai livelli pre-intervento. Secondo i calcoli del BPIE, per contribuire alla riduzione delle emissioni del 55% entro il 2030, gli edifici dovrebbero diminuire le loro emissioni del 60% rispetto ai livelli del 2015, e quindi il tasso di ristrutturazioni profonde dovrebbe raggiungere il 3% annuo – con costi pari a 243 miliardi di euro. Uno studio sull’isolamento suggerirebbe poi che un aumento delle ristrutturazioni dimezzerebbe l’energia richiesta per il riscaldamento.

 

Una proposta politica per aumentare la performance energetica nell’edilizia

L’importanza del settore edilizio per l’azione climatica non sfugge neanche a livello politico. Già nel dicembre 2021 la Commissione Europea ha adottato la proposta di revisione della Direttiva sulla prestazione energetica nell’edilizia (EPBD, in vigore dal 2010 e già riformata nel 2018). Lo scopo della revisione è di accelerare la riduzione dei consumi energetici e delle emissioni, favorendo le ristrutturazioni a cominciare dagli edifici meno performanti, l’uso delle rinnovabili, la digitalizzazione dei sistemi di energia e la mobilità sostenibile, e contribuendo a una migliore qualità dell’aria e ridotti tassi di povertà energetica – condizione che implica il non poter accedere ai bene e ai servizi energetici essenziali e che al 2018 riguardava 34 milioni di persone in UE. 

 

Le crescenti ambizioni europee nel campo dell’azione climatica, esplicitate nel Green Deal europeo, fanno da cornice a questa proposta di revisione, che dovrebbe favorire il raggiungimento di un parco edilizio decarbonizzato e a emissioni zero entro il 2050, in linea con il pacchetto di iniziative legislative “pronti per il 55” per ridurre le emissioni di gas serra del 55% rispetto ai livelli del 1990. Le misure avanzate rispondono anche agli obiettivi della strategia Renovation Wave di raddoppiare il tasso di ristrutturazioni degli edifici entro il 2030. 

 

Nel concreto, secondo l’ultima versione del testo – più ambiziosa rispetto alla proposta della Commissione europea, e adottata dal Parlamento con il recente voto del 9 febbraio, con la revisione si introdurrebbero degli standard minimi di performance energetica per tutti gli Stati Membri dell’UE, armonizzati in una scala dalla A alla G. La classe A spetterebbe agli edifici a emissioni zero, cioè molto performanti e in grado di coprire da sé ottenere da fonti rinnovabili locali l’energia richiesta, mentre la classe G al 15% degli edifici con peggiore performance in ogni Stato. I dati sui certificati di performance energetica dovrebbero essere accessibili al pubblico in maniera trasparente. 

 

Un’armonizzazione risulta fondamentale per garantire la capacità di confronto fra Stati anche considerando le discrepanze a livello UE: per esempio, attualmente una classe energetica B italiana corrisponderebbe a una D in Germania e Austria.

 

Le differenze nei certificati di performance energetica fra i Paesi UE sono notevoli e impediscono confronti significativi fra Stati (sinistra). Fonte: European DataWarehouse. A destra, la classificazione vigente in Italia. Fonte: ENEA.

 

Per quanto riguarda le tempistiche, gli edifici non residenziali dell’Unione Europea dovrebbero raggiungere la classe E entro il 2027 e la D entro il 2030, mentre quelli residenziali disporrebbero di 3 anni in più per raggiungere le stesse classi (la proposta della Commissione inizialmente richiedeva un passaggio alla classe F al 2027 ed E al 2030 per costruzioni non residenziali, e al 2030/2033 per le residenziali). Gli standard andrebbero poi stringendosi negli anni e la validità della certificazione per gli edifici nelle classi D ed inferiori scenderebbe a 5 anni per garantirne il continuo adeguamento alle ultime migliorie nell’efficientamento energetico. Come discusso, lo stock immobiliare europeo è composto da edifici storici o comunque costruiti più di 20 anni fa, e la misura menzionata interesserebbe dunque più della metà degli edifici esistenti. 

 

Tutte nuove costruzioni dovrebbero invece essere a emissioni zero entro il 2028 – ma gli edifici pubblici già dal 2026, anticipando così la Commissione che proponeva rispettivamente 2030 e il 2027 come anni limite. Sempre entro il 2028, tutti i nuovi edifici dovrebbero dotarsi di tecnologie per l’energia solare, quando tecnicamente ed economicamente possibile. 

 

Una riforma della EPBD porrebbe anche le basi legali per permettere agli Stati Membri di introdurre requisiti basati sulle emissioni di gas serra per i sistemi di riscaldamento, e favorire quindi una decarbonizzazione del settore edilizio. Infatti, con l’entrata in vigore della revisione, non sarebbe più possibile avere sistemi di riscaldamento a combustibili fossili negli edifici di nuova costruzione o sottoposti a ristrutturazione, ed entro il 2035 vi sarebbe l’obbligo di eliminare completamente l’uso di combustibili fossili se tecnicamente ed economicamente fattibile. Ulteriori standard sarebbero introdotti per la qualità dell’aria interna, il rischio di incendi e di sismi, l’accessibilità degli edifici, e la rimozione di carbonio tramite stoccaggio negli edifici. 

 

In ottica di ciclo di vita, dal 2030, un’informativa completa del potenziale di riscaldamento globale di tutti gli edifici, dovrebbe quantificare il contributo di un edificio alle emissioni di CO2 from cradle to grave, dalla “culla” (l’estrazione delle materie prime, il loro trasporto) alla “tomba” (la demolizione e il trattamento dei materiali usati per la costruzione), tenendo conto di tutte le emissioni, dirette, indirette e incorporate. 

 

Sarebbero poi i Piani Nazionali di Ristrutturazione dovranno garantire l’attuazione della direttiva in ogni Stato Membro, delineando i regimi di sostegno e le misure per facilitare l’accesso a sovvenzioni, sussidi e finanziamenti.

Contestazioni, contesto, controversie sulla proposta di revisione

Il contenuto della proposta è tuttora in discussione e il prossimo voto avverrà a metà marzo nell’assemblea plenaria del Parlamento Europeo. Ma se il testo è disponibile da ormai più di un anno, perché si è sentito tanto parlare dell’EPBD nell’ultimi mesi? Sicuramente, la priorità data alla transizione energetica dalla presidenza svedese del Consiglio europeo ha aiutato, così come gli elevati livelli di ambizione di questa proposta e gli obblighi istituzionali e finanziari che ne deriverebbero.

 

In Italia e altrove le discussioni sulla proposta hanno smosso parecchio gli animi, sollevando critiche rispetto alla fattibilità della transizione nel breve periodo, i suoi costi – ogni Stato dovrebbe assicurare sufficienti finanziamenti per le ristrutturazioni, e le differenze contestuali che determinerebbero maggiori difficoltà di adeguamento per certi Stati – nel caso dell’Italia si è fatto riferimento alla natura del parco immobiliare, composto per la maggior parte di case di proprietà e con una considerevole percentuale di edifici storici e poco performanti, e alla possibile svalutazione di questi ultimi nel mercato immobiliare. Ma la proposta non è cieca ai diversi contesti nazionali e lascia ad ogni Stato la facoltà di stabilire eventuali eccezioni per alcune categorie di edifici, come quelli di edilizia sociale se i costi della ristrutturazione dovessero portare ad aumenti degli affitti più alti dei risparmi in bolletta, quelli di valore storico e architettonico, i luoghi di culto, gli edifici tecnici. 

 

La distribuzione degli edifici e le unità immobiliari in Italia secondo le classi di prestazione energetica. Fonte: SIAPE.

 

Nonostante le polemiche sollevate nelle ultime settimane, la situazione italiana può anche essere vista come un esempio significativo dei benefici ambientali ed ecologici di edifici a più basse emissioni. In Italia, dove più della metà degli edifici certificati si attesta nelle classi energetiche più basse, una ristrutturazione profonda del parco immobiliare garantirebbe il 49% di risparmi nel consumo finale di energia. Questo dato è ancora più significativo se si considera che nel nostro Paese, nel 2021 2.2 milioni di famiglie (l’8.8%) è vissuto in una condizione di povertà energetica, con picchi fino a quasi il 17% in Puglia e Calabria. Garantire performance energetiche migliori potrebbe quindi migliorare la qualità della vita per molte famiglie italiane più vulnerabili ed esposte a barriere nell’accesso a beni e servizi energetici minimi.

 

Al timore dei costi, l’UE risponderebbe poi con la mobilitazione di finanziamenti fino a €150 miliardi da qui al 2030. In generale, quanto speso per migliorare la performance energetica di un edificio dovrebbe rappresentare un investimento, soprattutto quando l’intervento riguarda gli edifici più “vantaggiosi” per cui una ristrutturazione garantirebbe maggiori rendimenti in termini di risparmio energetico, e riduzione delle emissioni e delle spese in bollette. Infatti, secondo quanto riportato dalla Commissione, un edificio di classe G consuma 10 volte tanto un edificio a emissioni zero. Anche solo il passaggio alla classe F genererebbe tra i 4.6 e i 6.2 di milioni di tonnellate di petrolio equivalente di risparmi energetici ogni anno, e quello alla classe E due terzi in più di risparmio energetico.

 

Come citato, gli studi che dimostrano il potenziale di un investimento nell’efficienza energetica in termini di risparmio di energia, risorse naturali, emissioni – e quindi anche di denaro – non mancano e sottolineano la possibile miopia di una critica alla riforma per i suoi costi iniziali. Ma è forse fermarsi solo all’aspetto finanziario della questione che impedisce di comprendere fino in fondo tutti i costi, anche quelli sociali ed ecologici, visibili e nascosti, a breve e lungo termine, di un settore edilizio incardinato sull’uso intensivo di materiali, suolo ed energia fossile.

 

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  • Verdiana Fronza

    Verdiana è attualmente in Perù per un servizio civile presso la FAO, dove segue progetti di sviluppo rurale e azione climatica. In passato si è occupata di politiche europee e sistemi alimentari.

    Verdiana Fronza

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