El Niño e i suoi effetti
Come un cambiamento nel Pacifico innesca il più grande fenomeno climatico del Pianeta.
Grafiche di Luca Montualdista
Cos’è El Niño
I modelli climatici prevedono che nei prossimi mesi ci sarà un El Niño da record, come mai visto dal 1871. La stampa ha ripreso la notizia e molti hanno iniziato a parlarne. Il motivo è semplice: essendo uno dei processi più importanti che regola la variabilità climatica su scala globale, ci si attendono impatti significativi in molte parti della Terra. Anche in Italia si è parlato di come questo fenomeno possa portare a caldo estremo, ma senza il giusto contesto, non è facile capire bene cosa questo evento comporterà.
Come funziona El Niño
I primi a notare il fenomeno furono dei semplici pescatori in Sud America che si accorsero che in certi anni, intorno al periodo di Natale, la quantità di pesce diminuiva. Il nome che gli diedero, El Niño, cioè “il bambino”, richiama proprio Gesù bambino. Il fenomeno è quindi noto da tempo immemore alle comunità locali, ma è solo nel secolo scorso che con l’interesse della comunità scientifica se ne è capito di più e che si tratta in realtà solo di una fase di un fenomeno periodico più grande chiamato ENSO. Vediamo ora come funziona e quali sono i suoi effetti.
ENSO è un processo climatico molto complesso, ma se lo dividiamo nelle sue parti possiamo capire in modo semplice cosa succede e perché. Questo fenomeno è dato dall’interazione fra l’Oceano e i venti, che cambiando portano a una oscillazione delle temperature oceaniche tropicali. Come un’altalena, quello che accade nell’Oceano Pacifico oscilla fra due condizioni opposte in base a questa interazione.
Nelle aree tropicali soffiano gli Alisei. Questi venti infatti sono molto regolari e tendono a soffiare da est verso ovest. E questo ha un effetto su come circola l’acqua negli oceani perché creano una corrente calda superficiale che viaggia nella stessa direzione
Per capire in modo semplice come funziona, immaginiamo l’oceano come una bacinella e guardiamola di profilo ipotizzando che un flusso d’aria soffi da destra a sinistra simulando gli alisei. L’acqua sarà spinta in quella direzione fino al bordo, ma qui, non potendosi accumulare all’infinito sarà costretta a scendere. Viceversa sull’altro bordo dovrà instaurarsi una corrente ascendente, che porta acqua dalla parte più bassa della bacinella fino in superficie. Ed ecco quindi che unendo tutte queste parti si ottiene un movimento circolare. Ed è in genere quello che succede nell’Oceano Pacifico. L’acqua sale vicino alle coste del Sud America, dove è più fredda in superficie perché viene dalle profondità, e scende nei pressi dell’Australia, sul lato opposto.

Interazione fra atmosfera e oceano
Dove c’è risalita di acqua fresca dalle profondità ci sono più nutrienti e queste zone tendono a essere molto pescose. Ma quando gli Alisei rallentano e la risalita di acqua dalle profondità diventa molto più ridotta in superficie le temperature si fanno più alte, diminuisce l’apporto di nutrienti e ciò causa una riduzione dei pesci. Ed è quello che gli abitanti di quelle coste hanno sempre visto per secoli. Quello che non potevano vedere è che ci sono conseguenze fin dall’altra parte dell’oceano, dove le acque diventano più fredde. Infatti, sempre per via della circolazione oceanica rallentata, meno acqua superficiale calda viene portata in quella direzione.
E gli effetti di El Niño non sono limitati all’oceano. Siccome da mari più caldi evapora più acqua, cambiamenti così marcati di temperatura modificano anche la quantità delle piogge. Per cui quello che accade durante El Niño è che ci si aspettano più precipitazioni sul Pacifico orientale, che è più caldo del normale, e meno in Australia.
Fasi che si alternano, impatti che cambiano
Le fasi che compongono ENSO sono tre: El Niño, una fase neutrale e La Niña. Le fasi si alternano ed El Niño ritorna ogni qualche anno, ma non in modo regolare.
A volte una nuova fase El Niño può verificarsi dopo soli due anni dalla precedente, in altri casi ne sono invece passati sette. E in questi intervalli di tempo, è La Niña che può prenderne il posto. Come fase è meno nota e possiamo pensarla come una condizione opposta a El Niño, tanto che è stata anche definita in passato con il nome di anti-El Niño. Invece che indebolirsi, i venti e le correnti tropicali si fanno più forti del normale. Ne segue che anche tutto il ciclo di correnti che abbiamo descritto in precedenza è ancora più intenso. Questo significa che molta acqua calda superficiale è trasportata verso l’Australia. Quindi, durante La Niña ci si aspettano piogge abbondanti in Australia, perché in quest’area l’oceano sarà più caldo del solito. Per lo stesso motivo, la risalita di acque dalle profondità sul lato opposto, in Perù, è ancora maggiore. Qui invece ci si aspettano meno piogge.
Gli effetti dovuti a ENSO non riguardano solo i paesi affacciati sul Pacifico. Siccome l’atmosfera è una macchina complessa, un cambiamento in un punto può avere conseguenze a catena anche in altri luoghi molto distanti. Ed è proprio quello che osserviamo con ENSO. Non abbiamo ancora compreso appieno tutte le connessioni, ma possiamo comunque citarne alcune di cui si è più certi.
In inverno, in un anno di El Niño, il tempo nelle pianure nel sud degli Stati Uniti è più freddo e piovoso, mentre in gran parte dell’Asia meridionale e dell’arcipelago del Giappone si registrano temperature più alte. Sull’Europa invece gli effetti diretti non sono ancora molto chiari, ma sembrano in ogni caso essere piuttosto marginali.

Gli impatti globali di El Niño
El Niño modifica il clima in molte parti del mondo, portando ad anomalie di temperatura e precipitazioni su Africa, Asia e Americhe.
Non ci sono indicazioni che il cambiamento climatico abbia alterato la frequenza con cui El Niño avviene. È invece assodato che durante El Niño ci sono zone della Terra in cui le temperature sono più alte del normale. Fra queste abbiamo alcune delle zone più calde del pianeta, come il subcontinente indiano e il sud-est asiatico. Se a questo si somma anche il riscaldamento aggiuntivo dato dal cambiamento climatico, è facile intuire che gli effetti possono essere amplificati, con siccità più marcata e temperature che diventano particolarmente estreme, proprio in aree che sono già vulnerabili. E le conseguenze di questa amplificazione sono già evidenti oggi. Infatti, le medie di temperatura globali dell’aria e della superficie dei mari hanno battuto numerosi record proprio durante l’ultimo El Niño, avvenuto tra il 2023 e il 2024.
Cosa possiamo aspettarci da questo nuovo evento record?
Dopo la conferma arrivata dall’Organizzazione Mondiale della Meteorologia nelle ultime settimane, siamo ormai sufficientemente certi che una nuova fase di El Niño inizierà entro fine anno. E come anticipato, ci aspettiamo che l’intensità raggiunga livelli che non hanno precedenti nello scorso secolo. Questo ovviamente può generare preoccupazione: che cosa accadrà?
Per cercare di rispondere a questa domanda, oltre a tenere presente le connessioni documentate dalla ricerca scientifica, possiamo anche guardare a cosa ha significato l’ultimo El Niño per il clima globale. Infatti, anche quello fu uno dei più intensi mai osservati. Innanzitutto, le zone che risentirono di più dei suoi effetti furono proprio quelle che abbiamo visto essere particolarmente sensibili alla presenza di El Niño. Quello che avvenne, e che ci si aspetta anche in questo caso, è siccità diffusa fra Australia e Asia meridionale. Chi vive e governa questi territori, in questi mesi che precedono gli impatti maggiori dell’evento, avrà del tempo per prendere alcune misure per cercare di mitigare i rischi principali. Ad esempio, durante l’ultimo evento, l’India aveva limitato l’esportazione di riso, anticipando che El Niño avrebbe potuto causare una diminuzione dei raccolti.
Un altro fenomeno che ci si aspetta guardando all’evento passato è l’aumento delle temperature degli oceani, non solo il Pacifico ma anche l’Atlantico. E questi mari più caldi hanno a loro volta effetti a catena su altri tipi di eventi estremi. Se guardiamo al 2023 e ci spostiamo dall’altro lato del mondo, ben 20 uragani si sono formati solo a Novembre proprio nell’Oceano Atlantico, un numero considerevole per quel mese dell’anno, reso possibile proprio dalle acque più calde del normale.
E per noi in Europa che cosa significa? Il rischio riguarda prevalentemente quelle zone per cui è documentato un effetto diretto da parte di questo fenomeno, mentre le implicazioni per le altre aree, fra cui appunto l’Europa e il Mediterraneo, sono minori. L’Italia potrà certamente trovarsi ad affrontare condizioni meteorologiche estreme nel prossimo anno, ma non sarà probabilmente El Niño la loro causa determinante.
Ma questo non ci deve portare a considerarlo un fenomeno lontano e ignorarlo solo perché qui non ne percepiremo le sue conseguenze dirette. Sarebbe uno sbaglio, perché i suoi effetti non si propagano solo in senso climatico. Le siccità, le alluvioni e le ondate di calore che colpiranno altre parti del mondo si traducono inevitabilmente in disagio sociale e instabilità economica. E in un mondo interconnesso, queste non rimangono confinate dove nascono.



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