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Il ruolo (controverso) di ENI nella transizione ecologica

Il ruolo (controverso) di ENI nella transizione ecologica

ENI è l’ottava potenza petrolifera al mondo per giro d’affari, e nel 2018 era la prima impresa in Italia in termini di inquinamento. Perché è accusata di avere un ruolo così controverso nella transizione ecologica?

di Sara Chinaglia

Chi è ENI?

ENI (Ente Nazionale Idrocarburi) è una compagnia petrolifera italiana, ente pubblico fino al 1953 e attualmente società per azioni. Le azioni di ENI sono per il 30% di proprietà statale (gestite dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dalla Cassa Depositi e Prestiti), per il 50% di investitori istituzionali ed il restante suddiviso tra investitori retail ed azioni proprie. ENI è attiva in 68 Paesi, ed opera nei settori del petrolio e gas naturale, in quello dell’energia elettrica (produzione e commercializzazione) e della chimica. Di particolare rilievo sono i rapporti tra ENI e l’Africa (in particolare in Ghana, Congo, Nigeria, Mozambico e Angola), dove l’impresa è il principale operatore petrolifero mondiale.

 

ENI è a tutti gli effetti una superpotenza economica. Nel 2018 era l’ottava potenza petrolifera mondiale per giro d’affari; nel 2021 l’utile netto era di 4,7 miliardi di €,  pari al PIL di intere nazioni come il Montenegro, il Togo e le Maldive. Ma oltre ad essere una potenza economica, ENI è anche la prima impresa italiana per emissioni. Secondo Greenpeace  infatti,nel 2018 ENI ha emesso complessivamente 537 milioni di tonnellate di Co2, ben al di sopra delle 428 emesse dall’Italia intera.

 

Va da sé che un colosso di tale potenza abbia una altrettanto grande responsabilità nella lotta contro al cambiamento climatico. ENI in effetti da molti anni si proclama un’impresa attenta all’ambiente, e fa di tutto per comunicarlo servendosi di campagne pubblicitarie, eventi di rilevanza nazionale di cui è sponsor, progetti di formazione ideati per le nuove generazioni, un sito web denso di richiami alla purezza della natura. Ma è tutto vero?

 

Il ruolo controverso di ENI nella transizione ecologica

Nel 2020 ENI ha pubblicato un piano strategico per il periodo 2021-2024 nel quale esponeva i suoi ambiziosi obiettivi per raggiungere la carbon neutrality  decarbonizzazione da raggiungersi entro il 2050, tramite una serie di strategie ed azioni di seguito riassunte:

  • la progressiva sostituzione del petrolio con il gas (entrambi combustibili fossili, nonostante il secondo sia relativamente meno inquinante del primo);
  • investimenti in energie rinnovabili;
  • cambio del mix di produzione, con l’obiettivo di diventare un’impresa di fornitura di servizi di energia e gas (attraverso Eni Gas e Luce) e di abbandonare progressivamente le attività di produzione ed esplorazione, allo scopo di vendere solamente prodotti green e bio entro il 2050;
  • ridurre le emissioni attraverso l’efficientamento del sistema di produzione e tramite strategie complementari di cattura e stoccaggio della Co2 (attraverso serbatoi di carbonio e l’acquisto di crediti di carbonio derivanti dalla conservazione di foreste)

 

Questo piano, tuttavia, non è stato accolto favorevolmente da tutti, tant’è che diverse realtà di spicco nel settore climatico (tra le quali Rete Legalità per il clima, A sud, Extinction Rebellion e Fridays for Future) hanno presentato un’istanza all’OCSE nella quale denunciano l’inadeguatezza degli obiettivi di ENI per far fronte alla crisi climatica. ENI, infatti, nonostante i ripetuti tentativi di dipingersi come un’impresa green è in realtà un concentrato di contraddizioni, vediamo perché.

 

Un piano strategico “green” inverosimile

I fondi stanziati da ENI per finanziare la sua transizione verde non sembrano particolarmente coerenti. A fronte di 4 miliardi di investimenti “verdi” (dei quali solo 2,8 miliardi destinati alle energie rinnovabili), ben 28 miliardi sono stati stanziati per l’estrazione di gas e petrolio.

 

Oltre a questo, fino al 2026 ENI pianifica di continuare le sue attività di estrazione, produzione ed esplorazione di gas e petrolio ad un ritmo del +3,5% annuo, il che è come dire: “la mia casa va a fuoco, ma anziché spegnere subito l’incendio continuo ad alimentarlo per qualche altro anno”. Inoltre è  importante ricordare che i piani di ENI (qualora dovesse rispettarli) non sarebbero comunque sufficienti a contenere il riscaldamento globale entro i +1,5 C° (limite massimo fissato dall’IPCC).

 

Un greenwashing subdolo

 Portare avanti un business tuttora ancorato ai combustibili fossili sta diventando sempre più complicato, grazie a politiche ambientali sempre più rigorose e all’accresciuta attenzione da parte di gruppi di attivisti, ONG e società civile. Tuttavia, ENI non sembra scoraggiarsi, e continua imperterrita le proprie attività inquinanti coprendole abilmente con una strategia di comunicazione all’apparenza green-firendly.

 

Queste pratiche di greenwashing portate avanti dal cane a sei zampe sono sempre più subdole e passano dalla più nota “pubblicità ingannevole” (come avvenuto durante l’ultima edizione del Festival di Sanremo) fino a tattiche meno evidenti volte a creare un’egemonia culturale partendo da scuole ed università. È proprio nei luoghi di costruzione del sapere, di nascita dei nuovi movimenti ecologisti (si pensi a Friday for Future) che ENI sta tentando costantemente di inserirsi. Un esempio è il programma ENI circular school, un progetto che ha coinvolto più di 1200 studenti (con le relative famiglie) ai quali ENI propone di insegnare pratiche di circular economy tramite laboratori didattici e giochi interattivi.

 

Ulteriore aspetto aggravante dell’iniziativa riguarda le città in cui questo progetto è stato avviato. Parliamo di Brindisi, Gela, Livorno, Val d’Agri e Taranto, città tra le più inquinate d’Italia dove da anni le persone continuano ad ammalarsi e morire per cause legate all’ inquinamento. Oltre a questo, ricordiamo la partecipazione di ENI ai career day universitari, proponendo opportunità di carriera a giovani laureati, oltre alla formazione gratuita offerta a professori che vorranno insegnare educazione ambientale, e premi alla ricerca in ambito ambientale.

 

Ingerenza nelle politiche pubbliche

In una recente pubblicazione ReCommon ha evidenziato le numerose ingerenze da parte dell’industria fossile per accaparrarsi i fondi destinati al Recovery Plan. Tra i colossi coinvolti troviamo anche ENI, che, tramite un’intensa attività di lobbying, ha tentato (in parte riuscendoci) di dirottare gli obiettivi nazionali verso lo sviluppo dell’idrogeno e dei “gas rinnovabili”, tutte soluzioni che, oltre ad essere ancora in fase di studio e discussione, si discostano da un reale ripensamento della dipendenza ed intensità energetica, del modello dei trasporti e dei modelli produttivi aziendali.

 

  • Sovvenzioni statali. Il problema dei sussidi ai combustibili fossili è un argomento di forte dibattito di cui si è già parlato in un precedente articolo. Nel caso di ENI, la lobby fossile riesce a vincere ancora una volta: secondo le stime di Legambiente del 2019, infatti, le agevolazioni destinate all’industria fossile si traducono in 474 milioni di euro in cui ENi ed Edison figurano come principali beneficiari, più dei fondi che l’Italia intera potrebbe ricevere dal Green New Deal..  

 

  • Corruzione internazionale. ENI ha una storia costellata di accuse di corruzione. Una delle più recenti è la vicenda legata a OPL245 (il più grande blocco petrolifero della Nigeria) per la quale ENI è accusata di aver pagato ingenti somme di denaro a politici nigeriani per assicurarsi i diritti estrattivi nella zona. Il processo si è concluso a marzo 2021 con l’assoluzione di ENI.

 

  •  Il ruolo di ENI nella distruzione del delta del Niger. Il delta del Niger è uno dei luoghi più inquinati al mondo, nonché la più grande regione produttrice di petrolio dell’Africa. L’inquinamento è causato dalle centinaia di fuoriuscite di petrolio che di anno in anno devastano l’ambiente e le vite delle comunità locali, sotto gli occhi apparentemente noncuranti delle compagnie petrolifere che vi operano. Nonostante la potenziale ricchezza della zona, gli abitanti (circa 15 milioni di persone), vivono in condizioni di estrema povertà dipendendo da attività di pesca, caccia e agricoltura. Va da sé, dunque, che in questo contesto una distruzione dell’ambiente è ancora più pericolosa. ENI è responsabile di 3000 fuoriuscite di greggio dal 2007, causate in gran parte da inefficienze o sabotaggi. A fronte di questi eventi, le attività di pulizia e bonifica dovrebbero essere una priorità per imprese che già di base contribuiscono al deperimento ambientale della regione. Ciononostante, le negligenze di ENI si sono tradotte in interventi tardivi ed evidentemente fallimentari, considerata l’attuale situazione della regione. Un panorama decisamente diverso rispetto alle dichiarazioni pubbliche dell’impresa.

 

Un abitante mostra un secchio pieno di petrolio a seguito di una fuoriuscita, 2014.
Fonte: REUTERS

 

Conclusioni

 Le pratiche di greenwashing sono ormai una costante a cui è fondamentale prestare attenzione per evitare di supportare, tramite le nostre scelte di consumo e investimento, comportamenti immorali. Tuttavia, in questo caso, la situazione è ancora più grave. La presenza dello Stato all’interno di questa società significa che le scelte strategico-aziendali di ENI sono una rappresentazione anche della linea politica del nostro Paese, e che tutti noi, in quanto cittadini, ne siamo in piccola parte proprietari.

 

Se è vero che un colosso di tali dimensioni è apparentemente intoccabile, è anche vero che conoscerne il potere e la portata delle azioni è il primo passo verso un’azione di trasformazione sistemica. Il ruolo di ENI nella transizione ecologica non può che essere essere definito controverso allo stato attuale.

 

Di conseguenza, è importante essere cittadini informati, conoscere i nostri fornitori di energia e gas (scegliendo, ove possibile, fornitori più green), sapere quali sponsor partecipano ai programmi di formazione cui scegliamo di partecipare, e esaminare chi finanzia le fonti di informazione che utilizziamo. Solo così è possibile arginare il tentativo di coinvolgimento in una campagna di informazione ingannevole ad opera di un’azienda ancora lontana da una reale presa di coscienza del suo ruolo in un mondo sempre più in pericolo.

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