L’essere umano è Natura

L’essere umano è Natura

Il pensiero europeo moderno si basa su due assunti: il primo è che l’essere umano è concepito come qualcosa di esterno e separato dalla natura; il secondo è che la natura, a sua volta, è considerata alla stregua di una macchina spiegabile razionalmente. Un libro dell’antropologo Descola ha analizzato questa visione e alcune sue conseguenze. Come quella secondo cui lo sguardo dei moderni sia l’unico sguardo possibile sul mondo.

 

di Sebastiano Santoro

Copertina di Beatrice Maffei

 

L’ipotesi di partenza è questa: un uomo si trova in una foresta, sta cacciando e con sé ha un fucile. Si imbatte in un branco di scimmie lanose selvatiche. Spara. Lo fa senza criterio. Uno, due, tre, quattro colpi. Dopo pochi attimi, a terra ci sono quattro scimmie morte. Altrettante sono state ferite ma sono riuscite a scappare. L’uomo raccoglie le quattro scimmie abbattute e va via. Due delle scimmie fuggiasche soffriranno (invano) per i colpi di fucile ma riusciranno a sopravvivere. Le altre due moriranno di lì a qualche giorno.

 

Se dovessimo chiedere cosa pensa di uno scenario del genere ad un Achuar, una tribù del gruppo jivaro che vive lungo la frontiera tra Ecuador e Perù, di certo ci guarderebbe inorridito. Il cacciatore in questione ha violato due delle regole fondamentali della tribù: ha ucciso, quasi per capriccio, più animali di quanti sono necessari a sfamarlo, e non si è preoccupato delle sorti di quelli che ha ferito inutilmente.

 

Non servirebbe obiettare che la caccia è necessaria alla vita dell’essere umano, o che nella foresta ciascun essere vivente finisce per diventare nutrimento di altri; un Achuar, il quale solitamente caccia con la cerbottana, risponderebbe che l’abilità tecnica non può prevaricare un terreno di regole comuni nel quale si stabiliscono i rapporti tra specie viventi. Le scimmie lanose, i tucani, le scimmie urlatrici, e tutti gli altri animali che vengono cacciati per mangiare, sono delle persone proprio come loro. In verità, quasi tutte le creature che abitano la foresta sono considerate alla stregua di parenti acquisiti. Fanno parte di una grande comunità che condivide comportamenti e codici morali che noi europei siamo soliti attribuire solamente agli esseri umani.

 

La cosmologia Achuar non fa distinzione tra umani e non umani. Non esiste una differenza spirituale o di complessità biologica tra gli esseri viventi, esiste solo un diverso modo di comunicare tra loro. Certo, ci sono delle lievi gradazioni; ad esempio le entità con cui un achuar può scambiare una maggiore quantità di informazioni vengono considerate maggiormente. Ma questo non modifica la sostanza: una pianta, un animale o un sasso possono avere un’anima proprio come un essere umano. Fanno parte di una stessa comunità, di una stessa società allargata.

 

Per queste ragioni le scimmie lanose possono essere uccise, ma vanno lo stesso rispettate.

 

“Oltre natura e cultura”

E non sarebbe così solo per gli Achuar. La vedrebbero più o meno alla stessa maniera un insieme di popolazioni che abitano diverse latitudini del pianeta: dalle foreste lussureggianti dell’Amazzonia alle lande ghiacciate dell’Artico canadese. Alcuni popoli percepiscono la propria presenza nell’ambiente in modo molto diverso dal nostro.

 

Un episodio simile a questo del cacciatore è contenuto nel libro “Oltre Natura e Cultura” dell’antropologo francese Philippe Descola. Da quando è stato pubblicato in Francia nel 2005, quest’opera ha alimentato un acceso dibattito tra antropologi, filosofi, ecologisti, artisti, cineasti; insomma tra sensibilità diversissime tra loro. Il motivo è molto semplice. Con questa opera Descola ha l’intento (nemmeno tanto dissimulato) di mettere mano a una categoria fondamentale per il pensiero occidentale moderno: il nostro rapporto con la natura.

 

Il libro è costruito attraverso una vastissima letteratura etnografica, e grazie all’esperienza personale di Descola con gli Anchuar. Il suo aspetto più rilevante è la critica serrata ad alcune contrapposizioni con le quali (e grazie alle quali) si è sviluppata l’ontologia naturalista moderna (con ontologia Descola intende il modo con cui un gruppo umano si identifica e si relaziona con l’alterità, ossia con l’altro, sia esso umano o non umano). L’antropologo francese conclude che l’ontologia moderna si basa su delle contrapposizioni – natura/cultura, selvaggio/domestico – le quali troppo spesso sono state considerate universali mentre invece, come dimostra il confronto con ontologie completamente diverse, sono in realtà saldamente ancorate a un contesto storico specifico. Il nostro, per l’appunto.

 

Uomo e Natura

Probabilmente nessun’altra specie vivente si porrebbe la questione del proprio “rapporto” con la natura. Eppure sono millenni che l’essere umano si arrovella su questo quesito.

 

Come ha osservato lo scrittore Michael Pollan, nel corso dei secoli ce la siamo raccontata in modi sempre diversi. Prima c’è stato il vecchio racconto eroico, dove l’uomo combatte contro le forze occulte della natura; poi con il romanticismo l’uomo si è elevato spiritualmente insieme a una natura selvaggia e sublime; più di recente, invece, la parabola ambientalista ha voluto che essa ci ripagasse delle nostre trasgressioni con la moneta delle catastrofi.

 

“Tre trame diverse – scrive Pollan – che però condividono un presupposto che sappiamo essere ingannevole ma che non riusciamo a scrollarci di dosso: il fatto che l’uomo si considera qualcosa di esterno alla natura, un’entità separata da essa”.

 

Per Descola, il modo con cui i moderni pensano alla natura ha origini antichissime. Tutto iniziò in Grecia, come sempre. Le religioni antiche vedevano nella maggior parte dei fenomeni naturali interventi diretti di una divinità. La loro progressiva oggettivazione, avvenuta prima con Ippocrate e poi in maniera più sistematica con Aristotele, è il primo passo verso la concezione di un mondo naturale organizzato secondo precise leggi di causa ed effetto.

 

Poi è arrivato il Cristianesimo. Nel disegno della creazione biblica, l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Ad egli, Dio ha affidato il compito di amministrare la terra. Certo, è un affido temporaneo, perché il mondo ha un inizio e una fine, ma si capisce che all’essere umano è stato attribuito un posto privilegiato nel mondo fisico.

 

Trascendenza divina, unicità dell’uomo, esteriorità del mondo, quasi tutti i tasselli del puzzle sono riuniti. Manca solo la rivoluzione meccanicistica per poter dare forma al concetto di natura come lo conosciamo ancora oggi. Secondo Descola, è a partire da Cartesio e Galileo che il cosmo viene finalmente concepito “come una macchina i cui ingranaggi possono essere smontati dagli studiosi”. Con questi pensatori si sviluppa infatti l’idea di una natura come una macchina dove la somma dei suoi elementi ne fa il totale, e il comportamento di ogni ingranaggio è spiegabile attraverso delle leggi universali. Insomma, per i meccanicisti il mondo diventa qualcosa di spiegabile se ci si mette a studiarlo bene bene.

 

Per capire meglio il cambiamento che è avvenuto rispetto al Medioevo facciamo un esempio preso a prestito dalla storia della pittura. La pittura medievale rappresentava gli elementi naturali come immagini spalmate in uno spazio discontinuo e asservito a finalità simbolico-religiose. Con l’affermarsi delle rappresentazioni paesaggistiche del XVI secolo le cose cambiano. In primis, grazie all’invenzione della prospettiva. Le regole matematiche della prospettiva rompono la discontinuità medievale, e dispongono gli oggetti naturali in un campo continuo e omogeneo. Mentre le tecniche dell’arte antica miravano a restituire la dimensione soggettiva delle forme, una dimensione quasi sempre sacra e moraleggiante, al contrario la prospettiva moderna permette di costruire lo spazio in maniera razionale attraverso precise regole matematiche. Con questa trasformazione, il reale viene oggettivizzato, e i fenomeni naturali scomposti e rappresentati come prodotti di regole considerate universali.

 

Insomma, se nel Medioevo l’uomo è troppo concentrato a contemplare le realtà divine per occuparsi delle creature terrestri, dal XVI secolo in poi porrà lo sguardo su di sé e sui fenomeni naturali che lo circondano. Già a partire degli albori dell’età moderna, dunque, l’uomo comincia a osservare attentamente la natura per carpire tutti i meccanismi che la governano: la separazione tra uomo e natura si è guadagnata il diritto a esistere.

 

Sia ben chiaro: un dualismo nemmeno tanto negativo, perché la sua affermazione è stata la condizione che ha permesso lo sviluppo delle scienze positive. “Il risveglio dell’intelletto avviene con una separazione dal terreno originario, dal fondamento originario della vita” ha scritto Wittgenstein nelle Note sul «Ramo d’oro». Il punto è che questa separazione ha comportato anche altre conseguenze.

 

Ne citiamo solo tre. Primo: le discipline che hanno ad oggetto il mondo umano (storia, letteratura, politica, economia, diritto, eccetera) sono state escluse dallo studio dei fenomeni naturali. Secondo: la presunzione di poter attribuire una serie di qualità interiori solamente all’essere umano (coscienza riflessiva, soggettività, linguaggio, potere di dare significato alle cose, sono caratteristiche esclusive dell’uomo). Terzo: la costruzione di un clima di prove empiriche che nasconde o, nel peggiore dei casi, accusa di superstizione tutti i punti di vista eterodossi.

 

Il nostro non è l’unico sguardo possibile sul mondo

Soffermiamoci ora su questa terza conseguenza, e ritorniamo un attimo ai paesaggisti per capire meglio di cosa si sta parlando.

 

La nuova idea di spazio prodotta dalle regole della prospettiva, permette, sì, di rappresentare le cose del mondo in maniera più realistica rispetto all’arte medievale, ma non porta con sé alcuna promessa di vera comprensione. Anche questo spazio è messo a fuoco a partire da un punto di vista, cioè quello dello sguardo dell’osservatore. L’idea meccanicista di poter avere il mondo a portata di mano rimane quella che è: un’illusione. A conti fatti, il concetto di natura non è che una costruzione storica grazie alla quale spesso ci siamo sentiti una specie vivente separata da tutto il resto, o nel peggiore dei casi superiore a tutto il resto.

 

Ma grazie al cambio di paradigma portato dalla meccanica quantistica (scompare la prevedibilità matematica, a vantaggio della probabilità) e alla presa di coscienza di fronte alle incertezze degli iperoggetti, questa sicurezza è venuta meno. Il legame tra spiegazione scientifica e visione complessiva del mondo è venuto meno. Quello che possiamo conoscere, scrive Descola, è solamente “un vasto insieme di qualità” delle cose, ma nessuna pretesa di poter comprendere la natura nella sua totalità (a meno che non volessimo sentirci un po’ Dio, aggiungo io).

 

Sulla scia di questo ridimensionamento, molte cose sono state rimesse in discussione. Questo è il motivo per cui, in opere come quella di Descola, alcuni codici culturali indigeni, che prima venivano accantonati come residui di un passato magico, vengono ora invece riscoperti.

 

Prendiamo il canto anent che un cacciatore Achuar rivolge alla sua preda. In passato questa supplica rituale, che serve a sedurre l’animale prima della caccia, sarebbe stata considerata un comportamento irrazionale. In realtà nessun Achuar pretende che solo con esso possa scovare e uccidere una scimmia. Questo canto è solo un elemento che serve a rendere effettiva la relazione che si stabilisce in un particolare momento tra un certo uomo e un certo animale. Detto in altre parole, l’anent non serve quindi a ottenere un risultato utile, ma permette di dare senso a una relazione contingente tra uomo e animale. Insomma, questo rituale è un comportamento sociale, alla stregua delle nostre strette di mano quando ci incontriamo per strada. Un comportamento sociale che contempla i ruoli di preda e cacciatore, e che li pone entrambi su un orizzonte comune. Infatti, per un Achuar, uomo e scimmia, pianta e sasso, sono entità distinte nella forma ma che fanno parte di un’unica famiglia. Per questa tribù sarebbe inconcepibile l’esistenza di una natura esterna alle creature viventi.

 

E così la reazione del cacciatore achuar che ha aperto questo articolo – il cacciatore che spara senza criterio su un gruppo di scimmie lanose – appare più che ragionevole. Soprattutto se la confrontiamo con il ruolo che gli animali occupano nelle contemporanee società di consumo.

 

Forse ha ragione lo scrittore Marco Malvestio quando ha scritto che “la società in cui viviamo ha espulso gli animali dai propria spazi”. Pochissimi, infatti, possono dire di avere rapporti con gli animali (se ci riflettiamo anche quelli domestici vengono cresciuti a nostra immagine e somiglianza). Ci capita di stupirci quando vediamo dei cinghiali selvatici che grufolano tra l’immondizia delle città perché, in fondo, abbiamo respinto tutto ciò che non è umano fuori dall’ambiente in cui viviamo (la parola foresta viene dal latino foris, «all’esterno di»).

 

Gli animali che sono rinchiusi negli zoo non sono altro che “un monumento vivente alla loro scomparsa” ha scritto John Berger. Qual è il risultato? Secondo Malvestio per moltissimi esseri umani l’unico rapporto con altri animali è quello del consumo alimentare, il quale è ora – a differenza dei millenni passati – completamente allontanato dallo sguardo del consumatore. Quando entriamo in un supermercato vediamo solamente carcasse.

 

In questo modo, gli animali sono privati del loro nome e sono ridotti a prodotto commerciale. In pratica, il senso sociale del nostro rapporto con essi è ridotto a un’esperienza di consumo, in cui gli unici (apparenti) beneficiari siamo noi.

 

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  • Sebastiano Santoro

    Sebastiano collabora come freelance con delle riviste. Nel resto del tempo, legge, viaggia, e si occupa dei progetti sociali di una ODV. Quello che più gli piace, però, è scrivere la newsletter Albedo su Duegradi.

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