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Estrattivismo Blu

Estrattivismo Blu. Il ruolo del deep-sea mining nella transizione energetica

La nuova corsa a metalli e minerali per velocizzare il passaggio all’elettrico è appena iniziata. Lo dimostrano le prime sperimentazioni del deep-sea mining. Ma com’è possibile giustificare ulteriore devastazione ambientale in nome della transizione ecologica? 

di Beatrice Ruggieri 

 

Crisi climatica e transizione verde: le nuove “zone di sacrificio” 

Per abbattere il 100% delle emissioni inquinanti provenienti da veicoli a benzina e diesel, il Parlamento Europeo ha proposto di vietarli a partire dal 2035, stabilendo che le nuove auto vendute e immatricolate in Ue dovranno essere a impatto zero. In assenza di altre tecnologie come l’idrogeno, a oggi ciò significa che i nuovi veicoli potranno essere solo elettrici. Il passaggio all’elettrico, però, non è esente da criticità.

 

La prima fra tutte è quella legata alla nuova corsa all’estrazione di minerali e metalli (litio, nickel, ferro, cobalto, rame, terre rare…) attraverso logiche estrattiviste che molto probabilmente amplieranno quelle che Steve Lerner ha definito “zone di sacrificio”, ovvero luoghi già segnati e impoveriti dagli effetti di una devastazione socio-ecologica di lunga data. È ciò che si prospetta se prendiamo in considerazione il deep-sea mining, un processo che implica l’estrazione di minerali dai fondali marini attraverso pratiche ad elevato impatto ambientale, etichettato come fondamentale per la transizione a un’economia low-carbon altamente tecnologizzata

 

Voci critiche, tuttavia, ne enfatizzano non solo i rischi a livello ambientale, etico e sociale ma anche la stessa utilità nel risolvere gli effetti della crisi climatica. C’è davvero bisogno di scendere a 3.000m sotto il livello del mare ed estrarre nuovo valore dagli spazi oceanici per rendere possibile la transizione energetica? Sì, se si vuole incentivare un certo tipo di transizione, ossia quella che non pone in discussione la richiesta continua di nuove risorse da parte dei mercati e delle società capitaliste. Secondo questa visione, la mitigazione si configura come nulla più che un insieme di iniziative volte a conservare l’attuale sistema economico sotto una veste verde, ha osservato l’antropologa Marta Gentilucci in un recente paper dedicato al tema.   

 

Quanto conosciamo del deep sea? 

Il 2021 ha segnato l’inizio del “Decennio del Mare”, a sottolineare la centralità di mari e oceani nel garantire il benessere ecosistemico, proteggere la biodiversità e regolare il clima. I prossimi anni saranno cruciali per identificare alcune strategie d’azione in grado di assicurare la buona salute dei mari e raggiungere alcuni obiettivi prioritari tra cui la riduzione dell’inquinamento, l’istituzione di aree marine protette e la riduzione del rischio di disastri. 

 

Proprio per questo sono diversi i dubbi circa il ruolo che l’estrazione mineraria in acque profonde (dai 200m ai 10.000m) occuperà in questo percorso. Specialmente se si considera che le conoscenze in materia di profondità oceaniche sono limitatissime. Il deep sea, infatti, rappresenta il più vasto ecosistema del pianeta Terra ma anche quello più sconosciuto. Oltre a informazioni relative alle temperature,  ai livelli della pressione idrostatica e alla totale assenza di luce, gli abissi sono ancora un mistero. 

 

Molti sostengono, ad esempio, che le profondità oceaniche ospitino la più grande diversità di specie sul pianeta – oltre un milione – e che queste siano estremamente suscettibili anche alle più piccole alterazioni antropiche. Tutto ciò che abita il deep sea, infatti, si è adattato a questo ambiente nel corso di milioni di anni, imparando a muoversi, riprodursi e vivere lentamente, senza troppe interferenze. Le ricerche della biologia marina, inoltre, hanno portato a scoprire che intorno ai noduli polimetallici si creano le condizioni di vita ideali per la proliferazione di coralli, spugne microscopiche, anemoni, batteri e altri microrganismi. . Se pensiamo che per la formazione di queste concrezioni minerali occorrono milioni di anni, è chiaro che una volta estratti anche l’habitat circostante risulterà irrimediabilmente compromesso

 

fonte: http://www.maxgustafson.com/

 

Deep-sea mining tra divieti, moratorie e sistemi di regolazione

Proprio per questo alcune istituzioni parlano di moratoria, almeno finché non si avrà maggiore conoscenza su questo habitat specifico, mentre altre invece sono più radicali e chiedono un divieto esplicito e duraturo per scongiurare danni ambientali irreversibili. In Francia, ad esempio,  in seguito a un lungo confronto con la comunità scientifica e le organizzazioni non governative, il Parlamento ha recentemente votato a favore del divieto delle attività estrattive in acque profonde appartenenti alla propria giurisdizione (quindi anche quelle dei territori d’oltre mare). 

 

L’assenza di un quadro giuridico solido e le scarse conoscenze sugli effetti del deep-sea mining hanno spinto anche il Parlamento canadese a discutere una possibile moratoria per le sue acque, annunciandola in occasione dell’apertura del 5° Congresso sulle aree marine protette tenutosi a Ottawa a febbraio. La posizione canadese è però controversa. In diversi hanno fatto notare come una delle compagnie maggiormente coinvolte nell’espansione di questo nuovo settore produttivo – The Metals Company (TMC) – batta proprio bandiera canadese, e sia coinvolta in attività e test preliminari in prossimità del giacimento di noduli polimetallici più ricco al mondo, la Clarion-Clipperton Zone (CCZ), una zona di frattura di oltre 4,5 milioni di km2 che si estende approssimativamente dalle Hawaii al Messico. Si stima che solo in quest’area vi siano quantità di nickel e cobalto che superano di gran lunga quelle terrestri. Ed è proprio in quest’area che i primi esperimenti esplorativi fanno sorgere interrogativi più che legittimi sul loro impatto in termini di inquinamento idrico e sonoro, di distruzione di biodiversità, di emissioni e, non ultimo, di quadri normativi e sistemi di governance. 

 

Attualmente l’ente intergovernativo delle Nazioni Unite responsabile del controllo e della gestione delle attività minerarie in acque internazionali è l’International Seabed Authority (ISA). Entro la metà di quest’anno l’ISA dovrebbe elaborare una serie di  strumenti di regolazione (Draft Exploitation Regulations) per il controllo e la gestione dei giacimenti sottomarini. Ma anche il ruolo dell’ISA è controverso. Finora l’ente ha stipulato 31 contratti esplorativi con 22 compagnie private (17 dei quali nella Clarion-Clipperton Zone), permettendo di fatto a privati di sventrare enormi aree di pavimento oceanico. 

 

L’estrazione mineraria in acqua profonde passa per i Large Ocean States (LOS)

Essendo il Pacifico al centro di queste attività, non sorprende che il dibattito più acceso sia capeggiato proprio dagli Small Island States della regione identificati anche come Large Ocean States (LOS), a sottolineare la centralità dell’oceano nel loro sostentamento e nel loro sviluppo. 

 

In occasione della UN Ocean Conference tenutasi a Lisbona nel 2022, lo stato insulare di Palau ha proposto la costituzione di un’alleanza globale di nazioni per richiedere una moratoria sul deep-sea mining. Alla proposta  hanno subito aderito paesi come Fiji, Samoa e Micronesia. Secondo i loro governi, l’estrazione in acque profonde, oltre ad avere ricadute negative sulla salute dell’ecosistema marino, potrebbe colpire fortemente anche il loro settore turistico, da cui dipende la maggior parte del PIL, proprio perché legato al benessere della vita sottomarina. 

 

Da sottolineare, inoltre, è quanto restituisce un report del WWF del 2016 che mette nero su bianco come, al di là di qualche beneficio proveniente da royalties e tasse, i vantaggi per questi stati sarebbero irrilevanti a fronte di rischi e costi ambientali, sociali, economici e culturali enormi. Tutti aspetti che i movimenti contro il deep-sea mining sottolineano da anni, osservando come gli oceani continuino a essere sottoposti a pressioni antropiche di ogni tipo, dal sovrasfruttamento ittico all’inquinamento da plastiche e idrocarburi. 

 

Inoltre un ulteriore elemento da considerare nella valutazione delle implicazioni etiche e sociali del deep-sea mining è il significato culturale dell’oceano per le popolazioni che da esso dipendono e in esso si identificano. Nonostante ciò, gli atteggiamenti dei governi verso questa pratica sono ancora ambigui. Con l’obiettivo di espandere le frontiere del deep-sea mining, ad esempio, la Repubblica di Nauru ha sponsorizzato ufficialmente la Nauru Ocean Resources Inc. (NORI), una compagnia estrattiva di proprietà della sopracitata TMC, da poco accusata di aver rilasciato accidentalmente in acqua grandi quantità di sedimenti nel corso di alcune attività sperimentali. 

 

Quali futuri energetici?

Al momento il quadro dell’estrazione in acque profonde è ancora frammentato e poco chiaro. Buona parte della comunità scientifica, della società civile e di alcune rappresentanze politiche, continua a esprimere dissenso. Anche alcune compagnie che da questa pratica dovrebbero trarre beneficio, come bigh-tech e automotive, hanno espresso parere contrario, almeno fin quando non ne sarà chiarita la portata degli effetti sugli ecosistemi marini. La richiesta sempre più condivisa è quella di fare pressione affinché la domanda di metalli e minerali per la transizione energetica sia soddisfatta, non più attraverso un nuovo estrattivismo, bensì grazie a economie circolari più efficienti, con cicli di vita di beni e servizi più lunghi e sistemi produttivi e di consumo a ridotto impatto energetico costruiti sui pilastri della teoria economica della decrescita

 

La complessità del tema dev’essere un’ulteriore spinta a riflettere sui futuri energetici che a partire da oggi vogliamo costruire. Quanto spazio vogliamo dare a una pratica che si prospetta invasiva, inquinante e poco trasparente? Se in questi anni si decideranno le sorti dei prossimi decenni è proprio in questo momento che occorre interrogarsi sul ruolo del deep-sea mining. Sarà un tassello imprescindibile del percorso della transizione energetica o – com’è molto più probabile che sia – un’ulteriore minaccia alla vita, su un pianeta Terra che è molto più Blu di quanto immaginiamo?

 

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  • Beatrice Ruggieri

    Beatrice, geografa, è una ricercatrice postdoc presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si occupa di crisi climatica, mobilità, politiche di adattamento e della transizione energetica.

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