image2

Fanerogame marine: le piante acquatiche alleate nella lotta alla crisi climatica.

Fanerogame marine: le piante acquatiche alleate nella lotta alla crisi climatica

Illustrazioni di Viola Madau

Nel Decennio dedicato alle Scienze del Mare l’unica certezza che abbiamo è che l’oceano continua a rimanere un mistero. La National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), agenzia scientifica statunitense preposta al monitoraggio delle condizioni oceaniche e atmosferiche, afferma che al mese di giugno 2024 solo il 26,1% dei fondali oceanici è stato mappato con strumentazione tecnologica ad alta risoluzione. Una parte significativa delle acque profonde, dunque, è del tutto sconosciuta e resta ancora molto da scoprire in relazione alle proprietà biologiche, chimiche, fisiche, geologiche degli oceani. E questo, come ricorda la Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO, è di fondamentale importanza considerato il ruolo cruciale degli oceani nel permettere la vita così come la conosciamo, regolando la temperatura terrestre e sostenendo una ricchissima biodiversità.

In questo articolo ci soffermeremo su uno degli organismi meno studiati ma anche più preziosi nel contrasto al cambiamento climatico. Stiamo parlando delle fanerogame marine, un gruppo di piante acquatiche ben distinto dalle alghe per anatomia e complessità che comprende quattro famiglie e più di settanta specie differenti adattatesi nel corso di milioni di anni a vivere in condizioni di scarsa luminosità, alte concentrazioni saline e nutrienti limitati. Crescono su fondali sabbiosi e fungono da fonte di cibo, riparo e nursery per centinaia di specie ittiche, ma anche da importanti indicatori ecologici dell’area in cui si trovano. Inoltre, grazie alla fotosintesi, insieme alle alghe contribuiscono all’ossigenazione delle acque e al sequestro di CO², attestandosi come alleate preziose nella mitigazione del cambiamento climatico.

Nonostante il loro elevato valore ecologico ed ecosistemico, le fanerogame continuano a essere minacciate da sviluppo costiero, pesca eccessiva, turismo inquinamento e cambiamento climatico. Dagli anni Ottanta si stima che circa il 30% delle praterie conosciute sia stato perso. Pur con alcune eccezioni e nonostante alcune raggiungano dimensioni così estese da essere visibili dallo spazio, il tasso di perdita annuale su scala globale si attesta al 7%. Un recente studio ha persino sottolineato che in assenza di interventi mitigativi rapidi e significativi diverse specie di fanerogame risulteranno a rischio estinzione entro il 2100. Il quadro è talmente preoccupante che nel 2022 le Nazioni Unite hanno istituito il primo marzo come World Seagrass Day con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sulla centralità di questi habitat per la vita di specie umane e non. Tra le specie più a rischio troviamo la Posidonia oceanica, pianta acquatica endemica del Mediterraneo e protetta dal 1995. Per lungo tempo la percezione della Posidonia come una criticità da risolvere per motivi turistici ed economici, ha portato a fenomeni di sradicamento piuttosto diffusi che hanno esacerbato problematiche di tipo ecologico e geologico.

Le fanerogame, infatti, sono importanti alleate nella costruzione e nella protezione degli ambienti costieri dall’erosione grazie alle capacità di smorzare la forza delle onde e intrappolare i sedimenti. Proprio le criticità legate all’aumento dei tassi di erosione costiera – accelerata in larga parte da processi di antropizzazione incontrollata – hanno dato un forte impulso agli sforzi di ricostituzione, protezione e conservazione di queste foreste marine intorno alle quali prendono lentamente forma nuove strategie di gestione costiera su ampia scala.

Le proprietà bioingegneristiche delle fanerogame sono state riscoperte soprattutto in Italia. E questa è un’ottima notizia. Infatti, come riportano il geografo Filippo Celata e la geografa Eleonora Gioia in uno studio recentemente pubblicato su Applied Geography, si stima che nel nostro paese la combinazione tra crisi climatica, urbanizzazione e sovraffollamento turistico esporrà il 70% delle coste basse a erosione e arretramento entro il 2050 (oggi siamo al 18%) e che il 45% delle spiagge italiane – e quindi infrastrutture, insediamenti, economie – risulta a rischio di sommersione da qui al 2100. Finora, sottolinea lo studio, le azioni preposte al contenimento di tali rischi si sono rivelate fallimentari. Ripascimento e fortificazione delle coste con scogliere artificiali e barriere frangiflutti, infatti, non solo sono inefficaci nel lungo periodo ma risultano addirittura dannose oltre che progressivamente più onerose da manutenere e sostituire. Insomma, l’artificializzazione delle coste inizia a dare prova tangibile della sua illusorietà.

Ripartire da una gestione costiera che poggi su un approccio trasformativo e su soluzioni basate sulla natura è imperativo. Bisogna tornare a fare spazio all’acqua, un discorso più che mai attuale se consideriamo che l’Emilia Romagna è stata colpita dalla quarta alluvione in meno di un anno e mezzo e Calabria e Sicilia sono state martoriate da piogge torrenziali dopo mesi di siccità. Come? Combinare la salvaguardia degli ecosistemi marini con il ripristino delle aree umide e la creazione di paludi e banchi di fango tramite interventi di riallineamento gestito sono solo alcuni dei punti da cui partire. Tuttavia, conclude lo studio, per poter anche solo iniziare a discutere di queste strategie è cruciale riottenere il controllo pubblico sullo sviluppo e sulla gestione delle coste soprattutto in Italia, dove il 70% delle spiagge sono di fatto private e asservite al profitto di pochi.

Duegradi vive anche grazie al contributo di sostenitori e sostenitrici. Sostieni anche tu l’informazione indipendente e di qualità sulla crisi climatica, resa in un linguaggio accessibile.

  • Beatrice, geografa, è una ricercatrice postdoc presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si occupa di crisi climatica, mobilità, politiche di adattamento e della transizione energetica.

    Visualizza tutti gli articoli

Add a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *